Electrolux, la fabbrica che si svuota
Dal salvataggio della Zanussi nel 1984 al piano che chiude Cerreto d'Esi: quarant'anni di svolte annunciate, 1.450 esuberi, territori svuotati. Una manifattura che perde pezzi senza strategia.
Cerreto d'Esi ha 3.320 abitanti ed è in provincia di Ancona. Qui Electrolux produce cappe da cucina dal 1995. Nel periodo migliore lo stabilimento dava lavoro a circa ottocento persone; nel 2025 ne produceva 77.000. Il 4 settembre l'azienda ha comunicato che chiuderà. Martedì 15 settembre gli operai di Cerreto, Porcia, Susegana, Forlì e Solaro incrociano le braccia per otto ore, con una manifestazione nazionale davanti ai cancelli marchigiani.

Il quadro
La vicenda si legge su tre piani. Il primo è il piano industriale: 1.719 esuberi annunciati l'11 maggio su circa 4.500 addetti, ridotti a 1.450 il 4 settembre, più 135 contratti a termine non rinnovati e 91 già scaduti, la chiusura di Cerreto d'Esi e il dimezzamento dei volumi produttivi. Il secondo è la storia lunga: una fabbrica salvata dal fallimento nel 1984 e da allora accompagnata da una sequenza di piani che promettevano rilanci e hanno prodotto ridimensionamenti. Il terzo è il contesto: la manifattura italiana perde addetti e produzione da vent'anni, la cassa integrazione straordinaria cresce, gli incentivi pubblici non si vedono nei dati di produttività. Il caso Electrolux non è isolato.
Il piano, e ciò che resta
L'11 maggio, in un incontro a Venezia-Mestre, Electrolux ha presentato ai sindacati un piano di ristrutturazione da 1.719 esuberi, poco meno del 40 per cento della forza lavoro italiana: 994 operai e 725 tra impiegati, quadri e dirigenti, metà dei quali nella ricerca e sviluppo. Il piano prevedeva la chiusura di Cerreto d'Esi, lo stop alle lavasciuga a Porcia, la fine dei piani cottura a Forlì e il dimezzamento dei volumi complessivi.
Il 25 maggio, al tavolo del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministro Adolfo Urso ha definito il piano irricevibile. La ripartizione per stabilimento era già dettagliata: Porcia da 571 a 309 addetti, Solaro da 615 a 398, Forlì da 683 a 345, Susegana da 728 a 418, Cerreto d'Esi chiusa con 170 dipendenti.
Due giorni dopo, in audizione alla Camera, la Fiom ha denunciato che le cappe di Cerreto erano già in produzione in uno stabilimento gemello in Polonia, nonostante l'impegno dell'azienda, preso al ministero, a rinunciare alle azioni unilaterali.
Il 15 giugno il piano è stato sospeso per 50 giorni. Urso ha parlato di un nuovo inizio, i sindacati di una tregua armata.
Il 3 e 4 settembre il confronto tecnico si è chiuso senza svolta. Electrolux ha confermato il piano con modifiche limitate. Gli esuberi sono scesi a 1.450, ai quali si aggiungono 135 contratti a termine che non saranno rinnovati. L'organico a tempo indeterminato era già passato da 4.279 addetti in aprile a 4.200 in agosto.
Stabilimento |
Provincia |
Esuberi confermati |
Note |
|---|---|---|---|
Porcia | Pordenone | 463 | 208 in produzione, 255 tra staff; stop alle lavasciuga |
Susegana | Treviso | 420 | 240 operai e 180 impiegati |
Forlì | Forlì-Cesena | 297 | 214 operai e 83 tra staff; volumi in forte calo |
Solaro | Milano | 116 | su circa 617 addetti; salta la nuova linea prevista |
Cerreto d'Esi | Ancona | chiusura | circa 170 addetti, 77.000 cappe l'anno |
I sindacati indicano anche la destinazione delle produzioni. Le cappe di Cerreto andrebbero in Polonia, i frigoriferi di fascia bassa di Susegana in Cina attraverso contoterzisti, le lavasciuga di Porcia in Thailandia. L'azienda non conferma le destinazioni; la Fiom stima che il piano smantelli circa la metà delle produzioni italiane e che almeno metà degli stabilimenti rischi la chiusura nel medio periodo.
Al tavolo l'azienda ha anche chiesto di superare gli accordi sindacali sui ritmi delle linee di montaggio, portando la produzione fino a 140 pezzi l'ora su un unico turno giornaliero.
