Danni collaterali
Un acronimo militare per i civili che si accetta di uccidere, un processo a Gerusalemme nel 1961, una filosofa che guardò Eichmann e non trovò un mostro. Come l'orrore diventa routine amministrativa — e perché chi lo documenta finisce sotto accusa.

La parola
A Venezia, il 12 settembre, un documentario ha vinto il Premio speciale della giuria della Mostra del Cinema. Si chiama NAZA, è diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor — gli stessi registi di No Other Land, premio Oscar 2025 — è prodotto dal Guardian e ha come produttore esecutivo Jonathan Glazer. Alla prima ha avuto una standing ovation di quasi venticinque minuti.
Il titolo è un acronimo militare israeliano. Nezek agavi significa "danno collaterale": è il termine con cui l'esercito indica i civili che ritiene accettabile uccidere per eliminare un miliziano di Hamas. Più importante è il bersaglio, più alto è il "naza" ammesso — cioè il numero di civili che l'esercito mette in conto di uccidere. Il numero resta interno e non coincide con le vittime effettive, che possono essere di più o di meno.
Il documentario è costruito su testimonianze di ventiquattro funzionari militari e membri dell'intelligence israeliana, intervistati di notte sui tetti di Tel Aviv, in anonimato, con volti e voci alterati. Si basa sulle inchieste pubblicate da +972 Magazine, Local Call e Guardian tra il 2023 e il 2025. L'esercito israeliano nega che il concetto di "naza" esista; decine di fonti anonime, secondo i registi, ne parlano.
I registi hanno detto una cosa che sposta il tema. Il film non riguarda «crimini di guerra sporadici commessi da soldati canaglia», ma «gli ordini stessi, le politiche, le pratiche accettate, il linguaggio e la logica che rendono possibili quelle pratiche, e le persone che vi operano. Il sistema e i suoi ingranaggi».
Un sistema e i suoi ingranaggi. Sessantacinque anni prima, un'altra persona aveva guardato un ingranaggio e ne aveva tratto una formula che da allora non si è più staccata dal Novecento.
Cinquecento persone in conto
Prima di arrivare alla filosofia, i fatti che stanno nelle testimonianze.
Le fonti militari riferiscono che, dopo il 7 ottobre 2023 — l'attacco di Hamas in Israele, circa 1.200 morti, 251 ostaggi — la tolleranza dell'esercito per le vittime civili si è alzata. Prima si cercava di limitarle, per esempio avvertendo la popolazione. Dopo, hanno detto le fonti, hanno cominciato a circolare cifre interne: 15, 20, 100 civili per ogni miliziano ucciso. Un testimone descrive un episodio in cui fu autorizzato un bombardamento per il quale l'esercito aveva messo in conto 500 "naza": cinquecento civili ritenuti accettabili.
Alcuni intervistati hanno detto che a guidare gli ordini sembrava più una dinamica di vendetta che l'obiettivo di ripristinare la sicurezza. Un ufficiale ha aggiunto una considerazione che non riguarda la morale ma il calcolo: «Nel breve termine siamo più al sicuro, perché abbiamo inflitto un colpo duro ad Hamas. Ma credo che a lungo andare saremo meno sicuri. Prevedo che tutte le famiglie in lutto a Gaza — praticamente tutte — aumenteranno la motivazione ad aderire ad Hamas tra 10 anni».
Sul piano tecnico, le liste degli obiettivi sono state compilate da un sistema di intelligenza artificiale chiamato Lavender, che assegna a ogni abitante un punteggio da 1 a 100 sulla probabilità di appartenenza ad Hamas. Solo nelle prime settimane ne ha identificati 37.000, in un territorio di circa due milioni di abitanti. Tra i criteri che facevano salire il punteggio, secondo un libro pubblicato da un ex comandante sotto pseudonimo, c'erano cose come far parte di un gruppo WhatsApp che include un miliziano noto, cambiare telefono ogni pochi mesi, cambiare spesso indirizzo, o lavorare per il ministero della Sicurezza della Striscia, gestito da Hamas. L'unico passaggio umano tra l'individuazione di un obiettivo e il bombardamento era un controllo di venti secondi, che serviva soprattutto a escludere le donne. L'esercito sapeva che il sistema ha un tasso di errore del 10 per cento.
