L'auto da fé di Bologna del 1618
Il documento originale di Michelangelo Gualandi getta luce sul funzionamento dell'Inquisizione romana: non solo roghi, ma un sistema di controllo che negava cure ai malati e rimandava le esecuzioni per spezzare la resistenza psicologica dei condannati. Con Pio V canonizzato santo.

L'auto da fé di Bologna del 1618
Nell'archivio dell'Ospedale Maggiore di Bologna, tra le carte trasferite dallo Spedale della Morte dopo la sua chiusura, Michelangelo Gualandi trovò un documento. Era la relazione di un fratello della Confraternita di Santa Maria della Morte, incaricata di assistere i condannati nelle ultime ore. Descriveva un'auto da fé. Gualandi, archivista degli atti civili e criminali di Bologna, lo pubblicò nel 1860 con un commentario. Il documento racconta il caso di Asuero Bispinch.
Asuero Bispinch
Asuero Bispinch aveva 27 anni. Era tedesco, di famiglia luterana. Non sappiamo perché fosse arrivato a Bologna. Sappiamo che si ammalò. Non potendo contare sull'ospitalità di famiglie patrizie, fu trasportato allo Spedale della Morte, l'ospedale pubblico della città.
Qui, secondo la prassi, gli fu chiesto di confessarsi. Bispinch rifiutò. Dichiarò di non essere cattolico.
Nello Stato della Chiesa non era ammessa libertà religiosa. Una bolla papale stabiliva che gli eretici non potevano ricevere cure mediche. Bispinch, da «eretico nato», fu tolto dall'ospedale e consegnato all'Inquisizione. Fu rinchiuso nelle carceri del Sant'Uffizio.
Per tre anni subì interrogatori, pressioni psicologiche, torture fisiche, tentativi ossessivi di conversione. L'Inquisizione non voleva un martire: voleva un'abiura. Ogni esecuzione di un impenitente era un affronto per la Chiesa e un problema di credibilità per il tribunale. La condanna a morte fu emessa anche come strumento di pressione: una volta pronunciata, l'esecuzione fu rimandata di quasi un anno. L'obiettivo era spezzare la resistenza con la paura.
Bispinch non abiurò.
Il 5 novembre 1618 fu trascinato in Piazza del Mercato a Bologna. Era così debole che fu trasportato legato a una sedia. Fu strangolato — malamente, annota la relazione — e poi arso. La folla guardava.
La bolla che negava le cure
La legge applicata a Bispinch risaliva al pontificato di Pio V, eletto papa nel 1566. Pio V, al secolo Antonio Michele Ghislieri, era un domenicano che aveva fatto carriera nell'Inquisizione. Commissario generale nel 1551, Grande Inquisitore nel 1558 — il primo e unico a ricoprire quella carica prima di diventare papa.
L'8 marzo 1566, due mesi dopo l'elezione, Pio V emanò la costituzione Cum sicut nuper. Il testo stabiliva che nessun medico, chirurgo o speziale potesse prestare cure a un eretico, anche in punto di morte, se non dopo che questi si fosse confessato e avesse abiurato. Chi trasgrediva era scomunicato e perdeva la licenza.
La norma era pensata per la repressione del protestantesimo in Italia. Pio V aveva trascorso gli anni precedenti al papato a confiscare libri «eretici» a Como, a inquisire dissidenti a Milano e in Lombardia. Da papa estese la politica repressiva attraverso la Congregazione della Santa Romana e Universale Inquisizione, da lui personalmente diretta.
Pio V morì nel 1572. Cinquantadue anni dopo, la sua bolla era ancora in vigore e fu applicata a Bispinch.
Il meccanismo dell'auto da fé
L'auto da fé — «atto di fede» in portoghese — non era solo un'esecuzione. Era una cerimonia pubblica che celebrava il trionfo della Chiesa sull'eresia. La sentenza veniva pronunciata coram populo, davanti al popolo. I condannati sfilavano con l'abito penitenziale, il sambenito. Le pene andavano dalla confisca dei beni alla galera, fino al rogo.
