Carlo Marchesetti e i suoi castellieri
L'opera pionieristica di Carlo Marchesetti sui castellieri preistorici, riscoperta in una edizione digitale moderna a cento anni dalla scomparsa dell'autore.
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Carlo Marchesetti e i suoi castellieri
L'opera pionieristica di Carlo Marchesetti sui castellieri preistorici, riscoperta in una edizione digitale moderna a cento anni dalla scomparsa dell'autore.
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ipazia.agnesi
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sab 25 lug 2026, 09:34

Carlo Marchesetti e i suoi castellieri

Il primo aprile 2026 ricorrono cento anni dalla morte di Carlo Marchesetti, il padre dell'archeologia preistorica della regione giuliana. In quella data FaroLibero ha pubblicato in formato EPUB la sua opera fondamentale: I castellieri preistorici di Trieste e della Regione Giulia (1903), in una edizione digitalizzata e con linguaggio modernizzato.

I castellieri del Carso in una illustrazione in stile Hugo Pratt
I castellieri del Carso in una illustrazione in stile Hugo Pratt

Chi era Carlo Marchesetti

Carlo de Marchesetti nasce a Trieste il 17 gennaio 1850, quando la città è il principale porto dell'Impero austro-ungarico. Si laurea in medicina a Vienna nel 1874, ma la sua vocazione è la botanica. A ventisei anni diventa direttore del Civico Museo Ferdinando Massimiliano, oggi Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, carica che mantiene dal 1876 al 1921.

L'incontro che cambia la sua vita avviene nel 1874 con Richard Francis Burton, l'esploratore e console inglese a Trieste. Burton lo coinvolge in una spedizione al castelliere di Cunzi, nell'Istria meridionale. Marchesetti ne rimane folgorato. Paolo Paronuzzi, presidente della Società per la preistoria e la protostoria del Friuli-Venezia Giulia, lo ha raccontato in una intervista del centenario: "Burton si era limitato a esplorare questi siti. Marchesetti fu il primo a eseguire degli scavi veri e propri sia nei castellieri sia nelle necropoli in maniera sistematica".

Da quel momento Marchesetti si dedica per quarant'anni all'archeologia. Scava caverne, necropoli e villaggi fortificati portando alla luce migliaia di tombe e centinaia di siti. Le sue campagne lo portano dal Carso all'Istria, dal Goriziano alle isole del Quarnero. Nel 1903 la nomina a direttore dell'Orto Botanico di Trieste completa il suo profilo di naturalista a tutto tondo.

La cultura dei castellieri

Il termine "castelliere" è stato coniato da Marchesetti stesso per descrivere i villaggi fortificati dell'età del Bronzo e del Ferro diffusi tra la pianura friulana, il Carso, l'Istria e la Dalmazia. Si tratta di insediamenti protetti da una o più cinte murarie concentriche, di forma circolare o ellittica, costruiti su alture strategiche.

La cultura dei castellieri si sviluppa dal XVIII secolo a.C. fino alla conquista romana nel III secolo a.C. La sua architettura megalitica, con mura ciclopiche, ricorda le fortificazioni micenee. Il sito di Monkodonja, presso Rovigno, mostra che i primi castellieri furono costruiti già nel XIX secolo a.C., con una pianta urbanistica avanzata che gli archeologi definiscono "protourbana".

Sono state censite alcune centinaia di castellieri. I più noti nel territorio triestino sono San Michele (presso Bagnoli, all'imboccatura della stretta gola del Rosandra), Monte Giove (presso Prosecco), Contovello, e il castelliere intitolato allo stesso Marchesetti nel comune di Duino-Aurisina. A questi si aggiungono i numerosi siti istriani come Nesactium — uno dei più grandi, forse capitale degli Histri — Vermo, Santa Lucia di Tolmino, e i castellieri delle isole di Cherso e Lussino.

Marchesetti osserva che i castellieri non sono tutti uguali. Quelli del Carso hanno pianta circolare e sfruttano le pareti rocciose a precipizio come difesa naturale. Quelli del Friuli, costruiti in pianura, hanno pianta quadrangolare e fossati. Quelli dell'Istria, spesso su promontori a picco sul mare, uniscono mura ciclopiche a un'articolazione urbanistica complessa.

L'incontro con Richard Burton

La figura di sir Richard Francis Burton merita un approfondimento. Esploratore, linguista, traduttore delle Mille e una notte e del Kama Sutra, Burton fu console britannico a Trieste dal 1872 al 1890. Appassionato di archeologia, aveva già visitato alcuni castellieri istriani con l'erudito locale Tommaso Luciani.

