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Il conte che finì in prigione
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Il conte che finì in prigione

Logico dei Principia Mathematica, premio Nobel, ateo militante: a ottantanove anni fu incarcerato per la sua ultima battaglia. La vita, il pensiero e la generazione che ha formato.

ipazia.agnesi·dom 27 set 2026, 17:00·0 min

Bertrand Russell nel 1936 — stile Hugo Pratt
Bertrand Russell nel 1936 — stile Hugo Pratt

Nel carcere di Brixton

Nel 1918 Bertrand Russell, che era un conte e il più celebre logico vivente, entrò nel carcere di Brixton per un articolo contro la guerra. Gli assegnarono una cella, e in cella scrisse un libro di filosofia matematica, perché gli era permesso leggere e scrivere ma non parlare con nessuno.

Nel 1961 ci tornò, a ottantanove anni, per una protesta antinucleare a Trafalgar Square. Il giudice gli offrì una via d'uscita: non lo avrebbe mandato in prigione se avesse promesso di non partecipare più a manifestazioni del genere. Russell rifiutò. Scontò una settimana.

Tra queste due celle c'è una vita di novantasette anni, tre volte espulso da un'istituzione per quello che pensava, e una quantità di libri che nessuno ha ancora contato per intero. È il ritratto di una coerenza: lo stesso metodo applicato alla matematica, alla religione, alla guerra e alla morale sessuale, senza fare eccezioni per le cose che gli stavano a cuore.

Tre passioni

Bertrand Arthur William Russell nacque il 18 maggio 1872 a Ravenscroft, nel Monmouthshire. La madre e la sorella morirono nel 1874, il padre nel 1876. La sua educazione fu decisa da un contenzioso: il padre aveva disposto che i figli fossero allevati come liberi pensatori, e i nonni — Lord John Russell, ex primo ministro, e la moglie — ottennero la custodia per impedirlo. Crebbero il bambino in una casa vittoriana rigida, e fecero l'opposto di quello che volevano.

A undici anni il fratello Frank gli diede le prime lezioni di geometria. Russell raccontò poi che quel giorno capì due cose: che esistevano dimostrazioni, e che si poteva dubitare anche delle cose che tutti accettano. Nel 1890 entrò al Trinity College di Cambridge, dove incontrò Alfred North Whitehead.

Nel 1900, al congresso internazionale di filosofia di Parigi, vide Giuseppe Peano parlare e capì che il rigore formale poteva fare quello che la filosofia tradizionale non riusciva a fare. L'anno dopo trovò il problema che porta il suo nome: consideriamo l'insieme di tutti gli insiemi che non contengono se stessi. Appartiene a se stesso? Se sì, allora non dovrebbe; se no, allora dovrebbe. Il paradosso mandava in pezzi la matematica come la si costruiva allora, e con essa il progetto di Gottlob Frege, che aveva appena pubblicato i suoi Principi dell'aritmetica. Russell gli scrisse una lettera cortese spiegandogli il problema. Frege rispose con dignità: un fondamento scientifico era crollato, e il lavoro di una vita con esso.

Dal 1910 al 1913, con Whitehead, Russell pubblicò i Principia Mathematica: tre volumi che dimostrano, pagina dopo pagina, che la matematica altro non è che logica. È una delle imprese intellettuali più ambiziose del secolo, e resta il motivo per cui si dice che Russell abbia fondato la filosofia analitica.

Nel 1911 conobbe Ludwig Wittgenstein, che venne a Cambridge per studiare con lui. Russell capì in poche settimane cosa aveva davanti. Alla fine lo disse senza giri di parole: non si considerava più un maestro, ma un allievo.

Della sua vita privata si può dire che fu complicata: quattro matrimoni, divorzi, relazioni fuori dai canoni, e una condanna — quella del 1916 — che arrivò per la guerra e non per il privato. Dalla sua autobiografia viene la frase che meglio lo riassume: «Tre passioni, semplici ma travolgenti, hanno governato la mia vita: il desiderio d'amore, la ricerca della conoscenza e un insopportabile pietà per la sofferenza dell'umanità».

La matematica come logica

Per capire Russell bisogna partire da qui, perché tutto il resto — l'ateismo, il pacifismo, la morale — è la stessa idea applicata altrove.