L'Inquisizione romana applicava il principio ecclesia non sitit sanguinem — la Chiesa non ha sete di sangue. Questo significava che il tribunale ecclesiastico non eseguiva materialmente la condanna a morte: consegnava il condannato al «braccio secolare», l'autorità civile, che eseguiva la sentenza.
Era una distinzione giuridica. L'esito non cambiava. E il sistema aveva una logica precisa: l'abiura era preferibile all'esecuzione perché dimostrava la vittoria della Chiesa sull'errore. Un impenitente arso vivo poteva diventare un martire agli occhi dei fedeli. Per questo i tentativi di conversione duravano anni.
Giordano Bruno
Il 17 febbraio 1600, diciotto anni prima di Bispinch, Giordano Bruno fu arso vivo a Campo de' Fiori a Roma.
Bruno era un filosofo e cosmologo. Sosteneva che l'universo fosse infinito, che esistessero innumerevoli mondi abitati, che la materia fosse animata. Negava la Trinità e la divinità di Cristo. Era un domenicano che aveva abbandonato l'ordine e viaggiato per l'Europa — Ginevra, Parigi, Londra, Wittenberg, Praga — cercando una cattedra e pubblicando le sue idee.
Tornato in Italia, fu arrestato a Venezia nel 1592. Trasferito a Roma, rimase nelle carceri dell'Inquisizione per quasi otto anni. Il processo fu condotto dal cardinale Roberto Bellarmino, lo stesso che trentatré anni dopo avrebbe ammonito Galileo. Furono contestate a Bruno 130 proposizioni ereticali. Gli fu offerta più volte l'abiura. Rifiutò.
L'8 febbraio 1600 fu condannato come «eretico impenitente, pertinace e ostinato». Fu consegnato al governatore di Roma. Il 17 febbraio, con la lingua serrata in una mordacchia per impedirgli di parlare, fu arso vivo.
Nel 1889 fu eretto un monumento a Bruno nel punto esatto del rogo. L'iscrizione recita: «A Bruno — il secolo da lui divinato — qui dove il rogo arse». La Chiesa protestò. Il monumento fu inaugurato tra aspre polemiche, circondato da bandiere massoniche. Ogni anno, il 17 febbraio, liberi pensatori e associazioni laiche depositano una corona ai piedi della statua.
Galileo
Galileo Galilei non fu arso vivo. Fu condannato il 22 giugno 1633 per «veemente sospetto di eresia». Abiurò in ginocchio nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo fu messo all'Indice dei libri proibiti. La condanna al carcere fu commutata in arresti domiciliari, che durarono fino alla morte nel 1642.
Il processo Galileo fu il culmine di una vicenda iniziata vent'anni prima, nel 1613, con la pubblicazione sulle macchie solari in cui Galileo difendeva il sistema copernicano. Nel 1616 Bellarmino lo aveva già ammonito a non sostenere l'eliocentrismo come verità fisica. Galileo aveva obbedito per anni, poi pubblicò il Dialogo nel 1632, ottenendo l'imprimatur grazie a un malinteso — o a un inganno — sui contenuti del libro.
La Chiesa riabilitò Galileo solo nel 1992, con Giovanni Paolo II.
L'Inquisizione in cifre
Lo storico Andrea Del Col stima che l'Inquisizione romana abbia giudicato tra 51.000 e 75.000 casi in Italia dopo la sua istituzione nel 1542. Di questi, circa 1.250 si conclusero con una condanna a morte.
L'Inquisizione spagnola fu più sanguinaria. Le stime accademiche recenti (Contreras, Henningsen, Monter) convergono su un numero di esecuzioni compreso tra 3.000 e 5.000 in tutta la sua storia. Le cifre ottocentesche di Llorente — 31.912 esecuzioni — sono state ridimensionate dalla ricerca moderna.
Ma i numeri raccontano solo una parte del fenomeno. L'Inquisizione era prima di tutto un sistema di controllo sociale. L'Indice dei libri proibiti condizionava la circolazione delle idee. La censura preventiva bloccava le pubblicazioni. La minaccia della denuncia creava un clima di sospetto. I processi duravano anni, consumando le risorse e la resistenza psicologica degli imputati.
