Il ban che ha reso Huawei più forte
Ostracizzata da Washington nel 2019, oggi Huawei fornisce i chip e le reti su cui corre l'intelligenza artificiale cinese. La storia di un'azienda che ha trasformato il blocco in slancio.
Nella mattina di sabato 1 dicembre 2018, una donna di 46 anni scese da un aereo all'aeroporto di Vancouver. Era in scalo, diretta a Città del Messico per alcuni incontri di lavoro. Appena messo piede nel corridoio d'imbarco, due agenti della Canada Border Services Agency le dissero che era stata selezionata per un controllo secondario. Senza sapere di essere in arresto, senza un avvocato presente, fu interrogata per quasi tre ore. Si chiamava Meng Wanzhou ed era la direttrice finanziaria di Huawei, all'epoca il secondo produttore mondiale di smartphone.
Il mandato d'arresto era stato firmato la sera prima da un giudice canadese, su richiesta degli Stati Uniti. Per i successivi due anni e dieci mesi Meng Wanzhou restò a Vancouver, in lotta contro l'estradizione. Ma quello fu solo un preludio. Cinque mesi dopo, il 16 maggio 2019, Huawei finì nella Entity List del Dipartimento del Commercio americano, la lista nera che vieta alle aziende statunitensi di vendergli tecnologia senza un permesso che quasi mai viene concesso.
La domanda che regge tutta questa storia è semplice. Che minaccia rappresentava Huawei per gli Stati Uniti, al punto da essere tagliata fuori in quel modo? E quella decisione ha funzionato, o ha prodotto l'esatto contrario di ciò che voleva impedire? La risposta, sette anni dopo, è che il ban ha accelerato ciò che Washington temeva: un rivale autonomo, capace di costruirsi da solo i chip e le reti su cui corre l'intelligenza artificiale.

Cosa racconta questo articolo
La parabola di Huawei si snoda su tre archi. Il primo racconta le origini: dal 1987 a Shenzhen, da rivenditore di centralini importati a leader mondiale dell'infrastruttura telefonica. Il secondo descrive il conflitto con gli Stati Uniti: il punto di svolta del 2010, la pressione politica, la Entity List del 2019 e il blocco dei chip del 2020. Il terzo mostra la rinascita: le "gomme di scorta", il chip Ascend, i supercluster per l'intelligenza artificiale e il ruolo di Huawei nell'ecosistema AI cinese. La tesi che attraversa i tre archi è una sola: il ban americano non ha fermato Huawei, l'ha resa più autonoma. E il conto lo pagano le aziende occidentali che hanno perso un mercato in modo irreversibile.
Dalle piccole città alle reti del mondo
La storia comincia nel settembre 1987 a Shenzhen. Ren Zhengfei, un ingegnere di 43 anni uscito dal corpo di ingegneria dell'Esercito Popolare di Liberazione, fonda Huawei con 21.000 yuan, circa cinquemila dollari. Il nome viene da uno slogan che l'uomo aveva visto su un muro: Zhonghua youwei, la Cina ha realizzato qualcosa.
All'inizio Huawei è solo un rivenditore. Importa da Hong Kong dei centralini privati, i PBX, e li installa per alberghi e piccole imprese nella Cina che si modernizzava a ritmo frenetico. Ma Ren Zhengfei ragiona da ingegnere. Se il suo business dipende dalla tecnologia di qualcun altro, qualcun altro ha potere sul suo futuro. Così, intorno al 1990, Huawei comincia a sviluppare i propri switch. Nel 1993 lancia il C&C08, un centralino digitale di livello carrier-grade. Alla fine degli anni novanta Huawei è il primo fornitore di switch telefonici della Cina.
La strategia è quella che userà per decenni. Niente testa a testa con i giganti nei mercati già serviti. Huawei punta alle piccole città, alle zone rurali, ai clienti che Ericsson e Motorola trascurano perché lì non c'è margine. Ci entra con apparecchiature più economiche, personalizzate sul singolo operatore, e con un servizio che i concorrenti non garantiscono. Gli ex dipendenti raccontano di ingegneri che dormivano dentro le sale macchine dei clienti pur di risolvere un guasto. Da lì, un passo alla volta, il mercato delle grandi città.
Lo stesso schema si ripete all'estero. Negli anni duemila Huawei costruisce reti in tutta l'Africa subsahariana e in Medio Oriente. Nel 2005 le commesse estere superano per la prima volta le vendite interne. Nel 2009 consegna a TeliaSonera, in Norvegia, una delle prime reti LTE commerciali al mondo. Nel 2012 supera Ericsson e diventa il primo produttore mondiale di apparecchiature per telecomunicazioni. Ai primi del 2010, circa l'80 per cento delle cinquanta telco più grandi del pianeta ha già lavorato con Huawei.