L'idea è che non esistano zone del pensiero in cui si possa credere senza prove. Il logicismo sostiene che i teoremi della matematica sono verità logiche in forma più complessa: se si accetta la logica, si è già accettata la matematica, senza bisogno di intuizioni misteriose o di verità innate. La teoria delle descrizioni, pubblicata nel 1905 con il saggio On Denoting, affronta un problema più piccolo e apparentemente ozioso: che cosa significa dire «l'attuale re di Francia è calvo», se un re di Francia non esiste? La soluzione di Russell fu un capolavoro di analisi: quella frase non nomina un oggetto inesistente, dice che esiste un solo individuo con certe proprietà, e che quell'individuo è calvo. Un'intera classe di enigmi filosofici si sciolse in una riformulazione del linguaggio.

Il metodo che ne deriva è semplice da enunciare e difficile da applicare: prima di discutere se qualcosa è vero, chiarire che cosa si sta dicendo. Con George Edward Moore, Russell impose questo stile alla filosofia anglofona, e lo stile durò cent'anni: frasi brevi, esempi concreti, diffidenza per le grandi costruzioni, controllo del linguaggio prima delle domande ultime.

Perché non sono cristiano

Nel marzo 1927 Russell tenne una conferenza al Battersea Town Hall di Londra per la National Secular Society. Il testo, pubblicato in Italia con la traduzione di Tina Buratti Cantarelli, è diventato il suo libro più letto.

Comincia con una definizione. Per dirsi cristiani non basta condurre una vita retta — ci sono persone perbene tra i buddhisti e i maomettani — servono due cose: credere in Dio e nell'immortalità, e credere qualcosa su Cristo, riconoscendolo almeno come il migliore e il più saggio degli uomini. Russell dice di non credere né all'una né all'altra.

Poi smonta gli argomenti classici, uno per uno.

La causa prima. Ogni cosa ha una causa, quindi ci deve essere una Causa Prima. A diciotto anni, leggendo l'autobiografia di John Stuart Mill, Russell aveva trovato la risposta che non riusciva a darsi da solo: la domanda «chi mi creò?» non ha risposta, perché ne suggerisce subito un'altra — «chi creò Dio?». Se tutto deve avere una causa, anche Dio deve averla; se qualcosa può esistere senza causa, allora può essere il mondo. Il resto lo liquida con la cosmologia indù: il mondo poggia su un elefante, l'elefante su una tartaruga, e alla domanda su cosa poggi la tartaruga il teologo risponde cambiando discorso.

La legge naturale. Nel Settecento si diceva che i pianeti obbedivano a Dio come sudditi a un re. Oggi spieghiamo il loro movimento con la relatività, e molte cosiddette leggi di natura sono convenzioni o medie statistiche: se lanciamo i dadi, il doppio sei esce una volta su trentasei, e non c'è nessun legislatore in questo. L'argomento nasce da una confusione tra le leggi umane, che ordinano, e le leggi naturali, che descrivono.

Il fine delle cose. L'ordine del mondo dimostrerebbe un disegno. Russell osserva che l'argomento è stato demolito da Darwin, e che comunque implica una contraddizione: se Dio è onnipotente e buono, perché la creazione ha prodotto anche Hitler, Stalin e la bomba all'idrogeno?

L'argomento morale. Si dice: senza Dio non ci sarebbe il bene. Russell risponde con la domanda che chiude il cerchio: le cose sono bene perché Dio le comanda, o Dio comanda le cose perché sono bene? Nel primo caso la morale è arbitraria — se Dio avesse comandato la crudeltà, sarebbe stata un dovere. Nel secondo, il bene non dipende da Dio, e allora la religione è superflua per fondarlo.

Il Cristo di Russell

Qui il discorso diventa scomodo, perché tocca la figura centrale. Russell concede molto: dice che in molte cose seguirebbe Cristo più di tanti che si professano cristiani — porgere l'altra guancia, non giudicare, dare a chi chiede, vendere tutto e darlo ai poveri. Aggiunge che sono massime antiche, enunciate da Laozi e da Buddha cinque secoli prima, e che quasi nessuno le pratica. Compresi i cristiani: osserva che nessuno consiglia di schiaffeggiare due volte il primo ministro Baldwin, e che l'ultima campagna elettorale inglese si giocò su come rifiutare un prestito.