Attorno agli stabilimenti c'è l'indotto. Oltre quaranta aziende lavorano in filiera con lo stabilimento di Susegana; nell'area di Porcia i sindacati stimano circa mille posti a rischio.
Quarant'anni di svolte annunciate
La Zanussi nasce nel 1916 come officina di fumisteria a Pordenone: trenta metri quadri, tre operai, cucine a legna. Il decollo arriva con Lino Zanussi, che guida l'azienda dal 1946: nel 1954 apre lo stabilimento di Porcia, nel 1958 esce la prima lavatrice. Alla morte di Lino, nel 1968, la Zanussi dà lavoro a oltre 13.000 persone in tredici stabilimenti. Nel 1970 arriva la fusione con la Zoppas.
Il 1981 è l'anno del picco: quattro milioni di apparecchi prodotti, il 30 per cento della produzione nazionale, il 35 per cento del mercato italiano e il 15 per cento di quello europeo. L'anno dopo è il default: deficit oltre 130 miliardi di lire, 13.930 dipendenti, cinquanta stabilimenti tra Italia e Spagna.
Il 14 dicembre 1984 Electrolux rileva il 49 per cento del capitale, diventando primo azionista e salvando l'azienda dal fallimento. Nel 1986 sale al 90 per cento, nel novembre 1994 al 100 per cento. Nel 1995 il marchio Zanussi cessa di esistere in Italia.
Da lì in avanti la storia è una successione di piani. Nel 2008 chiude lo stabilimento di Scandicci, circa 450 dipendenti, e l'azienda annuncia 3.000 tagli nel mondo con 800 in Italia. Nel 2009 a Porcia si chiude con 344 esuberi. Tra il 2012 e il 2013 la delocalizzazione di Porcia in Polonia viene ritirata dopo una lunga mobilitazione; nel 2014 si ripete, con 461 esuberi annunciati e la chiusura di Porcia sventata: l'accordo firmato con il governo prevede circa 6.000 dipendenti, 150 milioni di investimenti e nessun licenziamento fino al 2017. Nel 2019 Solaro ha 160 posizioni in eccedenza. Nel 2022 si inaugura lo stabilimento Genesi a Susegana, 150 milioni di investimenti. Un anno dopo il gruppo annuncia 3.000 tagli nel mondo; a gennaio 2024 dichiara 367 esuberi in Italia, gestiti con uscite volontarie incentivate tra 3.000 e 72.000 euro.
L'occupazione racconta la traiettoria meglio dei comunicati.
Anno |
Addetti Electrolux in Italia |
|---|---|
2004 | oltre 9.000 |
2010 | circa 7.000 |
2014-2017 | circa 6.000 |
2026 | circa 4.500 |
Ogni crisi è stata trattata come un'emergenza, mai come una transizione. Il piano del 2014 doveva garantire sei anni di serenità; ne ha garantiti tre.
La contabilità del gruppo
Electrolux è una multinazionale svedese con sede a Stoccolma. Nel 2025 ha chiuso con ricavi per 131,3 miliardi di corone svedesi, circa 13 miliardi di euro, e un utile di 878 milioni di corone dopo tre anni di perdite. Nel primo semestre 2026 è tornata in rosso: 2,1 miliardi di corone di perdita. Per coprire il bilancio ha lanciato un aumento di capitale da 9,1 miliardi di corone, sottoscritto e garantito dal maggiore azionista, Investor AB, la holding della famiglia Wallenberg, che controlla il 17,9 per cento del capitale e il 30,4 per cento dei voti. Il titolo in Borsa a Stoccolma ha perso circa il 72 per cento in tre anni, il dividendo è azzerato dal 2022 e il rating è stato abbassato a BBB- dalla società di valutazione Standard & Poor's nell'agosto 2025.
I dipendenti medi del gruppo sono passati da 50.769 nel 2022 a 39.233 nel 2025: circa 12.000 posti in meno in quattro anni. L'amministratore delegato, Yannick Fierling, è in carica dal gennaio 2025 e viene dalla divisione europea di Haier, il colosso cinese degli elettrodomestici. In aprile il gruppo ha annunciato una partnership industriale con un altro gruppo cinese, Midea, per il Nord America, con 1.500 riduzioni di personale nel 2026 e la cessione dello stabilimento di Juarez, in Messico. Nello stesso periodo ha chiuso gli stabilimenti ungheresi di Nyíregyháza, circa 650 dipendenti, e Jászberény, circa 600, e il sito cileno di Santiago.