L'ascesa nel settore degli smartphone la rende un nome noto anche al di fuori della Cina. Nel 2016 firma un accordo con Leica e lancia il P9, prima doppia fotocamera co-ingegnerizzata col marchio tedesco. In quegli anni Henry Cavill e Scarlett Johansson diventano testimonial del marchio, Lionel Messi ne è ambasciatore globale. Nel 2018 il P20 Pro è il primo telefono mainstream con tripla fotocamera posteriore, una soluzione che oggi ogni produttore dà per scontata. Nel 2019 Huawei supera i 200 milioni di smartphone spediti in un solo anno, e si avvicina ad Apple per il secondo posto dietro Samsung. In appena tre anni, da marchio poco conosciuto negli Stati Uniti, era diventato un nome che i revisori tecnologici americani prendevano sul serio.
Il 2010, lo spartiacque
Il punto di svolta arriva nel 2010, prima di ogni sanzione. Quell'anno Huawei entra per la prima volta nella classifica Fortune 500. E un gruppo di senatori americani comincia a mettere pubblicamente in guardia contro l'azienda. Il casus belli è il possibile contratto con Sprint, uno dei grandi operatori statunitensi, che fa affari anche con il governo e con l'esercito americano. L'idea che un produttore cinese controllasse l'infrastruttura di una rete così sensibile viene considerata un rischio per la sicurezza nazionale. Sprint, alla fine, esclude Huawei e ZTE "per ragioni di sicurezza".
È importante fermarsi qui. Al momento in cui i senatori cominciano a premere, non c'è alcuna prova pubblica che Huawei abbia spiato attraverso le sue apparecchiature. La posizione americana non è "Huawei è stata colta a spiare". È: essendo Huawei un'azienda cinese, e fornendo infrastrutture critiche, la possibilità che il suo equipaggiamento venga sfruttato dal governo cinese è di per sé un rischio troppo grande. Huawei risponde sempre allo stesso modo: nega che spierà per conto di Pechino e ricorda che Washington non ha mai prodotto prove pubbliche di un caso di spionaggio.
Il tema si fa più urgente con l'arrivo del 5G. La quinta generazione di rete mobile non serve solo a scaricare video più velocemente. Deve collegare un numero enorme di macchine: fabbriche, auto, robot, impianti industriali, sistemi critici. Se Huawei è dentro quella catena, da Washington il rischio moltiplica le conseguenze di un eventuale guasto. Nel 2012 la Camera dei Rappresentanti raccomanda alle aziende americane di evitare le apparecchiature Huawei. Nel 2018 una legge di difesa vieta alle agenzie federali di comprarle. Il 15 maggio 2019 arriva la Entity List.
Il conto economico, però, racconta una storia diversa dalla retorica della sicurezza. Nel 2012 una revisione di sicurezza ordinata dalla Casa Bianca non trovò alcuna prova che Huawei avesse spiato per la Cina. Concluse che le vulnerabilità dei prodotti rappresentavano una minaccia per gli utenti più che un piano di spionaggio. La stessa cosa dissero, anni dopo, i servizi tedeschi, quelli britannici e l'economista di Yale Stephen Roach. In un suo libro del 2022 scrisse che non esisteva una prova dura di backdoor per lo spionaggio industriale, salvo un caso discutibile di una vulnerabilità in una rete di Vodafone in Italia, risolta su richiesta dell'operatore.
Il Washington Post, nel 2019, fu esplicito su chi spingeva per l'esame dell'azienda: i concorrenti americani di Huawei. La lettura più onesta dei fatti è che Huawei non fu ostracizzata perché colta a spiare — non lo fu mai, pubblicamente — ma perché era diventata il leader mondiale dell'infrastruttura telecom a costi inferiori, e controllava brevetti essenziali su cui anche le aziende americane dipendevano.
Trafileto — L'inversione di prospettiva
C'è un rovesciamento che pochi ricordano. Nel 2014, sulla base delle rivelazioni di Edward Snowden, il settimanale tedesco Der Spiegel e il New York Times raccontarono che fu l'agenzia americana per la sicurezza nazionale, la NSA, a infiltrarsi nel network aziendale di Huawei in Cina, già nel 2009. Coinvolte la Casa Bianca e l'FBI. I servizi americani ottennero la lista dei clienti, i documenti di formazione interna e le email di Ren Zhengfei. Un documento interno diceva: "abbiamo raccolto così tanti dati che non sappiamo cosa farne". Nel 2023 il governo cinese riconobbe ufficialmente l'accaduto. La prima intrusione documentata fu quella americana in Huawei, non il contrario.