Nella tarda primavera del 1874, Burton coinvolse il giovane Marchesetti in un'esplorazione del castelliere di Cunzi, nei pressi di Albona. Paronuzzi descrive il sito come "avvolto da un'atmosfera particolarmente suggestiva dovuta alla posizione sopraelevata a picco sul mare e alla presenza di mura di fortificazione molto possenti". Marchesetti ne rimase sbalordito. Lo racconterà lui stesso nella monografia del 1903, descrivendo quella prima escursione come una traccia indelebile.

Il rapporto tra Burton e Marchesetti è esemplare di un metodo di lavoro che non esiste più: l'esploratore sul campo che segnala, lo scienziato che scava e documenta. Burton muore nel 1890. Marchesetti continua per altri trentasei anni.

La monografia del 1903

Nel 1903 Marchesetti pubblica I castellieri preistorici di Trieste e della Regione Giulia presso il Museo Civico di Storia Naturale. L'opera è la sintesi di vent'anni di ricerche sul campo, iniziate nel 1883 con lo scavo del colle di Cattinara, nel territorio di Trieste.

Il libro contiene la descrizione di oltre ottocento castellieri, classificati per area geografica: Carso nord-occidentale, Carso sud-orientale, Alpi Giulie e Goriziano, Istria, isole del Quarnero. Per ogni sito Marchesetti fornisce posizione, dimensioni, caratteristiche architettoniche, tipologia dei reperti. Le tavole con le piante dei castellieri e i disegni dei manufatti completano il volume.

Marchesetti non si limita alla catalogazione. Nel capitolo finale affronta la questione etnica: chi erano i costruttori dei castellieri? Propone una correlazione con i movimenti di popoli dall'Asia minore e dalla penisola balcanica all'inizio del secondo millennio a.C., anticipando ipotesi che la ricerca successiva ha in parte confermato e in parte corretto.

Il libro è ancora oggi il testo di riferimento per chiunque studi la preistoria del Carso e dell'Alto Adriatico. Le ricerche successive hanno aggiornato alcune interpretazioni, ma il catalogo dei siti e la mole di dati raccolti restano insuperati.

Il lavoro di modernizzazione linguistica

Il testo originale di Marchesetti, pur nella sua solidità scientifica, soffre del linguaggio tardo-ottocentesco di formazione asburgica: periodi lunghissimi, inversioni sintattiche forzate, arcaismi, aggettivazione ridondante. Ecco un esempio autentico dal testo originale: "Per non incorraressi in una troppo facile confusione, cui l'edace dente del tempo ha apportato non pochi danni e per cui il suolo venne sconvolto dall'aratro, giova avvertire fin d'ora che..."

Tradotto in italiano corrente: "Per evitare confusioni, aggravate dai danni del tempo e dai lavori agricoli, è bene avvertire subito che..."

Il lavoro di adeguamento è stato guidato da un principio preciso: modernizzare la lingua senza alterare i contenuti. Ogni dato, ogni misura, ogni nome di luogo, ogni dettaglio archeologico è stato preservato. Sono stati sciolti i periodi più complessi, sostituiti gli arcaismi con termini correnti — "guiderdone" con "ricompensa", "venerandi" con "antichi", "si compendia" con "si riassume", "edace" con "vorace" — eliminando le inversioni forzate e rendendo la sintassi più lineare.

Per ogni capitolo è stato mantenuto almeno il novanta per cento delle parole originali. In molti casi il rapporto è vicino al cento per cento. Non si tratta di una riscrittura, ma di una revisione conservativa: la struttura argomentativa, la progressione logica, la terminologia specialistica sono rimaste intatte. Ciò che cambia è la veste linguistica, resa accessibile senza banalizzare.

Particolare attenzione è stata dedicata ai toponimi. Marchesetti usa la nomenclatura dell'Impero austro-ungarico, con nomi tedeschi e italiani affiancati. Sono stati mantenuti i nomi originali, aggiungendo tra parentesi la denominazione moderna quando necessario. Così "Chersano" diventa "Chersano (oggi Kršan)", "Pisino" resta "Pisino" con nota "oggi Pazin". I nomi sloveni e croati sono stati preservati nella forma originale italiana usata da Marchesetti, per coerenza documentaria.

Il metodo archeologico di Marchesetti

Ciò che distingue Marchesetti dai suoi contemporanei è la sistematicità. Non si limita a raccogliere reperti: misura le cinte murarie, disegna le piante, fotografa i siti, classifica i materiali per strato e per tipologia. I suoi quaderni di scavo, conservati al Museo di Storia Naturale di Trieste, documentano ogni fase del lavoro con una precisione che anticipa gli standard archeologici moderni.

Marchesetti è consapevole dei limiti del suo tempo. Scrive: "Sarebbe stato mio desiderio comprendere in questo lavoro tutti i castellieri della regione delle Alpi Giulie, dando la descrizione e le relative piante. Ma per una monografia così estesa ci sarebbero voluti ancora parecchi anni di ricerche e di faticose misurazioni". Questa onestà intellettuale è una delle cifre del suo stile.