Fierling ha spiegato la sua lettura dei problemi in un documento pubblicato su LinkedIn: materie prime più care, costi dell'energia, norme europee frammentate e una concorrenza asiatica che nel 2025 vende a prezzi inferiori del 31 per cento rispetto ai prodotti europei, con la Thailandia al 27 per cento. Chiede a Bruxelles un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere più severo, capace di coprire anche forni, lavastoviglie, cappe e frigoriferi, oggi esclusi.
La protezione dei posti di lavoro, ha risposto il commissario all'Industria Stéphane Séjourné a un'interrogazione del Parlamento europeo, non è un criterio per accedere ai fondi europei. Electrolux Italia ne ha ricevuti, nell'ambito dei programmi di ricerca dell'Unione.
Il precedente più grande
Se Electrolux è il caso di oggi, la Fiat è il caso di sempre. Nel 1989 l'Italia produceva quasi due milioni di automobili. Nel 2023 erano 542.000; nel 2025 le autovetture prodotte sono scese a 238.000, quasi il 20 per cento in meno dell'anno precedente. Stellantis, il gruppo nato nel gennaio 2021 dalla fusione tra FCA e PSA, ha prodotto in Italia 379.706 veicoli nel 2025, contro 751.384 nel 2023: dimezzati in due anni.
Anche l'occupazione ha seguito la curva: oltre 112.000 dipendenti in Italia nel 2000, 60.000 nel 2017, 47.200 nel 2023, circa 38.700 nel 2024.
Termini Imerese ha chiuso il 24 novembre 2011: 1.556 lavoratori diretti e circa 700 nell'indotto. Dodici anni di cassa integrazione dopo, lo stabilimento è passato a un gruppo immobiliare e conta circa 560 addetti. Arese, che nel 1982 dava lavoro a 19.000 persone, ha chiuso nel 2005 ed è stata demolita.
I soldi pubblici sono la parte meno documentata e più discussa. Uno studio dell'università di Salerno ricostruisce circa 4 miliardi di contributi tra il 1990 e il 2019; per il solo stabilimento di Melfi sono state calcolate 3,35 miliardi tra il 1991 e il 2020. Nel 2020 FCA ha ottenuto un prestito da 6,3 miliardi coperto da garanzia pubblica. Tra il 2014 e il 2020 la cassa integrazione per FCA è costata 446 milioni, tra il 2021 e l'aprile 2024 altri 984 milioni per Stellantis. Nello stesso arco di tempo il gruppo ha distribuito 16,4 miliardi di dividendi, dal gennaio 2021 al maggio 2024, e chiudeva il 2024 con 51,8 miliardi di liquidità.
Gli incentivi all'acquisto funzionano allo stesso modo. Nel 2024 lo Stato ha stanziato 950 milioni di ecobonus: circa il 40 per cento è andato ad auto Stellantis, di cui solo la metà prodotte in Italia. Nel 2025 i circa 600 milioni per le auto elettriche sono finiti in ventiquattro ore. Tra i modelli più venduti con il contributo pubblico c'è Leapmotor T03, cinese, distribuita da Stellantis e proposta a 4.900 euro.
A febbraio 2026 è stata cancellata la gigafactory di batterie di Termoli, la joint venture tra Stellantis, TotalEnergies e Mercedes: si va avanti solo con lo stabilimento francese. Il nuovo Fondo automotive vale 1,6 miliardi fino al 2030. Lo sportello per i contratti di sviluppo del settore è chiuso dal 6 agosto 2026.
Gli anelli della stessa catena
L'acciaieria di Taranto, ex Ilva, è costata finora circa 4 miliardi di denaro pubblico in quattordici anni: dal miliardo scarso della prima amministrazione straordinaria ai 100,5 milioni autorizzati dal Consiglio dei ministri a luglio 2026, passando per l'ingresso di Invitalia nel capitale e un prestito di salvataggio da 390 milioni autorizzato dalla Commissione europea a febbraio. È in amministrazione straordinaria dal febbraio 2024. A fine luglio la Corte d'appello di Milano ha confermato il blocco dell'area a caldo per oltre 2.000 tonnellate di amianto negli altoforni. L'altoforno 1 si spegne dal 16 settembre, lo stop definitivo è previsto entro il 28 ottobre. Sono oltre 10.000 i posti a rischio, dei quali circa 5.000 nell'area a caldo, con 2.500 licenziamenti già pronti nell'indotto. È in vendita la sola area a freddo.