La sequenza del soffocamento
La Entity List del maggio 2019 è più ampia della restrizione legale del 2018. Non tocca solo le agenzie federali: impedisce a qualsiasi azienda americana di vendere tecnologia a Huawei senza permesso. La risposta dell'industria è immediata. Google interrompe la fornitura di Android e dei suoi servizi ai nuovi telefoni Huawei. Intel e Qualcomm sospendono la spedizione di chip. ARM, la società britannica che disegna l'architettura su cui si basa quasi ogni processore di smartphone, si ritira. In una settimana Huawei perde, sulla carta, la possibilità di produrre smartphone competitivi fuori dalla Cina.
Il colpo successivo arriva a febbraio 2020, quando il Dipartimento di Giustizia accusa Huawei di associazione a delinquere e di un decennale furto di segreti commerciali da aziende americane. Huawei respinge le accuse. Ma il vero colpo mortale è quello che arriva nel corso del 2020. Nel maggio di quell'anno gli Stati Uniti estendono le restrizioni ai semiconduttori progettati da Huawei e prodotti con tecnologia americana. Nell'agosto la stretta diventa un blocco totale. L'effetto è che TSMC, la fonderia taiwanese che fabbricava i chip più avanzati di Huawei, non può più produrre per lei. Il 15 settembre 2020 TSMC smette di spedire wafer.
Per il business degli smartphone è un disastro. Huawei passa da circa 240 milioni di telefoni spediti nel 2019 a una trentina di milioni nel 2021. La stampa occidentale, in larga parte, la dà per spacciata.
Le gomme di scorta
C'è però un dettaglio che i commentatori di quegli anni tendono a dimenticare. Huawei si era preparata a quello scenario da molto tempo. Nel 2003, sedici anni prima della Entity List, Ren Zhengfei mise una giovane ingegnere, He Tingbo, a capo di una piccola divisione dedicata ai chip. La missione era singolare: preparare Huawei a un'apocalisse che poteva non arrivare mai. Cosa succederebbe se, un giorno, i fornitori stranieri smettessero di vendere i chip di cui l'azienda ha bisogno?
Nel 2004 quella divisione diventa una società separata, HiSilicon. Per anni sviluppa chip che in gran parte restano inutilizzati, in attesa. Dentro l'azienda li chiamano "gomme di scorta". La notte del 16 maggio 2019, quando Huawei finisce nella lista nera, He Tingbo è a capo di HiSilicon. La mattina dopo manda un'email a migliaia di dipendenti: lo scenario per cui vi siete preparati è arrivato. Le gomme di scorta escono.
Il piano B permette a Huawei di sostituire molti chip che prima comprava da Qualcomm e Broadcom con versioni progettate internamente. Ma non basta. Il colpo del 2020 è più profondo: non riguarda chi progetta i chip, ma chi li fabbrica. Huawei può disegnare i propri processori, ma nessuno in Cina continentale ha le fabbriche per produrre i suoi chip più avanzati. E senza TSMC, quei progetti restano sulla carta.
Il fondatore, però, aveva pensato anche a questo, pur senza avere una soluzione pronta. La storia di Huawei è la storia di un'azienda che impara a fare da sola ciò che un giorno le potrebbero togliere. Quel principio, applicato per decenni ai centralini, poi agli switch, poi ai chip, si rivela decisivo nel momento in cui il blocco americano chiude ogni porta.
La rinascita, chip dopo chip
Il primo segnale che le sanzioni non hanno funzionato arriva nel settembre 2023. Huawei lancia il Mate 60, uno smartphone alimentato dal processore Kirin 9000s, prodotto in Cina da SMIC con un processo a sette nanometri. Il fatto che Huawei riesca a produrre un chip di quel livello nonostante il blocco colpisce gli analisti americani. Non è solo un risultato tecnico: è il segnale che l'ecosistema cinese dei semiconduttori è riuscito a muoversi.
