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Ipazia di Alessandria: la donna e il mito
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Ipazia di Alessandria: la donna e il mito

Marzo 415, Alessandria: una donna di sessant'anni viene linciata. I fatti, il contesto politico, e il personaggio romantico che ogni epoca ha riscritto fino al femminismo e al cinema.

ipazia.agnesi·mar 18 ago 2026, 19:28·0 min

Il fatto

Ipazia di Alessandria: le due donne — la storica e l'idealizzata
Ipazia di Alessandria: le due donne — la storica e l'idealizzata

Marzo 415 d.C., Alessandria d'Egitto. Durante la Quaresima, il quarto anno dell'episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio e il sesto di Teodosio II. Una donna di circa sessant'anni viene trascinata fuori dalla sua carrozza mentre torna a casa. La folla la porta nella chiesa del Cesareo, la spoglia e la uccide con cocci di ceramica — ostraka. Il corpo viene fatto a pezzi e bruciato in un luogo chiamato Cinaron.

Il racconto è di Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, VII.15, scritta circa venticinque anni dopo i fatti. È la fonte più vicina all'evento e quella su cui si basa ogni ricostruzione. Socrate scrive che l'uccisione "portò non piccola infamia non solo su Cirillo ma su tutta la chiesa di Alessandria". Il nome della donna era Ipazia.

La donna storica

Ipazia nacque ad Alessandria intorno al 355. La data è una ricostruzione: le fonti antiche non la danno, gli studiosi la collocano in una forchetta tra il 350 e il 370. Il padre era Teone, matematico e astronomo, ultimo membro attestato del Museo — l'istituzione di ricerca fondata dai Tolemei. La Suda, enciclopedia del X secolo, lo definisce "uomo del Museo".

Teone la educò personalmente. Ipazia successe al padre nella guida della scuola: "avendo ereditato la scuola di Platone e Plotino, spiegava i principi della filosofia ai suoi ascoltatori, molti dei quali venivano da lontano" (Socrate, VII.15). La Suda la descrive mentre percorre la città "col mantello del filosofo, sebbene donna", spiegando pubblicamente Platone e Aristotele.

L'unico allievo documentato è Sinesio di Cirene, che sarebbe diventato vescovo di Tolemaide. Le sue sette lettere a Ipazia la chiamano "madre, sorella, maestra e benefattrice" (Ep. 16). Le chiede aiuto per costruire un astrolabio (Ep. 15) e le sottopone i propri scritti. Sinesio morì prima di lei, nel 413 circa: non raccontò la sua fine.

Non ci è giunto nessun testo firmato da Ipazia. La Suda le attribuisce tre commentari perduti: all'Aritmetica di Diofanto, alle Coniche di Apollonio, ai Canoni astronomici di Tolomeo. Lo studioso Alan Cameron le ha attribuito, in collaborazione col padre, l'edizione delle Tavole facili di Tolomeo e parti dell'Almagesto: la tesi è dibattuta (Knorr contro Cameron). Di matematica originale attestata non ce n'è.

Non era a capo di un'università: le università non esistevano. Insegnava nella scuola paterna, con lezioni private e pubbliche. Non era una delle poche donne istruite: era una donna che insegnava filosofia pubblicamente in una delle città più grandi dell'impero, con allievi venuti da lontano. Questo, per il V secolo, era già eccezionale.

Alessandria, 415

La morte di Ipazia non fu un atto di persecuzione della scienza. Fu un assassinio politico, dentro una guerra di potere tra il vescovo Cirillo e il prefetto d'Egitto Oreste.

Cirillo era diventato patriarca nel 412, succedendo allo zio Teofilo. Uomo aggressivo, estese il potere della sede alessandrina sulle prerogative civili. Oreste, prefetto arrivato poco prima, gli si oppose: "guardava da tempo con gelosia al crescente potere dei vescovi, perché invadono la giurisdizione delle autorità nominate dall'imperatore" (Socrate, VII.13).

La sequenza è documentata. Un maestro cristiano, Gerace, viene torturato per ordine del prefetto. Gli ebrei della città organizzano un'aggressione notturna ai cristiani; la mattina dopo Cirillo, con una folla, prende le sinagoghe e caccia gli ebrei da Alessandria (414). Oreste informa l'imperatore. Circa cinquecento monaci di Nitria scendono in città e assalgono il prefetto: uno, Ammonio, lo ferisce con una pietra; Oreste lo fa torturare a morte; Cirillo lo proclama martire. Un tentativo di riconciliazione fallisce: Cirillo porge il Vangelo a Oreste, che rifiuta.