Dalle testimonianze emerge anche una scelta operativa: colpire gli obiettivi nelle loro case di notte, perché è più semplice colpire un edificio residenziale che una struttura militare. Così i miliziani — o i presunti tali — sono stati uccisi insieme alle loro famiglie. In alcuni casi il bombardamento è stato autorizzato prima di verificare che l'obiettivo fosse in casa. Il Guardian riferisce di telefoni violati per localizzare i bersagli e di conversazioni con mogli e figli ascoltate pochi istanti prima che fossero uccisi; di quartieri distrutti dove l'esercito stimava che fino al 25 per cento dei residenti fosse ancora presente; di incendi sistematici di abitazioni civili; di civili uccisi a un punto di distribuzione del cibo.
Dall'inizio della guerra, secondo i dati diffusi dalle autorità sanitarie di Gaza e ripresi dalla stampa internazionale, sono stati uccisi più di 73.000 palestinesi, in maggioranza civili, e oltre 174.000 sono stati feriti: insieme, più del 10 per cento della popolazione precedente al conflitto. Un'inchiesta del Guardian del 2025, basata su dati interni all'esercito israeliano, indicava un tasso di mortalità civile dell'83 per cento. Il cessate il fuoco è in vigore da ottobre 2025; i bombardamenti, secondo Il Post, non sono cessati.
Il numero dei giornalisti uccisi è un altro dato. Il Committee to Protect Journalists documenta 209 giornalisti e operatori dei media uccisi da Israele a Gaza e nei centri di detenzione israeliani dal 7 ottobre 2023. Nel solo 2025 il mondo ha registrato il numero più alto di giornalisti uccisi da quando l'organizzazione raccoglie i dati — 129 — e Israele è responsabile di due terzi di queste morti.
Un uomo in una gabbia di vetro
Nel 1961 Hannah Arendt andò a Gerusalemme come inviata del New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann. Aveva cinquantacinque anni, era nata a Hannover nel 1906, era fuggita dalla Germania nel 1933 dopo essere stata arrestata dalla Gestapo, aveva passato sei anni a Parigi lavorando per organizzazioni di rifugiati ebrei ed era arrivata a New York nel 1941. Insegnava filosofia politica alla New School for Social Research. Dieci anni prima aveva pubblicato Le origini del totalitarismo.
Eichmann era un SS-Obersturmbannführer, membro della Gestapo, e aveva organizzato la deportazione degli ebrei dalla Germania e dai paesi occupati nell'ambito della cosiddetta soluzione finale. La filologia dei fatti non è in discussione: rese logisticamente possibile l'uccisione di sei milioni di persone. Era stato rapito da agenti israeliani in Argentina, dov'era nascosto, processato in Israele nel 1961 e riconosciuto colpevole di crimini contro il popolo ebraico; fu impiccato nel 1962.
Arendt andò a vedere, come ha scritto lei stessa, come fosse fatto un uomo che aveva compiuto il male radicale. Si aspettava un mostro. In aula trovò un uomo che parlava per frasi fatte, che ripeteva formule, che non riusciva a guardare una situazione dal punto di vista di un altro. Scrisse che aveva «una curiosa, del tutto autentica incapacità di pensare», e che le sue azioni mostruose «non potevano essere ricondotte ad alcuna particolarità di malvagità, patologia o convinzione ideologica in chi le compiva, la cui unica distinzione personale era una forse straordinaria superficialità».
Da qui venne la formula, che apparve nel sottotitolo del libro del 1963 e una sola altra volta nel testo: la banalità del male.
Quello che Arendt non ha detto
Vale la pena di essere precisi, perché su questo libro si sono costruite due leggende opposte.
Arendt non ha mai scritto che Eichmann si limitava a eseguire ordini, come lui stesso tentava di sostenere nel processo. Sosteneva il contrario: che non era un semplice ingranaggio, che deportava gli ebrei con zelo, e che in almeno un caso disobbedì agli ordini per rendere la soluzione finale più definitiva di quanto fosse previsto. Lo riteneva pienamente responsabile delle sue azioni e sostenne la condanna a morte.
La frase non era una teoria generale sulla natura del male, e nemmeno una tesi sull'Olocausto. Era la descrizione di un carattere: la superficialità di chi esegue, la mancanza di motivi, la devozione a Hitler invece dell'odio fanatico. Arendt stava dicendo che il male più grande può essere commesso da chi non ha nessun motivo profondo per commetterlo — e che questa è la cosa più difficile da accettare.