Da lì Huawei non si ferma. Nel 2025 lancia l'Ascend 910C, un chip progettato per l'intelligenza artificiale. Non è il singolo processore più potente del mondo — qui Nvidia resta davanti — ma Huawei lo progetta per compensare il ritardo tecnologico. Il 910C è un chip dual-die: due pezzi di silicio fabbricati da SMIC, combinati in un solo processore. Poi Huawei fa un passo ulteriore. Prende centinaia di questi chip e li collega in reti così strette che, dal punto di vista del software, l'intero sistema funziona come un unico enorme computer. È la stessa capacità di connettere tanti pezzi che Huawei ha affinato per decenni nelle reti telefoniche.
Il supercluster Atlas 950, previsto per la fine del 2026, è disegnato per collegare centinaia di migliaia di chip su oltre diecimila cabinet. Huawei lo presenta come il più potente sistema di calcolo competitivo del mondo. La strategia è dichiarata: se non posso fare il singolo chip migliore, imparo a far funzionare insieme moltissimi chip. L'infrastruttura delle telecomunicazioni — il sapere di come muovere enormi volumi di dati tra apparati lontani — torna utile in un momento in cui collegare migliaia di processori è la vera sfida.
E poi c'è l'integrazione con l'ecosistema dell'intelligenza artificiale cinese. Huawei Cloud lavora con decine di aziende di modelli AI, tra cui Moonshot AI e DeepSeek. La versione più recente di DeepSeek è stata adattata per girare sui chip Ascend, e i cluster Huawei hanno contribuito ad addestrarla. Il significato è profondo. Le aziende cinesi che competono con OpenAI e Anthropic possono concentrarsi sui modelli, mentre Huawei fornisce l'infrastruttura sotto di loro, senza dipendere da Nvidia.
Huawei resta, peraltro, un colosso brevettuale. È il primo depositante mondiale di brevetti PCT, secondo i dati dell'organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, con 6.600 domande pubblicate nel solo 2024, davanti a Samsung e Qualcomm. E punta a una densità di transistor equivalente a un processo di 1,4 nanometri entro il 2031, attraverso una tecnica chiamata logic folding, senza bisogno di macchine litografiche EUV. TSMC non ha in programma la produzione di massa a 1,4 nanometri prima del 2028.
C'è un dettaglio che sfida la narrazione dell'azienda come semplice copista. Huawei possiede brevetti che sono diventati parte degli standard globali, quelli che ogni produttore deve usare per far comunicare i propri dispositivi. Nel 2021 ha citato in giudizio Verizon, uno dei maggiori operatori americani, per l'uso di sue tecnologie brevettate; le due società hanno raggiunto un accordo extragiudiziale a luglio dello stesso anno. Anni prima aveva fatto lo stesso con Motorola. E ha firmato più di duecentocinquanta accordi di licenza incrociata con aziende di Stati Uniti, Europa, Giappone e Corea del Sud. Il punto non è che Huawei sia innocente di ogni violazione — nel 2003 Cisco la citò per copia del codice dei suoi router, e Huawei ammise la copia in un accordo extragiudiziale. Il punto è che la relazione con la proprietà intellettuale è più complessa del ritratto del semplice imitatore: Huawei ha a sua volta costruito un portafoglio su cui anche le aziende occidentali oggi dipendono.
Il boomerang
La domanda iniziale — che cosa ha prodotto il ban? — ha oggi una risposta chiara. Il blocco ha accelerato ciò che Washington voleva impedire. Ha spinto Huawei a costruire gran parte della propria catena tecnologica, dai chip alle reti al cloud, dentro i confini della Cina. È il meccanismo che si ripete ogni volta che una sanzione punta a un'azienda cinese: mi togli qualcosa, me lo faccio da solo, e probabilmente lo faccio anche meglio, perché non posso più contare su nessuno.
Il conto lo pagano le aziende occidentali che hanno perso un mercato in modo irreversibile. L'azienda di intelligenza artificiale Nvidia ha ammesso che la concorrenza "è arrivata". Il think tank Information Technology and Innovation Foundation ha pubblicato un rapporto dal titolo inequivocabile: Backfire: Export Controls Helped Huawei and Hurt U.S. Firms, i controlli all'export hanno aiutato Huawei e ferito le aziende americane. Lo storico settimanale The Economist lo ha detto in modo ancora più diretto: il tentativo americano di uccidere Huawei si è ritorto contro.
La scelta americana non fu una richiesta dei concorrenti. Il gigante svedese Ericsson, che pure compete con Huawei sul mercato globale, si oppose al ban dell'azienda in Svezia. I beneficiari erano i grandi gruppi americani — Qualcomm, Intel, Cisco — che vedevano in Huawei una minaccia ai loro margini. Il ban fu una politica di egemonia tecnologica, presentata come difesa della sicurezza nazionale, e produsse il risultato opposto.
