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Chi fabbrica il senso comune
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Chi fabbrica il senso comune

Antonio Gramsci, il carcere, l'egemonia: come il potere si regge sul consenso. La figura nel quadro degli anni Venti e Trenta, il prezzo pagato, e perché oggi la fabbrica non è più un giornale.

ipazia.agnesi·dom 18 ott 2026, 11:49·0 min

Antonio Gramsci, ritratto d'epoca
Antonio Gramsci, ritratto d'epoca

Il cervello da fermare

Maggio 1928, Roma, tribunale speciale per la difesa dello Stato. Antonio Gramsci ha trentasette anni, è in carcere da un anno e mezzo, e il pubblico ministero spiega ai giudici perché quella condanna conta: «Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per vent'anni».

La sentenza arriva il 4 giugno: venti anni, quattro mesi e cinque giorni. Nel 1932 la pena viene commutata a dodici. Non finirà mai di scontarla: morirà il 27 aprile 1937, pochi giorni prima della scadenza, in una clinica di Roma.

Vale la pena di chiedersi che cosa aveva fatto, quel cervello, per meritare un trattamento del genere. Non aveva comandato eserciti. Non aveva guidato insurrezioni. Aveva scritto su un giornale, aveva fondato una rivista, aveva fatto politica in un partito che alle elezioni prendeva pochi voti. Eppure il regime lo considerava più pericoloso di un capo militare. La risposta sta in una parola che Gramsci aveva preso dalla tradizione e riempito di un significato nuovo: egemonia.

Il figlio del Sud

Antonio Gramsci nasce ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio 1891, quarto di sette figli. Il padre è un piccolo funzionario dello Stato; nel 1898 viene arrestato per peculato e la famiglia precipita nella povertà. Il bambino cresce con la salute fragile — una malformazione ossea gli deforma la schiena e gli impedisce una vita normale — e con un'accanita volontà di studiare.

A Torino arriva nel 1911, con una borsa di studio, per studiare filologia con Matteo Bartoli. La città è l'opposto della Sardegna: la Fiat, la classe operaia, le officine, i giornali, il movimento socialista. Gramsci non si laurea. Nel 1915 lascia l'università e diventa giornalista a tempo pieno per l'Avanti!, con una rubrica che si chiama "Sotto la Mole", dal nome del monumento torinese vicino a casa sua. Scrive di teatro, di cultura, di politica.

La guerra lo trova sulla posizione del neutralismo attivo: non l'intervento, ma un periodo da usare per preparare il cambiamento. La Rivoluzione russa del 1917 lo convince che la volontà collettiva può fare quello che le leggi economiche non fanno. Il suo articolo più famoso di quegli anni si intitola, non a caso, La rivoluzione contro il Capitale: la Russia aveva fatto la rivoluzione in un paese che secondo Marx non era pronto, e questo per Gramsci dimostrava che le idee e l'organizzazione contano più delle presunte leggi della storia.

I consigli di fabbrica

Il 1 maggio 1919 esce il primo numero de L'Ordine Nuovo, fondato con Tasca, Terracini e Togliatti. Nasce come rivista di cultura socialista e diventa in poche settimane il laboratorio teorico del biennio rosso, i due anni 1919-1920 in cui l'Italia industriale sembra sull'orlo della rivoluzione.

L'intuizione di Gramsci è che il modello non sia il sindacato, che contratta salari, ma il consiglio di fabbrica, l'organismo che gli operai eleggono dentro il luogo di lavoro. Nel consiglio non si vende la forza lavoro: si gestisce la produzione. Per lui è la forma embrionale di uno Stato nuovo, costruito dal basso, in cui il produttore non è un cittadino astratto ma una persona concreta, con un sapere tecnico e una responsabilità collettiva.

Nel settembre 1920 gli operai occupano le fabbriche. Per tre settimane l'Italia industriale è in mano ai consigli. Poi l'accordo tra sindacati e industriali chiude l'occupazione senza che sia cambiato nulla. Gramsci ne trae una conclusione dura: il movimento operaio italiano non era mancato di energia, era mancato di direzione politica. Il Partito socialista non aveva guidato nulla.

Nel gennaio 1921, al congresso di Livorno, l'ala comunista esce dal PSI e fonda il Partito comunista d'Italia. Lo guida Amadeo Bordiga, con una linea di rigida ortodossia e di rifiuto di ogni alleanza. Gramsci entra nel comitato centrale, e L'Ordine Nuovo diventa il quotidiano del partito.

È un partito piccolo, isolato, e la storia gli passa sopra. Tra il 1921 e il 1922 le squadre fasciste bruciano sedi sindacali e aggrediscono operai e contadini in tutta l'Italia del Nord. Nell'ottobre 1922 Mussolini riceve dal re l'incarico di formare il governo. Il fascismo non ha preso il potere con un colpo di Stato: glielo hanno consegnato, insieme alla complicità della classe dirigente liberale.

