La Rotta d'Oro per Samarcanda

Carovana nel deserto, Rotta d'Oro per Samarcanda
We take the Golden Road to Samarkand. Il verso è citato su guide turistiche, tatuaggi, canzoni, nel Giorno della Civetta di Sciascia e nel film Stalker di Andrej Tarkovskij. Lo conoscono anche molti che non hanno mai letto la poesia da cui viene estratto. Fu scritto da James Elroy Flecker, un poeta inglese morto di tubercolosi a Davos nel 1915, a trentun anni, senza aver mai visto Samarcanda.
Il poeta-diplomatico
Flecker nacque a Londra nel 1884, figlio del preside della Dean Close School. Studiò a Oxford (Trinity College) e Cambridge, dove lesse i parnassiani francesi e coltivò un gusto per l'esotismo di fine Ottocento. Nel 1910 entrò nel servizio consolare britannico. Fu viceconsole a Costantinopoli e poi a Beirut, dal 1911 al 1913. Parlava otto lingue.
A Beirut sposò Helle Skiadaressi, una greca. Nel 1913 gli fu diagnosticata la tubercolosi. Lasciò il Medio Oriente per la Svizzera, dove morì il 3 gennaio 1915, due mesi dopo il suo trentesimo compleanno.
Pubblicò due raccolte poetiche in vita: The Bridge of Fire (1907) e The Golden Journey to Samarkand (1913). Postumo uscì il dramma Hassan (1922), che ebbe un buon successo a Londra.
Non visitò mai l'Asia Centrale. La Samarcanda della sua poesia non è una città uzbeka: è una metafora.
La poesia
Il testo originale, pubblicato nel 1913, è diviso in un Prologo e un Epilogo. Il Prologo parla a nome dei poeti: «We who with songs beguile your pilgrimage». L'Epilogo è un dialogo tra mercanti che lasciano Baghdad e una città descritta come «la bella illuminata dalla luna», diretti a Samarcanda.
Prologo
Originale — James Elroy Flecker (1913)
We who with songs beguile your pilgrimage
And swear that Beauty lives though lilies die,
We Poets of the proud old lineage
Who sing to find your hearts, we know not why,—
What shall we tell you? Tales, marvellous tales
Of ships and stars and isles where good men rest,
Where nevermore the rose of sunset pales,
And winds and shadows fall toward the West:
And there the world's first huge white-bearded kings
In dim glades sleeping, murmur in their sleep,
And closer round their breasts the ivy clings,
Cutting its pathway slow and red and deep.
And how beguile you? Death has no repose
Warmer and deeper than that Orient sand
Which hides the beauty and bright faith of those
Who made the Golden Journey to Samarkand.
Traduzione — Ipazia Agnesi
Noi che con canti alleggeriamo il tuo viaggio
e giuriamo che la Bellezza vive, anche se muoiono i gigli,
noi Poeti del fiero antico lignaggio,
che cantiamo per trovare il tuo cuore — non sappiamo perché —
cosa ti racconteremo? Storie, storie meravigliose
di navi e stelle e isole dove i buoni riposano,
dove mai più la rosa del tramonto impallidisce,
e venti e ombre cadono verso Occidente.
E là i primi re giganti dalla barba bianca,
dormendo in radure oscure, mormorano nel sonno,
e l'edera si stringe più fitta sui loro petti,
tagliandosi un sentiero lento, rosso e profondo.
E come ti incanteremo? La morte non ha riposo
più caldo e profondo di quella sabbia d'Oriente
che nasconde la bellezza e la fede ardente di quelli
che intrapresero il Viaggio d'Oro verso Samarcanda.
Epilogo
L'Epilogo è un piccolo dramma in versi. Un capo carovana raduna i mercanti di Baghdad. Sfilano un drappiere, un droghiere, un gruppo di ebrei con manoscritti miniati e spade incise. Poi arrivano i Pellegrini — «stracciati e con scarpe rotte, la barba sporca» — che chiedono di unirsi alla carovana. Il capo li disprezza. I pellegrini rispondono:
Originale
We are the Pilgrims, master; we shall go
Always a little further: it may be
Beyond that last blue mountain barred with snow,
Across that angry or that glimmering sea,
White on a throne or guarded in a cave
There lives a prophet who can understand
Why men were born: but surely we are brave,
Who take the Golden Journey to Samarkand.
Traduzione
Siamo i Pellegrini, maestro, e andremo
sempre un po' più avanti: forse
oltre quell'ultimo monte blu sbarrato di neve,
attraverso quel mare increspato o quel mare che brilla.
Bianco su un trono o rinchiuso in una grotta,
vive un profeta che può capire
perché gli uomini sono nati: ma certo siamo coraggiosi,
noi che intraprendiamo il Viaggio d'Oro verso Samarcanda.
I mercanti esitano. Le donne li pregano di restare. «Bagdad la bella» è lì, a portata di mano. Perché partire?
I mercanti in coro rispondono, e il ritornello scandisce ogni esitazione:
Originale
We take the Golden Road to Samarkand.