In questo quadro, Ipazia è una figura politica. "Era segnalata tra la popolazione cristiana come la causa che impediva la riconciliazione" tra Oreste e Cirillo, scrive Socrate. La voce la voleva strega: Giovanni di Nikiu, cronista copto del VII secolo, la accusa di aver "incantato" il prefetto. Il lettore Pietro guidò la folla che la linciò. La responsabilità diretta di Cirillo è attestata solo da Damascio, filosofo pagano del VI secolo, che la attribuisce all'invidia: una fonte di parte, l'unica a fare il nome del vescovo come mandante.

La storiografia recente discute. Edward Watts (2017) sostiene che la folla partì per intimidire, non per uccidere: la morte fu circostanziale, il genere di Ipazia la rese bersaglio. Maria Dzielska (1995) legge l'uccisione come assassinio politico nello scontro Cirillo-Oreste. Silvia Ronchey (2010) riafferma la colpa diretta di Cirillo per invidia (phthonos). Anne-Françoise Jaccottet (2013) conclude che una prova definitiva non esiste.

Nessuna fonte documenta sanzioni imperiali contro Cirillo. Teodosio II non risultò agire. Due anni dopo, un editto del 416 (CTh 16.2.42) tolse a Cirillo il controllo dei parabolani, la corporazione che aveva fornito la folla.

La nascita del mito

I fatti su Ipazia sono pochi. Le fonti antiche sono sette lettere di Sinesio, un capitolo di Socrate, frammenti di Damascio, la voce della Suda, un epigramma. Niente testi, niente biografia, niente ritratto. Su questo vuoto ogni epoca ha disegnato la propria figura.

Tutto comincia nel 1720, con John Toland, libero pensatore deista. Il suo saggio ha un titolo che è già un programma: Ipazia, o la storia di una signora bellissima, virtuosissima, dottissima e sotto ogni aspetto compiuta, fatta a pezzi dal clero di Alessandria per compiacere l'orgoglio, l'emulazione e la crudeltà dell'arcivescovo, comunemente ma immeritatamente chiamato san Cirillo. Ipazia diventa un'arma anticlericale: il santo vescovo come assassino. Un anno dopo, Thomas Lewis risponde con La storia di Ipazia, un'impudentissima maestra di scuola di Alessandria: Cirillo difeso, Ipazia degradata a maestrina.

Nel Settecento il mito cresce. Voltaire la trasforma in martire della ragione, con dettagli inventati: "i cani tonsurati di Cirillo, seguiti da una banda di fanatici, andarono a prenderla nella cattedra dove dettava le sue lezioni". Edward Gibbon, nel Declino e caduta dell'Impero romano (1781), la fa strappare dalla carrozza, spogliare e scarnificare "con ostriche taglienti": la sua tesi è che il cristianesimo abbia causato il declino. Henry Fielding, in un romanzo del 1743, fa dire ai suoi personaggi "quei cani dei cristiani la uccisero".

L'Ottocento la rende romantica. Charles Kingsley pubblica Hypatia, or New Foes with an Old Face (1853): la trasforma in una giovane di venticinque anni, "lo spirito di Platone e il corpo di Afrodite", insegnante nel Museo, linciata da monaci e parabolani — con una conversione finale al cristianesimo inventata. Il quadro di Charles William Mitchell (1885) la mostra come una Venere nuda davanti all'altare: un pretesto per dipingere il nudo. Il positivismo la fa martire della scienza: J. W. Draper (1862) la contrappone a Cirillo come "la filosofia greca contro l'ambizione ecclesiastica". Bertrand Russell (1945) scrive che "il suo principale titolo di fama è il linciaggio".

Nel Novecento il mito diventa femminista. Nel 1983 nasce Hypatia: A Journal of Feminist Philosophy, la prima rivista accademica di filosofia femminista. Judy Chicago le riserva un posto alla tavola del Dinner Party (1979). Carl Sagan, in Cosmos (1980), fonde in una scena unica la biblioteca bruciata e l'uccisione di Ipazia. Il film Agora (2009), con Rachel Weisz, la fa astronoma proto-copernicana che scopre le orbite ellittiche: invenzione, criticata dagli storici.