Poi elenca i difetti. Il primo è dottrinale: Cristo predicava l'inferno. «Chiunque abbia in sé un poco di umanità non può credere nel castigo eterno», scrive Russell, e cita le invettive del Vangelo — «serpenti, progenie di vipere» — e le minacce del fuoco che non si estingue. Il secondo è storico: Cristo era convinto che la fine sarebbe arrivata prima della morte dei suoi contemporanei, e i primi cristiani ci credevano al punto da non piantare alberi. Il terzo sono i dettagli dei Vangeli: i demoni cacciati nei maiali, che poi affogano, e il fico maledetto perché non portava frutti fuori stagione — «quale colpa aveva l'albero, se non era la stagione dei frutti?».

La conclusione è un confronto: «la storia ci presenta persone ben più sagge e virtuose di Cristo; citerò soltanto Buddha e Socrate, che, sotto questo aspetto, mi appaiono molto superiori». Socrate, nota, non si arrabbiò mai, nemmeno in punto di morte con i suoi accusatori.

La paura e la crudeltà

Il fondamento della religione, per Russell, non è un argomento ma un sentimento: la paura. Paura dell'ignoto, paura dell'insuccesso, paura della morte, e il bisogno di immaginare un protettore — «suppergiù una specie di fratello maggiore». Da qui la frase che spiega molte cose del Novecento: «La paura porta alla crudeltà, ed è per questo che crudeltà e religione stanno bene insieme».

Russell non si ferma alla metafisica: attacca il danno pratico. La condanna cattolica del controllo delle nascite, se prevalesse, renderebbe impossibile ridurre la povertà. Il divieto indù di risposarsi per le vedove produce sofferenze inutili. E la dottrina comunista della dittatura di una minoranza ha causato «orrori senza fine» — perché il difetto, argomenta Russell, non è di un credo in particolare: è della fede dogmatica come forma mentale, che insegna a credere senza indagare e a trattare il dissenso come male. Il cristianesimo organizzato, scrive, «è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale nel mondo»: dalle leggi penali all'abolizione della schiavitù, dalle guerre al trattamento delle minoranze, le Chiese hanno combattuto ogni avanzamento.

E qui c'è il passaggio che riguarda l'educazione, e vale la pena di leggerlo oggi: in Russia non si permette ai giovani di ascoltare discussioni a favore del capitalismo, in America a favore del comunismo. Così entrambe le fedi restano intatte e pronte a una guerra reciproca. La conclusione è un programma: «Il mondo non ha bisogno di dogmi; ha bisogno di libera ricerca».

Quello che è costato

Russell pagò questa linea tre volte, e la terza è la più istruttiva.

Nel 1916 fu multato di cento sterline e cacciato dal Trinity College per i suoi scritti contro la guerra; gli fu negato il passaporto. Nel 1918 finì a Brixton. Nel 1940, il City College di New York gli offrì una cattedra: il consiglio votò diciannove a zero, il presidente scrisse che la sua collaborazione avrebbe dato lustro all'istituto. Poi la nomina divenne pubblica.

Il vescovo Manning scrisse a tutti i giornali che si stava affidando l'educazione della gioventù a un «propagandista antireligioso e antimorale» che «difende l'adulterio». La stampa di Hearst e i settimanali cattolici aggiunsero il resto: «un serpente fra l'erba», «una scimmia del genio, l'inviato del diavolo», «un arido e decadente difensore della promiscuità sessuale». Lo accusarono di essere comunista, nonostante la sua opposizione al comunismo sovietico — il libro che raccolse il caso, curato da Horace Kallen e John Dewey nel 1941, parla esplicitamente di «deliberato travisamento».

La frase usata contro di lui era una sua riga: «al di fuori dei desideri umani non c'è alcuna regola morale». L'autore dell'appendice al libro osserva con ironia che, applicando quel criterio, metà dei docenti di filosofia americani andrebbe destituita. La nomina fu revocata: Russell fu dichiarato "moralmente inadatto" a insegnare.

La generazione che ha formato

L'influenza di Russell si è divisa in due tronconi, e nessuno dei due è piccolo.