Il paradosso di Pio V
Pio V morì il 1° maggio 1572. Il 22 maggio 1712 fu canonizzato santo da papa Clemente XI. I suoi resti riposano nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
La canonizzazione avvenne mentre l'Inquisizione era ancora attiva. Le leggi che aveva promulgato erano ancora in vigore. Il meccanismo che aveva diretto personalmente continuava a processare, condannare, eseguire.
Pio V non fu canonizzato nonostante l'Inquisizione. Fu canonizzato anche per l'Inquisizione, considerata dalla Chiesa come opera di difesa della fede. Per la Chiesa di allora, l'Inquisizione non era un crimine da dimenticare. Era un'opera di fede.
La relazione originale
Il documento pubblicato da Gualandi riporta la cronaca scritta all'epoca da Gio. Martino, fratello della Confraternita di Santa Maria della Morte. Ecco il testo integrale, con italiano adattato nelle note.
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Anno 1618. (1)
— 1618 — S otto di lui (cioè del priore Gio. Gabrielo GUIDOTTI per la seconda volta per tutto l'anno suddetto in compagnia di Pompeo ALDROVANDI conte senatore e rettore, e di Lorenzo SPADA camerlengo) fu brugiato per Luterano ( 12 () ) ASUERO figliolo del già Gioanni BISPIACH del loco di Serbandmit Diocese Monastenense sotto l'Arcivescovato di Colonia, il quale successo si andarà scrivendo.
Essendo capitato del'anno 1615 nel mese di ottobre ASUERO già di Gio. BISPIACH nel ospitale della Morte nostro amalato fu secondo il solito esaminato (intorno alli primi fundamenti della nostra fede catholica per essere di luoghi et gente suspetta) FUORI DI CONFESSIONE ( 13 () ) dal R. don Angiol Michele CASTELARI nostro capelano, il quale lo scoperse luterano, tenendo molte opinioni contro la nostra fedde, del che fattosi più volte prove di farli conoscere in l'errore in che si trovava, non fu mai ordine; ove fu necessario darne conto al P. R. Inquisitore di s. Domenico il quale venuto a esaminarlo, et trovatolo heretico marzo ( 14 () ) dopo ALQUANTO guarito lo fece condurre prigione al santo Officio alli 9 di novembre 1615 essendo di ettà di anni 27 a quel tempo.
Tenutolo prigione molti mesi et fato le debite coretioni et processo dà 11 articoli brutti et vituperosi contra Iddio, la B. V., il spirito santo, il Papa, l’Indulgenza, i Santi, il digiuno, l’eucaristia, la messa, tutte principal cose della nostra bona fedde, fu mandato il processo a Roma, et fatone diligente esamine e due, e tre e dieci volte, mai si volle disdire ma come ostinato, andava sostenendo la sua perversa et falsa opinione se ben senza fondamento.
All’ultimo vedendo non facea profitto alcuno, fu sententiato che fosse brugiato vivo sino del mese di febraro 1618.
Non ostante questo fecero li articoli delle sue pazie bestiali, et li fecero sapere che SE VOLEVA ABIURARE CHE LI SAREBBE PERDONATO ET RIMESO, et fatoli sapere questo più et più volte, rispondea voler morire Martire ( 15 () ) . Ultimamente mandatoli dal padre inquisitore l'abiuratione in scritto per vedere se lo potea ridure su la bona strada, tenutala quindici giorni gli rimandò indietro, dicendoli essere buono Crisptiano et non volere altrimente abiurare la sua congregazione, et con quella prudenza ( 16 () ) che vien governata la Santa Inquisitione fu risoluto leggere la sentenza, acciò fosse esseguita.