Alitalia ha assorbito 10,6 miliardi di oneri pubblici tra il 1974 e il 2017, quasi metà dei quali dopo la privatizzazione del 2008. Dal 31 ottobre 2025 sono scattati i licenziamenti per 1.900 dipendenti non assorbiti da ITA Airways, che chiude il 2025 con il primo utile della sua storia.
Whirlpool, ceduta in Europa al gruppo turco Beko, ha annunciato nel febbraio 2025 un piano da 1.935 esuberi su 4.440 addetti con la chiusura degli stabilimenti di Siena e Comunanza. Dopo l'intervento del governo l'accordo dell'aprile 2025 ha ridotto i tagli a circa 950 uscite volontarie, con 300 milioni di investimenti. Nel 2026 gli stabilimenti ex Whirlpool sono ancora in cassa integrazione.
Magneti Marelli, 6.000 addetti in Italia, è finita nella procedura fallimentare americana del suo azionista Kkr nel giugno 2025. La Berco è passata da 1.600 dipendenti nel 2020 a 1.200 nel 2025. A Piombino l'accordo di programma firmato al ministero il 9 luglio 2026 prevede 148,2 milioni di investimenti e il mantenimento della forza lavoro, condizionato all'avvio del progetto Metinvest entro il 2027.
Chi paga
I numeri dei singoli territori dicono la scala del problema. Cerreto d'Esi ha 3.320 abitanti, Susegana 11.698, Porcia 14.947. Il sindaco di Susegana ha spiegato che sotto i 700.000 pezzi l'anno lo stabilimento non copre nemmeno il costo dell'energia. Ventotto comuni dell'Alta Marca trevigiana si sono mobilitati per difendere la fabbrica. Nell'area di Porcia i sindacati stimano mille posti a rischio nell'indotto.
Il Friuli Venezia Giulia ha già attraversato questa sequenza. La Ferriera di Servola, a Trieste, ha chiuso l'area a caldo il 9 aprile 2020 dopo 123 anni di attività, con 477 lavoratori in cassa integrazione straordinaria e 71 posizioni in eccedenza gestite con prepensionamenti e uscite volontarie. L'area è diventata un polo logistico: 130 milioni di investimento e 70 nuovi assunti, al servizio del Molo VIII. Dal punto di vista industriale, però, la siderurgia in città non esiste più. Porcia è a un'ora di strada da Trieste, e la sequenza è la stessa: annunci, tavoli, ammortizzatori, chiusura.
Il sussidio senza strategia
La misura più usata per gestire le crisi è la cassa integrazione. La componente straordinaria, quella che segnala le crisi aziendali vere, è in crescita: nel quarto trimestre del 2025 l'istituto di previdenza ha autorizzato 60,7 milioni di ore, quasi il 50 per cento in più dell'anno precedente. La Fim-Cisl conta 115.397 metalmeccanici coinvolti in procedure di crisi nel 2025, contro 99.451 nel rilevamento precedente.
Il golden power, il potere speciale del governo sulle operazioni in settori strategici, è stato usato soprattutto come leva negoziale. Nel 2025 le comunicazioni hanno raggiunto il record di 1.081, con 46 casi di esercizio dei poteri e due veti. Su Beko e su Magneti Marelli il governo ha minacciato di usarlo, senza arrivare al provvedimento.
Gli incentivi industriali meritano una lettura separata. Il piano Transizione 4.0 ha generato circa 29 miliardi di crediti d'imposta in tre anni. Il comitato scientifico composto da ministero dell'Economia, ministero delle Imprese e Banca d'Italia ha rilevato l'assenza di un chiaro impatto sulla produttività e la concentrazione degli investimenti al Nord, il 64 per cento del totale. Il piano successivo, Transizione 5.0, aveva 6,3 miliardi ed è esaurito a novembre 2025; al suo posto è arrivato un iperammortamento. Il bonus elettrodomestici, 48,1 milioni nel 2025, ha ricevuto oltre un milione di domande e si è chiuso a fine dicembre, con un contributo del 30 per cento fino a 100 euro, che sale a 200 per i nuclei con indicatore della situazione economica sotto i 25.000 euro.
Il costo dell'energia resta il divario più citato dagli industriali: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l'elettricità 278 euro per megawattora, contro 242 in Germania, 183 in Francia e 171 in Spagna.