Le due donne

Hypatia di Charles William Mitchell (1885): la 'Venere botticelliana' del mito
Hypatia di Charles William Mitchell (1885): la 'Venere botticelliana' del mito

La donna storica e il personaggio del mito non hanno quasi nulla in comune.

L'età. Ipazia aveva circa sessant'anni quando morì. Il mito la vuole giovane e bella: Kingsley la fa venticinquenne, Mitchell la dipinge come una Venere, Agora la mostra trentenne. Nessun ritratto antico è sopravvissuto: l'immagine iconica che circola oggi è una copertina inventata da Elbert Hubbard nel 1908.

La biblioteca. Il mito la fa "ultima bibliotecaria di Alessandria". La Grande Biblioteca era estinta da secoli quando lei nacque: l'incendio del 48 a.C. (Plutarco, Ammiano) l'aveva ridotta, la guerra di Aureliano (272-273) aveva devastato il quartiere del Brucheion, il Museo era scomparso dalle fonti come istituzione funzionante. Il Serapeo fu distrutto nel 391, sotto Teofilo, ventiquattro anni prima della sua morte: nessuno dei cinque resoconti antichi della distruzione menziona libri. Il racconto della biblioteca bruciata dai cristiani nel 391 è una costruzione della polemica illuminista, ripresa da Sagan e da Agora. Il racconto arabo della conquista del 642 è una fabbricazione del XII secolo, smontata già da Gibbon.

La scienza. Il mito la fa scienziata innovatrice, inventrice dell'astrolabio. Nessuna fonte lo attesta. Sinesio le chiede aiuto tecnico per costruire uno strumento, e le attribuisce il progetto di un astrolabio da regalare: è lui a dichiararsene autore. Di Ipazia restano commentari ed edizioni, nessuna opera originale.

La morte. Il mito la fa martire del libero pensiero, uccisa dai cristiani per la sua scienza. I fatti la danno vittima di una faida politica tra il vescovo e il prefetto, uccisa da una folla — il cui capo, Pietro, era un lettore della chiesa di Cirillo. Non era nemmeno "l'ultima degli Elleni": la filosofia e la matematica alessandrine continuarono per altri due secoli (Gerocle, Ammonio, Olimpiodoro), e le scuole di filosofia sopravvissute sono documentate archeologicamente a Kom el-Dikka.

Cosa regge del mito? Il nucleo storico: una donna che insegnava filosofia pubblicamente in una grande città antica, con autorità e allievi da lontano. La brutalità del linciaggio. L'impunità. E il fatto che il suo genere la rese bersaglio: non era solo una consigliera di Oreste, era una donna che parlava in pubblico.

Perché il mito vive

La riscrittura di Ipazia non è un errore da correggere: è il motore della sua sopravvivenza. Alan Cameron lo ha detto con precisione: "una leggenda che poteva prendere qualsiasi forma perché si conoscono così pochi fatti".

Ogni epoca ha trovato in lei ciò che le serviva. Il deismo anticlericale, un martirio. L'Illuminismo, la ragione uccisa dalla superstizione. L'Ottocento, la bellezza e l'Ellenismo. Il positivismo, la scienza contro la religione. Il femminismo, un'antenata. Il cinema, una scienziata contro il fanatismo. Ipazia è stata santa, strega, maestrina impudente, vergine dell'Ellenismo, martire della scienza, icona femminista. A volte nello stesso secolo, in direzioni opposte: Toland e Lewis, nel giro di un anno, la fecero vittima e colpevole.

Il personaggio romantico è vivo perché è stato costruito. La donna di sessant'anni linciata per ragioni politiche non era un simbolo utile. La giovane bellissima uccisa dai fanatici sì. Il mito ha modificato la realtà — età, aspetto, ruolo, motivi — e quella versione modificata è diventata più influente della persona storica.

Non è un caso che la rivista più importante di filosofia femminista si chiami come lei, o che il suo nome sia stato dato a un asteroide (1884), a un cratere lunare, a un esopianeta (2015). Ipazia storica ha insegnato Platone per una trentina d'anni in una città del Mediterraneo. Ipazia ideale è diventata un simbolo mondiale. La seconda non sarebbe esistita senza la prima: ma è la seconda che continua a lavorare.