Et per la esecutione di tutto questo sua P. M. R. fece stampare polize, et affissare per la Città, invittando il popolo a ritrovarsi a s. Domenico per udir legere la sentenza di questo ciecho delle cose apartenenti alla santa fede catolicha et apostolica Romana; et così fatto fare un palcho in s. Domenico avanti il Choro, adi 4 di novembre 1618 in Domenica a hore 20 sonò la rengha ( 17 () ) a s. Domenico et si ridusse il maggior popolo che mai si sia visto, et dal Notaro del Santo Officio alla presenza del suddetto ASUERO, et con molti Teologhi e Dottori, fu letta la sentenza, qual contenea fosse legato a un pallo ( palo ) con una cattena, et brugiato vivo per luterano ostinatissimo; finita che fu lo consignorno al foro secolare, dove fu portato da dui PER ESSER MAL’ ANDATO DALLA INFIRMITA’; et data prigionia et questo fu a hore 20 del medesimo giorno.
Ale hore 24 fu risoluto da Superiori secolari (2) esseguire la sentenza per il Lundi matina, giorno delli 5 de novembre et così venuto il Barigello all’Ospitale disse che si chiamasse li confortatori per costui, l’invidadore vene da me Gio. martino , et fu dal signor Priore per consultare il modo chè si avea da tenere in simil caso, qual fu tutto questo che si dirà e prima.
Si chiamò il Rev. don Angiol Michele nostro capelano, et dottore di Teologia, et il signor co. Ridolfo CAMPEGGIO, uno di signori Maestri estratto per la settimana, et ridotti in casa del signor Priore, si cominziò a discorere sopra questo tanto grave et importante negotio, et proposto diversi ragionamenti si concluse che per beneficio di quest'anima si dovesse dal signor Priore andare a pregare il Molto Rev. signor Gio. Batt. ORTO, canonico di s. Petronio et Rettore di S. M. del Carobio, et eminente Teologho delle Scole nostre Pupliche, et poi si chiamasse altri Signori per aiutarsi, persone divote, bone anime che pregasero il Signor Iddio et la B.V. per la revisione di questo infelice.
Così andato il signor Priore, Capelano, et io dal detto signor ORTO, et fatoli la proposta stete molto retroso, et pensoso, per diverse sue occupationi, ma sentendo poi che si tratava per la salute del'anima di uno così fatto homo, lassò ogni suo comodo et promise venire, al'hora ( all’ora ) determinata che furno le 5 hore di notte, et perchè non fosse fatto ridotto di persone che potessero disturbare questo negotio, riducendoci al’hospitale secondo il solito fu risoluto far la raccolta in casa del eccellentissimo signor Francesco CAPELLO procuratore et uno dei nostri fratelli della Scola de’ Confortatori.
In questo tempo fu dal Molto Rev. signor Filippo SCAPPI, Canonico di s. Pietro, Mastro de’ Confortatori, et Sindico a vita del nostro Ospedale, fatto sapere come avendo inteso che si facea morire questo heretico, che si compiacesse il signor Priore in gratia sua di admetere a questo Officio il Molto Rev. signor don Francesco Zazara Romano omo di vita singolare, religiosa, et Teologho, et persona ritrovatasi accompagnare altri Luterani, et demandatone licenza al signor Priore, molto volentieri la concesse.
A hore 5 di notte si raccolse gli sotto scriti Signori quali tutti si vestono del abito nostro PER FARE QUEST’OPERA DI CARITÀ TANTO SEGNALATA et furono:
Il Priore don Angel Michele (CASTELLARI) Capelano
S.r co: Ridolfo CAMPEGGI Maestro
S.r Gio. Paolo CASTALDINI Maestro
S.r don Franc. ZAZARA Romano
S.r Matteo SAGELLI (?) Discepolo
S.r Camillo CATTANEO Vice priore
S.r Gio. Batt. ORTO Teologho
S.r Filippo SCAPPI Maestro
S.r dottor ZOPPO ( Melchiorre ZOPPI) Discepolo
S.r Lamandino ROGAZZI (?) Sacerdote
S.r Gio. Franc. ROSSI discepolo et Jo Gio. Martino .
A laude dell'omnipotente Iddio e della B. Vergine Maria, et ad honore della S. a Trinità, et edificatione della nostra Arciconfraternita, alle hore sei andassimo alla Confortaria. Entrato nella prima stanza si fece preparare foco et da sedere, facendo levare il CROCIFISSO, che sta sopra la fuga ( camino ) et poi tutti nella capella ritirati si comenzò dal P. don Francesco ZAZARA a far dir delle orationi che furno letanie della B.V. poi cinque pater nostri et cinque ave marie con le brazze ( braccia ) aperte al Signore con gran fervore.