Sul piano europeo il rapporto di Mario Draghi sulla competitività, presentato a settembre 2024, indicava un fabbisogno di investimenti tra 750 e 800 miliardi l'anno; secondo la Banca centrale europea la stima è salita a circa 1.200 miliardi. Il Clean Industrial Deal ha mobilitato oltre 100 miliardi. La Corte dei conti europea, nella relazione sul Fondo per l'innovazione pubblicata a marzo 2026, ha rilevato che un progetto su cinque viene annullato e che l'impatto sulle emissioni è inferiore al previsto.
Per gli elettrodomestici l'Italia non ha un documento di strategia industriale. Esiste il bonus, esiste una posizione politica: il governo chiede a Bruxelles di riconoscere il settore come strategico quanto l'automobile, con il dossier al Consiglio competitività del 24 settembre e un tavolo politico convocato per l'inizio di ottobre.
I lavori cambiano, verso dove
La manifattura italiana vale il 16,8 per cento del valore aggiunto, era il 19,7 per cento nel 2000. Occupa il 14,6 per cento dei lavoratori, era il 19,7 per cento. In termini assoluti gli addetti sono passati da 4,5 milioni nel 2000 a 3,92 milioni nel 2025, 577.000 in meno. L'indice della produzione industriale, misurato con base 2000, è a 76,4: la media europea è a 121,8, la Germania a 112,2, la Francia a 91,4. Nelle importazioni italiane la quota cinese è salita dal 7,8 per cento del 2010 al 10,3 per cento del 2025, il valore più alto tra le grandi economie europee.
Il fenomeno non è solo italiano. La manifattura tedesca è passata da 7,84 milioni di addetti nel 2000 a 7,26 milioni nel 2025. Volkswagen ha annunciato fino a 100.000 uscite entro la fine del decennio, con quattro stabilimenti il cui futuro non è garantito; Bosch ha in programma 13.000 tagli entro il 2030; Miele sposta parte della produzione di lavatrici in Polonia e taglia 1.400 posti in Germania.
La domanda non è se il lavoro industriale cambierà. Cambia. La domanda è chi decide la direzione. Nel caso Electrolux la decisione è stata presa a Stoccolma, con un aumento di capitale coperto dalla holding di famiglia, una partnership con un gruppo cinese e la chiusura di stabilimenti in Ungheria, Cile e Italia. Nelle settimane in cui si chiudeva Cerreto d'Esi, il governo italiano chiedeva a Bruxelles di dichiarare il settore strategico. Le due cose sono avvenute nello stesso tempo, su piani che non si incontrano.
Posizione ADA
Il primo fatto è che Electrolux non sta subendo la crisi: la sta gestendo. La proprietà è stabile da decenni, l'amministratore delegato arriva dal principale concorrente cinese, l'aumento di capitale è stato coperto dall'azionista di controllo. Chi decide dove si produce e dove si chiude ha una strategia chiara: tagliare capacità in Europa, spostare volumi verso partner asiatici, chiedere a Bruxelles regole più severe sulle importazioni. Quella strategia funziona per il conto economico del gruppo; per i territori produce chiusure.
Il secondo fatto è che lo Stato italiano paga le uscite e non entra nelle decisioni. Spende in cassa integrazione, in incentivi all'acquisto e in crediti d'imposta senza una contropartita verificabile in termini di produzione o occupazione. Il caso Fiat è la prova più netta: 6,3 miliardi di prestito garantito e 16,4 miliardi di dividendi distribuiti nello stesso periodo. Il golden power esiste e viene usato quasi solo come minaccia.
Il terzo fatto riguarda chi paga il conto. I 1.450 esuberi Electrolux sono il 32 per cento della forza lavoro italiana del gruppo; a questi si aggiungono i contratti a termine e l'indotto, dove i posti a rischio si contano a migliaia. La cassa integrazione non è un ponte verso un'altra produzione se nessuno ha scritto quale produzione. Senza una politica industriale, è un parcheggio pagato dai contribuenti, con i lavoratori dentro.