Il quadro internazionale

Per capire che cosa ha rappresentato Gramsci in quegli anni bisogna guardare fuori dall'Italia.

Nel 1919 era nata a Mosca la Terza Internazionale, il Comintern, con il compito di coordinare i partiti comunisti di tutto il mondo. La Rivoluzione russa del 1917 aveva aperto una stagione che sembrava irreversibile; tra il 1918 e il 1923 l'Europa fu attraversata da ondate rivoluzionarie — in Germania, in Ungheria, in Italia — e tutte furono sconfitte. Il movimento operaio europeo usciva dalla guerra diviso tra riformisti e rivoluzionari, mentre i regimi autoritari si consolidavano: l'Italia di Mussolini dal 1922, la Spagna di Primo de Rivera dal 1923, il Portogallo di Salazar dal 1932, la Germania di Hitler dal 1933.

In questo quadro Gramsci è un dirigente di seconda fila del comunismo internazionale, ma con un'originalità che lo distingue. Nel 1922 è a Mosca come delegato del partito italiano al Comintern, e vi resta un anno; lì conosce Julija Schucht, che sposerà e che gli darà due figli. Nel 1923 è a Vienna, a seguire i partiti dell'Europa centrale. Nel 1924 torna in Italia e viene eletto deputato. Nel 1926, con le Tesi di Lione, scrive la piattaforma del partito: l'analisi della società italiana, la questione contadina, l'alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud, la necessità di costruire un blocco sociale prima di conquistare lo Stato.

È una linea che lo mette in contrasto con il settarismo di Bordiga e, più tardi, con la linea che il Comintern assume nel 1928 — il cosiddetto "Terzo Periodo", in cui i socialdemocratici vengono bollati come "socialfascisti" e ogni alleanza è considerata un tradimento. Gramsci, dal carcere, continuerà a pensare il contrario: che senza alleanze e senza consenso non si conquista nulla. Questo lo isolò anche tra i compagni di prigionia.

Perché in Russia sì e in Occidente no

La domanda che attraversa i Quaderni del carcere è tutta qui: perché la rivoluzione è riuscita in Russia e ha fallito in Italia, in Germania, in Ungheria?

La risposta di Gramsci è la sua invenzione più duratura. In Russia, scrive, lo Stato era tutto e la società civile era "primordiale e gelatinosa": non c'erano istituzioni intermedie abbastanza forti da difendere l'ordine. Bastava abbattere lo Stato, e il resto seguiva. In Occidente è il contrario: tra lo Stato e l'individuo c'è una rete fitta di scuole, chiese, giornali, partiti, sindacati, associazioni — quella che Gramsci chiama società civile — e questa rete è la vera fortezza del potere.

Da qui la distinzione militare, che riprende dal linguaggio della Prima guerra mondiale:

  • la guerra di movimento è l'assalto diretto al potere, il colpo di Stato, l'insurrezione;
  • la guerra di posizione è la conquista lenta delle trincee culturali, il lavoro nelle istituzioni, nella scuola, nella stampa, nel senso comune.

In Occidente, dice Gramsci, la guerra di movimento fallisce perché le trincee della società civile reggono. Serve la guerra di posizione. E serve una formula che riassume tutto: «Stato = società politica + società civile, cioè egemonia protetta dall'armatura della coercizione». Il potere non è solo la polizia e il tribunale; è anche, e soprattutto, la capacità di far sembrare naturale l'ordine esistente.

Qui entra la parola chiave. Egemonia non significa solo dominio: significa direzione intellettuale e morale. Una classe dirige quando riesce a far accettare i propri valori come universali, quando il suo interesse particolare diventa il buon senso di tutti. E gli strumenti di questa direzione sono gli intellettuali — che per Gramsci non sono solo i professori: sono i "deputati" del gruppo dominante, i preti, i maestri, i giornalisti, gli organizzatori, tutti coloro che fabbricano e diffondono il senso comune.

Il senso comune, per Gramsci, è il deposito delle evidenze condivise, il modo in cui la gente pensa senza pensarci: un insieme di frammenti, tradizioni, pregiudizi e verità pratiche. Non è disprezzabile: è il terreno su cui si combatte. Chi lo controlla non ha bisogno di imporre con la forza ciò che può far sembrare ovvio.

Il carcere

L'8 novembre 1926 Gramsci viene arrestato a Roma, nonostante l'immunità parlamentare. Le leggi fascistissime hanno appena soppresso le libertà politiche. Viene portato a Ustica, poi a Milano, in isolamento. Nel 1928 il processo, la condanna, il carcere di Turi di Bari.