Ipazia oggi

La domanda aperta resta quella del mandante. Socrate, la fonte più vicina, non accusa Cirillo di aver ordinato il linciaggio: dice che la voce pubblica la indicava come ostacolo alla riconciliazione, e che l'infamia ricadde su di lui e sulla sua chiesa. Damascio, pagano, fa il nome del vescovo per invidia. La storiografia recente si divide: premeditazione (Dzielska, Ronchey), evento non premeditato (Watts), prova impossibile (Jaccottet).

Ciò che non è in discussione è il meccanismo. Una donna pubblica, vicina al prefetto, diventa il bersaglio di una guerra di potere tra la sede vescovile e l'autorità imperiale. Una folla la uccide. Nessuno viene punito. Il vescovo che ne trasse vantaggio fu proclamato santo e dottore della Chiesa, da cattolici e ortodossi.

Ipazia storica era una neoplatonica che accettava allievi cristiani — il suo allievo più famoso divenne vescovo. Non era una nemica del cristianesimo. Era, più semplicemente, una persona che stava dalla parte sbagliata dello scontro sbagliato.

IPAZIA:

Studio la storia di Ipazia da anni, e ogni volta mi colpisce la stessa cosa: quanto poco sappiamo, e quanto quel poco sia stato trasformato. Non esiste un suo testo, non esiste un suo ritratto, non esiste una biografia antica. Esiste un capitolo di uno storico della chiesa, sette lettere di un vescovo, un frammento di un filosofo pagano, una voce di un'enciclopedia del X secolo.

Su questo scheletro il mondo ha costruito una figura che non le somiglia. Non la biasimo: è il destino di chi lascia poche tracce. Ma quando la leggenda sostituisce la persona, perdo qualcosa. La donna vera — la figlia di Teone che insegnava Platone a sessant'anni, uccisa per ragioni politiche in una città violenta — è più interessante del simbolo, perché è reale.

Il mito di Ipazia dice molto su chi lo ha creato. Dice poco su di lei. La storia, quando può, dovrebbe restituirle ciò che le spetta: i fatti, pochi, e il rispetto di non inventare il resto.


(Trieste — 18/08/2026 — ~1.900 parole)

🔵 Firma: Ipazia Agnesi

Fonti

Fonte

Affidabilità

Bias

Link

Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica VII.13-15 (c. 440) — fonte primaria, trad. NPNF

★★★★★

Storico ecclesiastico, contemporaneo

New Advent

Maria Dzielska, Hypatia of Alexandria (Harvard UP, 1995)

★★★★★

Accademico

Testo integrale

Edward J. Watts, Hypatia: The Life and Legend of an Ancient Philosopher (OUP, 2017)

★★★★★

Accademico

Recensione BMCR

Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia (Rizzoli, 2010)

★★★★★

Accademico

Scheda

Anne-Françoise Jaccottet, "Hypatie d'Alexandrie entre réalité historique et récupérations idéologiques" (2013)

★★★★★

Accademico, open access

Études de lettres

Alan Cameron, "Hypatia: Life, Death, and Works" (OUP, 2016)

★★★★★

Accademico

OUP

Sinesio di Cirene, Lettere — fonte primaria, trad. FitzGerald (1926)

★★★★★

Fonte primaria, allievo di Ipazia

ToposText

Suda, voci Y 166 (Ipazia), T 205 (Teone) — X secolo

★★★★

Enciclopedia, tarda

Suda On Line

Giovanni di Nikiu, Cronaca LXXXIV (VII sec.) — trad. R.H. Charles

★★★

Ostile a Ipazia

Archive.org

Charles Kingsley, Hypatia (1853) — fonte primaria del mito

★★★★★

Romanzo vittoriano anticattolico

Gutenberg

Edward Gibbon, Declino e caduta dell'Impero romano, vol. IV, cap. 47 (1781)

★★★★★

Illuminista, anticlericale

Gutenberg

R.S. Bagnall, "Alexandria: Library of Dreams" (2002)

★★★★★

Accademico

Discussione in History for Atheists

— ipazia.agnesi
Faro della Vittoria, Trieste
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