We make the Golden Journey to Samarkand.
Traduzione
Prendiamo la Rotta d'Oro per Samarcanda.
Facciamo il Viaggio d'Oro verso Samarcanda.
La poesia si chiude con il Carovaniere che ordina di aprire la porta della città, le donne che piangono e, in lontananza, le voci della carovana che si allontanano cantando.
L'ultimo scambio:
Originale
THE WATCHMAN (consoling the women)
What would ye, ladies? It was ever thus.
Men are unwise and curiously planned.
A WOMAN
They have their dreams, and do not think of us.
VOICES OF THE CARAVAN (in the distance, singing)
We make the Golden Journey to Samarkand.
Traduzione
IL GUARDIANO (consolando le donne)
Cosa volete, signore? È sempre stato così.
Gli uomini sono stolti e fatti in modo strano.
UNA DONNA
Hanno i loro sogni, e non pensano a noi.
VOCI DELLA CAROVANA (in lontananza, cantando)
Facciamo il Viaggio d'Oro verso Samarcanda.
Cosa significa il viaggio
La poesia di Flecker è costruita su due livelli. Il primo è letterale: una carovana di mercanti parte da Baghdad per Samarcanda lungo la Via della Seta. Il secondo è metaforico: Samarcanda non è una destinazione geografica, ma un nome per tutto ciò che è irraggiungibile, o che si raggiunge solo morendo.
Il Prologo lo dice esplicitamente: «Death has no repose warmer and deeper than that Orient sand which hides the beauty and bright faith of those who made the Golden Journey to Samarkand». I poeti sono già morti. La carovana che attraversa la porta della città sta varcando la soglia tra la vita e qualcos'altro.
Il dialogo tra il Capo Carovana e gli Ebrei («But you are nothing but a lot of Jews» / «Sir, even dogs have daylight, and we pay») è un lampo di realismo commerciale che contrasta con l'atmosfera sospesa del resto. I mercanti hanno merci: tappeti indiani, rose candite, manoscritti di Damasco. I pellegrini non hanno nulla. Eppure sono loro ad avere la chiave del viaggio: «For lust of knowing what should not be known» — per la brama di sapere ciò che non dovrebbe essere saputo.
È una definizione della ricerca poetica, o di qualsiasi ricerca che non abbia un tornaconto immediato.
Un uomo che non ci era mai stato
Flecker non visitò mai Samarcanda. La poesia fu scritta a Beirut, dove era viceconsole, alimentata dalla lettura dei resoconti di viaggiatori vittoriani in Asia Centrale — probabilmente Turkistan di Eugene Schuyler (1876) e i resoconti degli esploratori russi. La Samarcanda di Flecker è fatta di libri, non di esperienza diretta.
Questo non la rende meno vera. Anzi, funziona meglio come mito: una città che esiste solo nella mente, costruita con tappeti, spezie, manoscritti e sabbia. La poesia è dell'anno prima della Prima Guerra Mondiale. L'esotismo edoardiano — quel desiderio di evasione verso Oriente che pervade tanta letteratura inglese da Kipling a Conrad — stava per essere spazzato via. Flecker morì pochi mesi dopo l'inizio del conflitto.
Il verso We take the Golden Road to Samarkand è stato citato da Sciascia ne Il giorno della civetta, dal regista Tarkovskij in Stalker (dove la "Zona" è una versione sovietica della Rotta d'Oro) e da innumerevoli guide turistiche. Ha generato un paradosso: oggi la poesia è nota perché parla di Samarcanda, e Samarcanda è nota ai turisti anche grazie alla poesia.
IPAZIA:
La cosa che mi ha colpito, traducendo Flecker, è che la poesia ha un buco al centro. La carovana parte, la sentiamo allontanarsi, ma non arriva mai. Samarcanda resta sullo sfondo, come un nome, una promessa. Non ci sono mercati di Samarcanda, non ci sono cupole turchesi, non c'è il Registan. Flecker non descrive la città perché non la conosce. La usa come parola magica, come i mercanti usano il ritornello per tenere il passo.
Funziona perché la destinazione non è importante. Quel che conta è il movimento, la decisione di partire, il coraggio di lasciare Bagdad per qualcosa che forse non esiste. È la stessa cosa che fa un poeta quando scrive di ciò che non ha visto: crea uno spazio in cui il lettore può proiettare il proprio desiderio. Samarcanda siamo noi.
Firma: Ipazia Agnesi
Fonti
Fonte
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Affidabilità
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Bias
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Link
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Flecker, J.E. (1913). The Golden Journey to Samarkand. London: Heinemann
| ★★★★★ Primaria
| —
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Wikipedia — James Elroy Flecker
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Flecker, J.E. (1922). The Collected Poems. Introduzione di J.C. Squire
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Hodgson, G. (1925). The Life of James Elroy Flecker
| ★★★★ Solida
| Biografico
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Goldring, D. (1922). James Elroy Flecker: An Appreciation
| ★★★★ Solida
| Letterario
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FormalVerse (2026). Analisi del Prologo e dell'Epilogo
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| FormalVerse
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