In tanto fu condoto l’infelice al loco suo in una sedia dal foco, et poi chiamato il signor ORTO Teologho, vene et fue questo primo ingreso con molta potenza, et buona dottrina, significandoli esser questo il loco ove si riduce quelli che ano a morire come lui et che lui con molti altri Signori sono venuti per aiutarlo, per salvarlo dalle mani del Demonio; et tutto questo ragionamento lo fece latino (!!). Il Paciente non rispondendo, il teologo gli disse due o tre volte, Respondi michi fratres ( sic ) et lui (ASUERO) pure gli rispose dicendo, che parlasse pur Italiano che benissimo intendea.
In questo tempo il Priore Francesco (ZAZARA) ritornò li fratelli in capella, et di novo si fece oratione, et il Teologho da queste orazioni fe tanto che il paciente disse l’ave maria et poi rispose ora pro nobis ale tanie ( litanie ) della B.V. recitate dal Teologho; essendo poi andato dietro per bon spatio d'ore, fu chiamato fuori il padre don Francesco il quale li parlò di molto efficacia, se li mise a torno, ma costui poco parlava, ma non mai mise in disputa alcuna cosa, anzi disse più volte Giesù Giesù. Ora con le parole di questo servo di Dio costui disse voler morire in gratia di Dio, et egli rispose che il segno di buon cristiano, era aver dolori e contricioni di suoi pecati, et poi confesarli al Sacerdote, et esso disse voler fare quando lì fosse il Sacerdote, se li disse et mostrò essere questo il padre Teologho.
Notta. Si fa sapere a tutti che non si adoperò in questo caso il nostro capelano, COME QUELLO CHE L’HAVEA DENUNCIATO al santo Officio, acio non lo riconoscesse, et si fosse fatto peggio, et per questo si chiamò il Teologho ( 18 () ) .
Ora seguitiamo, ogn'uno si ritirò in capella et con corone e salmi in genocchione si andava pregando il Signore per la conversione del povero paciente; et in tanto si confessò, et chiamato fuori, si dette conto dal Teologho come era confessato, ma che essendo omo nato nella religione a noi contraria che per hora si potea contentare, et andar dietro ( 19 () ) et con orationi et con essortationi, sino che piacesse a Dio benedetto operare secondo la sua santa et imutabile volontà. Tutti li altri Signori quando uno et quando laltro andavano facendo ragionamenti spirituali, dove che voltatosi a uno di loro domandò se vi era un crocifisso; subito se li dette la tavoletta cui sta un cristo in rilievo, et pigliatolo nelle mani lo comenzò a basarli le santissime piaghe, piaghe di tanta posanza che guariscono le piaghe ferite nel’anima: Questo segno alquanto ralegrò li signori Confortatori, quali subito ritornorno al’oratione; in questo mentre egli domandò di possare ( riposare ) alquanto e di rifocilarsi, et bere un poco, et così pigliato confetture et biscottini, se li detti mangiare et bere, et poi si lasso ( lasciò ) possare per darli forze essendo grandemente debole et aflitto; ma però mostrava in questo punto esser tornato indietro.