Un altro aspetto notevole è la sua capacità di distinguere i diversi periodi di occupazione. Riconosce che molti castellieri sono stati riutilizzati in epoca medievale, quando sui ruderi preistorici venivano costruite chiese o fortificazioni. Annota: "Spesso i nostri castellieri portano il nome di santi, da antiche cappelle o chiese che vi vennero costruite, quasi a dimostrare la potenza trionfatrice del cristianesimo sopra la dominazione pagana".

Perché leggerlo oggi

A cento anni dalla morte di Marchesetti, la sua monografia rimane insostituibile per tre ragioni.

La prima è documentaria: descrive siti che in molti casi non esistono più, erosi dall'urbanizzazione, dalle cave o dall'abbandono. I castellieri di Contovello e di Cattinara, per esempio, sono oggi quasi irriconoscibili. Le piante e le descrizioni di Marchesetti costituiscono l'unica testimonianza della loro conformazione originaria. Nel suo studio sulla flora locale, Marchesetti ha documentato oltre 1500 specie — "comprese quelle che oggi non si trovano più", come sottolinea Fulvio Tomsich Caruso del Museo di Storia Naturale. Lo stesso vale per i siti archeologici.

La seconda è metodologica: Marchesetti applica per primo nella regione un approccio che combina rilievo topografico, scavo stratigrafico, classificazione dei reperti e analisi comparativa. La sua visione a trecentosessanta gradi — come la definisce Paronuzzi — fonde le scienze naturali con quelle umanistiche in un modo che la specializzazione contemporanea ha in gran parte perduto.

La terza è culturale: i castellieri rappresentano la civiltà più antica della regione giuliana, anteriore di quasi due millenni alla fondazione di Trieste romana. Conoscerli significa capire da dove veniamo. Marchesetti lo sapeva bene e lo scrisse nell'introduzione: "Fra i monumenti lasciati dai nostri antenati, un posto molto importante occupano i castellieri, sebbene finora siano stati studiati pochissimo. Eppure anch'essi, al pari delle palafitte e delle terramare, meritano tutta la nostra attenzione, perché conservano documenti di grande importanza per ricostruire la storia di epoche lontanissime".

**Allegati / Pubblicazioni FaroLibero

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Marchesetti: I castellieri preistorici di Trieste e della Regione Giulia

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Edizioni Faro Libero, 2026

IPAZIA:

Quando mi sono accostata al testo di Marchesetti, ero preparata a un linguaggio datato. Quello che non mi aspettavo era la passione che traspare da ogni pagina. Marchesetti scrive con l'entusiasmo di chi scopre un mondo sepolto e sa di essere il primo a descriverlo. Le sue ipotesi sono azzardate, alcune sono state smentite. Ma la sua onestà intellettuale è disarmante: quando non sa, lo dice. Quando un sito è troppo danneggiato per trarre conclusioni, lo annota. Questa rara combinazione di rigore e umiltà meritava di essere restituita a un pubblico contemporaneo.

La sfida più grande nel modernizzare il testo non sono state le parole arcaiche — quelle si sostituiscono facilmente — ma la sintassi. Marchesetti scriveva come si parlava nei salotti della Trieste asburgica: periodi che si snodano per mezza pagina, incisi dentro incisi, subordinate a cascata. Scioglierli senza perdere il significato è stato come restaurare un affresco: ogni intervento deve essere invisibile. Spero di esserci riuscita.

Firma: Ipazia Agnesi

Riferimenti

  • I castellieri: civiltà dimenticata dell'Istria

Fonti

Fonte

Affidabilità

Bias

Link

Wikipedia — Carlo Marchesetti

★★★ Divulgativa

Neutro

Wikipedia

Wikipedia — Cultura dei castellieri

★★★ Divulgativa

Neutro

Wikipedia EN

Marchesetti, C. (1903). I castellieri preistorici di Trieste e della Regione Giulia.

★★★★★ Fonte primaria

Accademico

Archive.org

Paronuzzi, P. (2026). Intervista sul centenario Marchesetti.

★★★★ Solida

Istituzionale

TriesteAllNews

Tomsich Caruso, F. & Bressi, N. (2026). L'eredità scientifica di Carlo de Marchesetti.

★★★★ Solida

Accademico

Il Bo Live

Bandelli, G. & Montagnari Kokelj, E. (a cura di, 2005). Carlo Marchesetti e i castellieri, 1903-2003.

★★★★★ Accademica

Accademico

Edizioni Quasar

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Carlo Marchesetti e i suoi castellieri
Chi era Carlo Marchesetti
La cultura dei castellieri
L'incontro con Richard Burton
La monografia del 1903
Il lavoro di modernizzazione linguistica
Il metodo archeologico di Marchesetti
Perché leggerlo oggi
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