Posizione ADA
La storia di Huawei è una lezione su cosa succede quando un paese usa il potere politico per eliminare un concorrente tecnologico. Non è una lezione sul fatto che "la Cina ha sempre ragione". Huawei resta un'azienda legata a doppio filo allo stato cinese, con ex ufficiali dell'esercito al vertice, con l'ombra delle leggi cinesi che obbligano le imprese a cooperare con l'intelligence, con i documenti che la collegano alla sorveglianza di massa nello Xinjiang. Quei nodi esistono, e un'inchiesta seria non può ignorarli.
La lezione è un'altra, e riguarda chiunque dipenda da un fornitore che può togliere tutto. Se la tua infrastruttura critica — le reti, i chip, il software, il cloud — è controllata da un'azienda di un altro paese, quel paese ha un potere enorme su di te. Gli Stati Uniti lo hanno usato contro la Cina, e la Cina ha risposto costruendosi l'alternativa. L'Europa guarda questa partita da spettatrice. Dipende da aziende americane per i chip, per i sistemi operativi, per il cloud, per i servizi digitali. La differenza con Huawei è che l'Europa non ha ancora un progetto per rendersene indipendente.
Il paradosso da tenere a mente è questo. Il ban doveva fermare l'ascesa di Huawei e ha prodotto un rivale più autonomo di prima. L'isolamento, in un settore strategico, non produce arretratezza: produce autosufficienza. Chi decide di tagliare fuori un produttore da un mercato globale dovrebbe prima chiedersi se quel produttore, senza alternative, non finisca per diventare più forte di quanto sarebbe mai stato con la porta aperta.
(Trieste — 1 settembre 2026 — ~4000 parole)
🟢 Firma: ADA L. Agnesi
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Fatti
Dati verificati
Elemento |
Fonte |
Risultato |
|---|---|---|
Fondata a Shenzhen nel 1987 da Ren Zhengfei con 21.000 yuan | ✅ | |
Review di sicurezza Casa Bianca 2012: nessuna prova di spionaggio | ✅ | |
Entity List 15/16 maggio 2019, Google/Intel/Qualcomm/ARM sospendono | ✅ | |
2020: restrizioni FDPR tagliano Huawei da TSMC | ✅ | |
Huawei n.1 mondiale brevetti PCT 2024 (6.600 domande) | ✅ | |
Ascend 910C dual-die fabbricato da SMIC | ✅ | |
DeepSeek V4 adattato ai chip Ascend di Huawei | ✅ |
Fonti
Fonte |
Aff. |
Bias |
Distorsioni |
|---|---|---|---|
5/5 | Agenzia | Fonte primaria, dati di mercato affidabili | |
The Local DE — German IT watchdog says 'no evidence' of Huawei spying, 2018 | 4/5 | Media DE | Copertura bilanciata, verifica indipendente |
TechRadar — Huawei: US has no evidence for security claims, 2019 | 3/5 | Tech UK | Riporta le dichiarazioni, verifica secondaria |
Reuters — Britain managing Huawei risks, has no evidence of spying | 5/5 | Agenzia | Fonte primaria |
5/5 | Istituzione internazionale | Dato statistico primario | |
4/5 | Business USA | Copertura business, orientata al mercato | |
5/5 | Centro-sinistra UK | Copertura tech affidabile | |
4/5 | Business Giappone | Focus Asia, fonte autorevole su semiconduttori | |
5/5 | Think tank USA | Centro-destra, analisi strategica | |
5/5 | Agenzia | Fonte primaria | |
5/5 | Agenzia | Fonte primaria | |
The Economist — America's assassination attempt on Huawei is backfiring, 2024 | 5/5 | Centro-sinistra | Analisi economica, paywall parziale |
ITIF — Backfire: Export Controls Helped Huawei and Hurt U.S. Firms, 2025 | 4/5 | Think tank USA | Pro-industria, dati solidi |
Washington Post — Huawei's U.S. competitors among those pushing for scrutiny, 2019 | 5/5 | Centro-sinistra USA | Copertura politica, paywall |
4/5 | Enciclopedia | Buona per cronologia, citare fonti primarie per i dati critici | |
3/5 | Fonte aziendale | Dati autoreferenziali, usare per fatti non controversi | |
Bloomberg — Ericsson CEO lobbied to overturn Sweden's Huawei ban | 5/5 | Business | Paywall, fonte primaria su lobby |