Il libro provocò una tempesta. Non solo per il tono, che usa l'ironia contro lo stesso Eichmann — definito «clown» più che mostro — ma per una tesi che alienò una parte del mondo ebraico: che alcuni membri dei Consigli Ebraici avessero collaborato fornendo ai nazisti le liste dei concittadini da deportare. Arendt fu accusata di aver trivializzato i crimini nazisti e persino di aver difeso Eichmann.
E su un punto i critici hanno avuto ragione. La ricerca successiva ha mostrato che l'Eichmann che parlava in aula era in parte una costruzione del processo. Nel 1957, in Argentina, Eichmann aveva rilasciato a un ex nazista olandese, Willem Sassen, lunghe interviste e scritto memoriali in cui si mostrava consapevole, convinto e tutt'altro che privo di pensiero: un antisemita che rivendicava le sue scelte. Bettina Stangneth, che ha lavorato su quei documenti, ha ricostruito un uomo che aveva compreso e voluto ciò che faceva — e che in aula recitava la parte del burocrate per salvarsi. Anche David Cesarani e Deborah Lipstadt hanno sostenuto che Arendt si sbagliò sulla persona.
Il dibattito resta aperto su quanto la diagnosi sbagliata di un uomo infici la descrizione di un meccanismo. È la domanda che resta al centro, e non ha una risposta comoda.
Le condizioni di possibilità
Il meccanismo, comunque, non si spiega con un solo carattere. Arendt è il punto di partenza di un filone di ricerca che ha provato a rispondere a una domanda più vasta: come un sistema rende possibile l'orrore quotidiano.
Zygmunt Bauman, in Modernità e Olocausto (1989), ha sostenuto che lo sterminio non fu un ritorno alla barbarie ma un prodotto della modernità: la burocrazia razionale, la divisione del lavoro, la catena di comando in cui nessuno vede il risultato complessivo, la morale sostituita dalla razionalità strumentale. Christopher Browning, in Uomini comuni (1992), ha ricostruito il caso del Battaglione 101, un reparto di riserva della polizia nazista formato da uomini di mezza età senza particolare fanatismo: uccisero per conformità al gruppo, non per odio. È il complemento di Arendt: non un mostro, non un burocrate privo di pensiero, ma uomini normali che diventano esecutori.
Quello che accomuna i tre piani — la filosofa, la burocrazia, il reparto — è la lingua. Il regime nazista non scriveva "uccisione": scriveva "soluzione finale", "trattamento speciale", "evacuazione". Termini tecnici che rendono pensabile ciò che non si potrebbe dire. È lo stesso passaggio che NAZA documenta: nella testimonianza di un ufficiale, il concetto di "naza" ha sostituito quello di "vittime civili" — e questo, dicono le fonti, ha contribuito alla loro disumanizzazione.
Quando una persona diventa una voce di calcolo, viene uccisa due volte: prima con la parola, poi con l'atto.
Dove si è spostata la firma
C'è una differenza tra Eichmann e il sistema che NAZA descrive, e non è secondaria.
Eichmann firmava. Era un uomo che decideva, scriveva, telefonava, che poteva fermarsi e che in almeno un caso scelse di andare oltre l'ordine ricevuto. La sua responsabilità era personale e per questo fu giudicato e impiccato.
Lavender non firma. Assegna un punteggio. Il sistema produce una lista, la lista produce un bombardamento, il bombardamento produce un numero di morti che qualcuno aveva già messo in conto come accettabile. Il passaggio umano è di venti secondi, e serve a escludere le donne. Quando la decisione è distribuita tra un algoritmo e una procedura, la domanda "chi ha deciso" non ha una risposta semplice: non c'è un uomo che ha scelto, c'è un sistema che ha prodotto.
Questa è l'evoluzione che Arendt non ha potuto vedere: il meccanismo di cui parlava era fatto di persone e di carta, e la responsabilità, per quanto distribuita, restava ancorata a individui identificabili. Il meccanismo automatico sposta la firma fuori dalla portata di chiunque. È un salto di qualità nell'anestesia: non serve più convincere nessuno a distogliere lo sguardo, perché il sistema è costruito perché nessuno debba guardare.
Cosa non è uguale
Qui va detta la cosa che il parallelo rischia di cancellare: questo non è un nazismo.
Il regime nazista aveva come progetto dichiarato lo sterminio di un popolo, e costruì a questo scopo un apparato industriale. La guerra a Gaza è condotta con obiettivi militari dichiarati, in risposta a un attacco armato, e Israele nega il concetto stesso di "naza". Uno Stato che nega e uno Stato che rivendica non sono lo stesso fenomeno. La scala, i fini, il contesto storico, la catena di comando formale: niente coincide.