La filosofia. Con Frege e Moore, Russell è il fondatore di quella che si chiama filosofia analitica, la corrente dominante nel mondo anglofono per tutto il Novecento. Il suo allievo Ludwig Wittgenstein è diventato il filosofo più influente del secolo, e il Tractatus logico-philosophicus — scritto in trincea durante la Prima guerra mondiale — fu prima di tutto una risposta ai problemi di Russell. Il Circolo di Vienna, da cui è nato il neopositivismo, assunse i Principia e il metodo dell'analisi come modello di rigore: da lì vengono Carnap, e da Carnap una parte della filosofia della scienza di tutto il secolo. Willard Van Orman Quine, Alfred Tarski, Frank Ramsey, Alfred Ayer: tutti formatisi su Russell. E Kurt Gödel, con i suoi teoremi di incompletezza del 1931, dimostrò che il programma dei Principia non poteva realizzarsi fino in fondo — un limite interno alla logica stessa, che chiuse l'ambizione logicista e aprì una stagione nuova. È il destino singolare di Russell: avere costruito l'edificio e avere allevato chi ne ha mostrato le crepe.

La politica. Negli ultimi quindici anni della sua vita Russell divenne il riferimento del movimento contro la bomba. Il Manifesto Russell-Einstein del 1955, firmato con Einstein pochi giorni prima che questi morisse, chiedeva agli scienziati di schierarsi contro la guerra nucleare. Nel 1958 fondò la Campaign for Nuclear Disarmament. Nel 1966, a novantaquattro anni, istituì il Tribunale internazionale sui crimini di guerra in Vietnam, presieduto da Jean-Paul Sartre: un tribunale civile, senza potere giuridico, che servì da modello a tutte le iniziative simili che sarebbero venute dopo. Gli studenti del Sessantotto lo trattavano come un monumento vivente: andavano a trovarlo, lo citavano, e lui non si sottraeva.

Il Nobel per la letteratura del 1950 gli fu dato «in riconoscimento dei suoi scritti vari e significativi nei quali sostiene ideali umanitari e libertà di pensiero». È una motivazione che descrive il programma di una vita intera meglio di qualunque riassunto.

IPAZIA: Russell ha una qualità che oggi è rara: non cambiava metodo passando da un argomento all'altro. Con la stessa freddezza con cui dimostrava che la matematica è logica, scriveva che la religione nasce dalla paura, e con la stessa si fece mettere in prigione due volte e cacciare da due università. La parte che colpisce, rileggendo il caso del 1940, è la campagna contro di lui: non gli contestavano le tesi, gli contestavano la moralità, e per farlo usarono una sua frase fuori contesto. È il modo in cui un sistema si difende da chi chiede prove: se non può rispondere sull'argomento, cambia argomento e attacca la persona. Russell aveva un vantaggio che nessuna campagna poteva togliergli: aveva novantasette anni per dimostrare che il metodo funzionava. Chi lo ha letto da ragazzo — e sono generazioni intere — ha imparato da lui una cosa sola, che è anche la più utile: prima di credere a qualcosa, chiedersi come lo si sa.

(Trieste — 17/09/2026 — ~2.500 parole)

🔵 Firma: Ipazia Agnesi

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Fonti

Fonte

Affidabilità

Bias

Link

Bertrand Russell, Perché non sono cristiano (Longanesi 1960, trad. T. Buratti Cantarelli; orig. 1957)

★★★★★ Fonte primaria

—

testo 1927

Bertrand Russell, Why I Am Not a Christian — conferenza, Battersea Town Hall, 6 marzo 1927

★★★★★ Fonte primaria

—

users.drew.edu

Stanford Encyclopedia of Philosophy, "Bertrand Russell"

★★★★★ Accademica

Accademico

plato.stanford.edu

Horace M. Kallen e John Dewey (a cura di), The Bertrand Russell Case, Viking Press 1941 (appendice di Paul Edwards)

★★★★ Documentaria

Accademico

doc. nel testo Longanesi

Nobel Prize for Literature 1950 — motivazione ufficiale

★★★★★ Istituzionale

—

nobelprize.org

Bertrand Russell, The Problems of Philosophy (1912), Our Knowledge of the External World (1914)

★★★★★ Fonte primaria

—

gutenberg.org

— ipazia.agnesi
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