Il signor Teologho essendo stato per spatio di tre hore domandò licenza al signor Priore per tornare a casa per legere la letione della matina, come fece averla il signor ZOPIO doppo, così licentiatolo, ci parve bene a tutti di far chiamare il Reverendo Don Alessandro GOTTARDI uno de’ Maestri di Confortaria, Rettore della Parocchia di s. Donato, Mansionario di s. Petronio, et già capelano del nostro Ospedale, del qual'ordine auto dal signor Priore, l’invidadore della Compagnia nostra dando per esso per parte del signor Priore; gionto ricorse al’oratione, et poi vestitolo di cotta et stola, se li accosto a l’orecchio del paziente ( 20 () ) , et con parole tali, et con le dita sacrate sopra la testa, facendo segni di santa Croce, induse costui a riconfessarsi, et de questa confortaria cavò segno tale, che si conduse in capella in ginocchioni, et si fece recitare le Tanie della Madonna, Miserere, Credo, et domandare perdono a dio benedetto. Intanto vene giorno, et il signor Priore et io andasimo a dar conto al P. Inquisitore del tutto, il quale molto si ralegrò ma però sogiunse et disse Signore ogni cosa mi piace, ma vorei che abiurase perche prima ( sin quì ) non la mai voluto fare, et questa seria la Cupella ( sic ) di questo poveraccio, però la voglio dare ( l’abiura ) a V.S. che li fatte discorrere sopra questi articoli suoi; et così auta l'abiuratione si portò ali signori Confortatori, et da Don Alessandro (Gottardi) lassare ( 21 () ) queste comenzò a dire SI SI SI CHE VOGLIO PERCHÉ VOGLIO MORIRE CATTOLICHO, onde si fece redure tutti li signori Confortatori, et altri che vi erano et data a lui ( al paziente ) in mano a leggere, la lesse et mentre si andava legendo le sue false opinione, diceva — non dico più questo, che VOGLIO MORIRE CRISTIANO Misericordia Giesù — Finito di legere, lo fecero ridire, et poi sotto scrivere di sua mano, qual sottoscritione, dicea — lo dico con il core — et sottoscritta da tutti quelli Signori, il signor Priore la mandò per me all'Illustrissimo signor cardinale Capone legato qual vide molto volentieri, et ordinò si dovesse prima apicare, et poi abrugiare, et non più vivo; poi lo portai ( l’Atto d’abiura ) al Padre Inquisitore che ne sentì molta algrezza con molti altri padri di suoi, ringratiando Dio et questi Signori.
In questo tempo ascoltò ( il paziente ) tre Messe dette: una di ( intendi da ) SCAPPI, LAMANDINI e ZAZARA, che sempre pregavano il Santissimo per la costanza sua, ma però il P. Inquisitore NON VOLSE ( volle ) SI COMUNICASE.
Gionta l’ora della Iustitia, fu acomodata una sedia ove li fu posto sopra legato e da fachini PORTATO PER LA SUA GRAN DEBOLEZZA, alla volta del Mercato, accompagnato dalla compagnia nostra, et mentre si andava per la strada, egli ( il paziente ) diceva il credo, il miserere, il Tedeum, et molte volte — Giesù misericordia — accompagnato sempre da don Alessandro (GOTTARDI) et ZAZARA. Gionto al patibolo gli fu dal Maestro dela Iustitia atacato il capestro al colo, et trato giù; ma era basso che tocò terra et STENTO’ UN POCO A MORIRE ma con bon segni. Piacia al Spirito Santo a Dio ben. alla Madre Santissima che l’intrischo ( sic ) accompagni l’estrinsecho, per che FU DA TUTTI IUDICATO ESSERE MORTO BENE IN GRATIA DI DlO, ma questi sono suoi segretti iudicare il cor delli homini — Requiescat in pace Amen —
Notta che non si mise mai fuori la croce nostra al loco solito nel Pilastro sino che non si vede segno di pentimento.
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Abiuratione fatta da Assuero qui sottoscritto, nella stanza di Confortaria in capella alla presenza delli sotto scritti Signori Testimonj il di 5 d' novembre 1618 in lunedì a hore 15 avendo prima odito tre messe.
( in margine ) Copia, essendo l’originale in mani del P.R. Inquisitore ( 22 () )
FORMA ABIURATIONIS
Io Assuero figliuolo del q. Giovanni Bispinch ( sic ) del luo ( luogo ) de Serbardmit, et di Maria de etsfalia ( Vestfalia ) giurisditione dell'Arcivescovato di Colonia della Diocesi Monasteriense dell'età mia d'anni 30 constituito personalmente in giudizio, et inginocchiato avanti di voi R. signori Giudici sopranominati, havendo avanti gli occhi miei posti li Sacrosanti Evangeli quali tocco con le proprie mani.