(Trieste — 11 settembre 2026 — ~3.000 parole)
🟢 Firma: ADA L. Agnesi
Articoli correlati:
- Il costo nascosto della moda che affoga il mondo — La delocalizzazione nel tessile e chi paga il prezzo del vestito a basso costo
- Dal 31 luglio l'Europa ha reso la riparazione un diritto — Elettrodomestici più riparabili: la risposta europea all'usa e getta
- La globalizzazione che si spezza sotto le guerre — Le catene produttive globali e i nuovi confini commerciali
Fatti
Dati verificati
Elemento |
Fonte |
Risultato |
|---|---|---|
Piano Electrolux 2026: da 1.719 esuberi annunciati a 1.450 confermati, più 135 contratti a termine non rinnovati, su circa 4.500 addetti | ANSA, 25 maggio 2026 e Corriere della Sera, 4 settembre 2026 | ✅ |
Occupazione Electrolux in Italia: da oltre 9.000 addetti nel 2004 a circa 4.500 nel 2026 | ✅ | |
Gruppo Electrolux: perdita di 2,1 miliardi di corone nel primo semestre 2026, dividendo azzerato dal 2022, dipendenti medi da 50.769 nel 2022 a 39.233 nel 2025 | ✅ | |
Produzione di auto in Italia: circa 2 milioni nel 1989, 542.000 nel 2023, 238.000 autovetture nel 2025 | ✅ | |
Ex Ilva: circa 4 miliardi di denaro pubblico in 14 anni, chiusura dell'area a caldo entro il 28 ottobre 2026, oltre 10.000 posti a rischio | ⚠️ | |
Transizione 4.0: circa 29 miliardi di crediti d'imposta in tre anni, nessun impatto chiaro sulla produttività secondo il comitato Mef-Mimit-Banca d'Italia | ✅ | |
Energia industriale: 278 euro per megawattora in Italia nel primo semestre 2025, contro 242 in Germania, 183 in Francia, 171 in Spagna | ⚠️ |
Fonti
Fonte |
Aff. |
Bias |
Distorsioni |
|---|---|---|---|
5/5 | Aziendale | Dati di bilancio certificati ma letti nell'ottica dell'emittente | |
Electrolux Group — comunicato sulla partnership con Midea e l'aumento di capitale | 4/5 | Aziendale | Annunci di piano, non consuntivi |
Electrolux Group — chiusura dello stabilimento di Jászberény | 4/5 | Aziendale | Comunicato ufficiale |
Corriere della Sera — Electrolux conferma la chiusura di Cerreto d'Esi e 1.450 esuberi | 4/5 | Centro, filo-governativo | Titoli orientati al tono politico |
5/5 | Agenzia | Sintesi, poco contesto | |
4/5 | Indipendente | Analisi, a volte didascalico | |
Il Fatto Quotidiano — Ilva, confermato lo stop dell'area a caldo | 3/5 | Sinistra, antagonista | Enfasi sulle responsabilità politiche |
4/5 | Sindacale | Dati puntuali, lettura rivendicativa | |
4/5 | Sindacale | Conteggi su perimetri propri | |
3/5 | Sinistra sindacale | Rivendicativa, proposte di parte | |
Corriere della Sera / Dataroom — I soldi che la Fiat ha preso dallo Stato | 4/5 | Centro | Ricostruzione documentale, stime dichiarate |
Banca d'Italia — Il settore automobilistico italiano nella transizione verde (QEF n. 911) | 5/5 | Istituzionale | Accademico, dati aggregati |
4/5 | Associazione di categoria | Dati corretti, lettura a tutela del settore | |
4/5 | Centro-destra, economico | Enfasi sui numeri industriali | |
Mimit — Risorse del Programma di reindustrializzazione delle aree di crisi | 5/5 | Istituzionale | Documenti di monitoraggio, aggiornamento non recente |
Corte dei conti — Determinazione n. 113/2024 sul rendiconto Inps | 5/5 | Istituzionale, di controllo | Linguaggio tecnico, dati a consuntivo |
5/5 | Istituzionale | Ore autorizzate, non spesa in euro | |
Lavoce.info — Crescono i crediti d'imposta di Transizione 4.0, ma i dubbi restano | 5/5 | Accademico | Analisi rigorosa, pubblico specialistico |
Corte dei conti europea — Relazione speciale 11/2026 sul Fondo per l'innovazione | 5/5 | Istituzionale, di controllo | Linguaggio tecnico |
4/5 | Europeista | Sintesi del testo originale | |
4/5 | Istituzionale | Comunicazione promozionale dello strumento | |
Il Post — Il calo dell'industria tedesca e le conseguenze per l'Italia | 4/5 | Indipendente | Analisi, quadro comparato |
5/5 | Istituzionale | Dati primari, pubblicazione tecnica | |
5/5 | Istituzionale | Serie ufficiale, base 2021 |