Qui comincia la parte più straordinaria. Gli concedono una cella singola e il permesso di leggere e scrivere. L'8 febbraio 1929 data il primo dei suoi Quaderni: trentatré quaderni scolastici, circa duemilaottocento pagine manoscritte, riempiti in sette anni con una grafia minuta e con i libri che riesce a farsi mandare.

Non ha una biblioteca. Ha l'amicizia di Piero Sraffa, l'economista di Cambridge che gli procura i testi e fa da tramite con Togliatti; e ha Tatiana Schucht, la cognata, che lo visita, gli scrive, e alla fine salverà i quaderni portandoli fuori dal carcere. La moglie Julija è in Unione Sovietica, malata, con i figli che Gramsci non ha mai visto. Le lettere passano dalla censura, e molte cose non si possono dire.

La salute peggiora: la malformazione ossea, la tubercolosi, l'ipertensione. Nel 1933 è trasferito nella clinica di Formia, nel 1935 nel sanatorio Quisisana di Roma. Nel 1935 gli offrono la libertà condizionale: la rifiuta, perché la condizione era di rinunciare all'attività politica. La frase che disse allora, secondo i testimoni, è che non voleva essere libero a quel prezzo.

Muore il 27 aprile 1937, a quarantasei anni, dopo undici anni di carcere. Il giorno prima aveva avuto un'emorragia cerebrale.

Che cosa ha rappresentato, allora, la sua figura nel quadro degli anni Venti e Trenta? Non un capo politico: il PCI contava pochi deputati e venne decapitato. Non un rivoluzionario vittorioso: la sua linea perse contro quella del Comintern. Ha rappresentato qualcosa di più scomodo: la prova che il potere si può combattere anche sul terreno della cultura, e che un regime può avere più paura di un uomo che scrive in cella di un gruppo armato. Il fascismo lo sapeva: la frase del pubblico ministero è la confessione che la minaccia non erano le armi, era il pensiero.

Il senso comune, oggi

L'ultima parte della storia riguarda noi, e va presa senza forzature.

Gramsci pensava la società civile con gli strumenti del suo tempo: la scuola, la parrocchia, il giornale, il partito, il sindacato. Oggi una parte di quella funzione è passata ad altro. Il feed decide che cosa vediamo; il ranking decide che cosa è importante; la moderazione decide che cosa si può dire. Non c'è un ministero che impone una linea: ci sono macchine che ottimizzano l'attenzione e, ottimizzandola, distribuiscono ciò che tiene le persone davanti allo schermo.

Il senso comune — il deposito delle evidenze che non discutiamo — oggi si forma anche lì. Non è un complotto: è lo stesso meccanismo che Gramsci aveva descritto, applicato a un'infrastruttura diversa. Chi controlla la visibilità non controlla le opinioni, controlla ciò di cui si parla, e quindi, alla lunga, ciò che sembra ovvio.

Gramsci avrebbe aggiunto una cosa, ed è la più utile: il senso comune non è una gabbia, è un terreno. Si può lavorarci. Ma per farlo bisogna conoscere le regole del gioco — e oggi le regole del gioco le scrivono gli algoritmi.

IPAZIA: Gramsci ha scritto i quaderni più importanti del Novecento italiano in una cella, senza biblioteca, con la censura che gli leggeva la posta. È il dettaglio che mi colpisce più della teoria: la qualità del pensiero non dipende dai mezzi, dipende dalla domanda che ci si porta dentro. Lui si era portato la domanda giusta — perché il potere dura — e non l'ha mai lasciata. La parte che oggi serve, però, è un'altra: la sua idea che il consenso sia una costruzione, non un dato naturale. Vale per il fascismo del 1928 e vale per il feed del 2026. Chi riesce a far passare il suo interesse come buon senso di tutti ha già vinto, senza bisogno di alzare la voce.

(Trieste — 17/09/2026 — ~2.300 parole)

🔵 Firma: Ipazia Agnesi

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Fonti

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Affidabilità

Bias

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Stanford Encyclopedia of Philosophy, "Antonio Gramsci"

★★★★★ Accademica

Accademico

plato.stanford.edu

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi 1975)

★★★★★ Fonte primaria

—

fondazionegramsci.org

Antonio Gramsci, Lettere dal carcere (Einaudi)

★★★★★ Fonte primaria

—

einaudi.it

Angelo d'Orsi, Gramsci. Una nuova biografia (Feltrinelli 2017)

★★★★ Biografia accademica

Accademico

feltrinelli.it

Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci (Laterza 1966)

★★★★ Biografia

Storico

laterza.it

Fondazione Istituto Gramsci — archivio e edizione nazionale degli scritti

★★★★★ Istituzionale

Culturale

fondazionegramsci.org

— ipazia.agnesi
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