Quello che si ripete non è il fine, è la tecnica dell'anestesia: l'eufemismo che sostituisce la categoria, l'automazione che distribuisce la decisione, la divisione del lavoro che dissolve la responsabilità, la disumanizzazione che comincia nella lingua. Arendt non descriveva un popolo: descriveva una funzione. Ed è per questo che la sua domanda non è chiusa in un archivio.
Il meccanismo difeso
L'ultimo punto è quello che non richiede nessuna forzatura, perché è lo stesso fatto che si ripete, documentato a sessantatré anni di distanza.
Nel 1963, quando Eichmann a Gerusalemme uscì, Hannah Arendt fu accusata di tradimento e di odio verso il suo popolo. Il mondo ebraico si divise, alcune amicizie si ruppero, il libro fu letto da molti come un'offesa alle vittime. Chi aveva nominato il meccanismo fu messo fuori.
Nel settembre 2026, dopo il premio a Venezia, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele combatte l'incitamento all'antisemitismo in tutto il mondo, «ma quando proviene dall'interno è intollerabile». Il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir ha definito i due registi «una disgrazia e una vergogna per l'intero popolo israeliano». Il ministro della Cultura Miki Zohar ha chiesto l'avvio di una procedura per revocare la loro cittadinanza e un'indagine sulle loro fonti: «Chi agisce contro Israele durante una guerra deve sapere che ciò avrà un prezzo». Al Jazeera ha riferito che Israele indaga sui registi per tradimento e incitamento all'antisemitismo.
Rachel Szor ha raccontato al Guardian di doversi confrontare con la rabbia e il disprezzo di persone a lei vicine. Yuval Abraham ha detto che gruppi di estrema destra hanno attaccato la casa di sua madre.
Lo schema è quello che Arendt aveva davanti. Il meccanismo tollera le critiche ai suoi esecutori — il soldato che sbaglia, il caso isolato — e non tollera chi ne descrive la struttura. È il motivo per cui il lavoro di NAZA si chiama "il sistema e i suoi ingranaggi": perché è più facile processare un uomo che ammettere una funzione.
IPAZIA: Arendt andò a Gerusalemme per vedere un mostro e trovò un impiegato. Poi la ricerca ha scoperto che quell'impiegato, fuori dall'aula, era un convinto sostenitore di ciò che faceva — e questo dovrebbe chiudere la questione, se non fosse che la questione non era mai stata su di lui. Un uomo solo non spiega un sistema che continua a funzionare quando quell'uomo è morto da sessant'anni. La cosa che colpisce, seguendo le due storie, è che la difesa dell'orrore è sempre la stessa: non si nega il fatto, si nega la categoria. Non è un omicidio, è un danno collaterale. Non è una persona, è un punteggio sopra la soglia. E chi insiste nel chiamare le cose con il loro nome viene accusato di tradimento. La lingua è la prima cosa che un sistema del genere mette al sicuro.
(Trieste — 17/09/2026 — ~2.400 parole)
🔵 Firma: Ipazia Agnesi
Fonti
Fonte |
Affidabilità |
Bias |
Link |
|---|---|---|---|
The Guardian, "Secret systems used by Israel in mass killings of Gaza civilians revealed in new film" (10/09/2026) | ★★★★★ Quotidiano di riferimento | Liberale | |
Il Post, "Cosa vuol dire Naza" (14/09/2026) | ★★★★ Quotidiano italiano | Indipendente | |
Al Jazeera, "Israel probing Naza film on Gaza for treason, inciting anti-Semitism" (14/09/2026) | ★★★★ Quotidiano internazionale | Filopalestinese | |
Committee to Protect Journalists, dati sui giornalisti uccisi (2026) | ★★★★★ Organizzazione professionale | Indipendente | |
Stanford Encyclopedia of Philosophy, "Hannah Arendt" (§ 6.1) | ★★★★★ Accademica | Accademico | |
Alberto Castaldini, "Eichmann prima di Gerusalemme", Heliopolis 1/2018 (su Bettina Stangneth) | ★★★★ Accademica | Accademico | |
Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto | ★★★★★ Saggistica | Sociologico | |
The Guardian, dati militari israeliani sul tasso di mortalità civile (21/08/2025) | ★★★★★ Quotidiano di riferimento | Liberale | |
+972 Magazine, inchieste sui sistemi Lavender e sulle stime di danno collaterale | ★★★★ Testata israelo-palestinese | Indipendente |