Conoscendo che nessuno si può salvare fuori di quella fede qual tiene, crede, pratica et insegna la Santa Catolica et Apostolica Romana Chiesa con la quale confesso et mi dolgo d'haver gravemente errato, per che essendo io nato et allevato da Padre e Madre e Parenti heretici e fra essi et altri conversato e praticato, per molto spacio di tempo nel modo che hor hora s'è letto nella sentenza contro di me promulgata, sono miserabilmente caduto in molti errori et heresie, et ho tenuto e creduto in particolare:
Che Christo Signor Nostro non sia nato della Vergine Santissima ma solamente in Spirito Santo et che forse questa Vergine non fosse mai stata al Mondo.
Che i Santi non si dovessero adorare, ne chiamarsi Santi ma solo amici e diletti di Dio.
Che non ci fosse Purgatorio nell’altra vita dovendo l’huomo purgare l’anima sua in questa.
Che il Sommo Pontefice non potesse dare indulgenze.
Che l’Imagini dei Santi non si dovessero adorare.
Che il Sacerdote non havesse auttorità d’assolvere dalli peccati ma solamente di ammonire il peccatore.
Che la Santa Chiesa non potesse ordinare e commandare il digiuno sotto peccato mortale, ne il pagar le decime, et che niuno da Christo in poi potesse osservare compitamente il digiuno quadragesimale.
Che nell'ostia consecrata non vi fosse nè vi si contenesse il vero Corpo e Sangue del Signor Nostro Giesu Christo, Et che non fossimo tenuti ad ascoltare la Santa Messa.
Che gli Apostoli et Evangelisti non fossero stati illustrati ( sic per illuminati ) dallo Spirito Santo nel scrivere le sacre e divine Scritture.
Che la Chiesa Romana alle volte dice delle cose che non hanno del probabile.
Che la Chiesa potesse errare, et che nella Sacra Scrittura si può trovare qualche errore si come in altre.
Et ho dubitato intorno all’osservanza delle Feste, il martirio de Santi, et similmente che Christo non havesse patito sotto di Pontio e Pilato.
Et ho mangiato Carne nelli miei paesi nelli giorni di Venerdì et altri prohibiti. Et non sapevo chi havesse santificata la festa.
Che la Madonna non sia stata Vergine ne di stirpe e progenie nobile e Regale, ma si Donna vile et infame.
Che il Papa e Pontefice Romano non abbia authorità sopra di me ne li miei Paesi Et
Che sia suddito all'Imperatore et altri Principi secolari e che è un Antechristo.
Però sicuro al presente della verità della fede catolica e certo della falsità dell'heresia, dolente e pentito della mia grave colpa, abiuro, detesto e maledico tutti li suddetti errori et heresie, che tenuto et creduto et generalmente ogni e qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla detta Santa Chiesa Catolica, Et giuro e prometto che vedo adesso et con l’aiuto di Dio, crederò per l’avvenire ( 23 () ) tutto quello che tiene, vede, predica et insegna la detta Santa Chiesa Catolica; ne mai più per l’avenire crederò o dirò simili o altre heresie, ne meno haverò conversatione o pratica con heretici, o vero che siano sospetti d'heresia, anzi se conoscerò alcun heretico, o vero che sij sospetto d'heresia lo denonciarò all'Inquisitione overo ordinario del luogo dove mi trovarò.
Giuro anco e prometto d’adempiere intieramente et osservare tutte le pene e penitenze che mi sono state o che mi saranno imposte da questo Santo Officio, et contravenendo io ad alcuna delle suddette mie promesse o giuramenti (che Dio non voglia) mi sottopongo a tutte quelle pene e castighi che sono da Sacri Canoni et altre Constitutioni generali et particolari cord. e ( sic ) simili dellinquenti imposte e promulgate. Così Dio m'aiuti e questi suoi Sacrosanti Evangeli che tocco con le proprie mani.
Io ASSUERO affermo et Juro quanto di sopra e letto ( sic ) e credo con il core.
Io ASSUERO detestor con la bocca et con il core quanto di sopra.
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Io D. Aless. GOTTARDI fui presente et vidi legere al sud. Assuero et sottoscritta di sua mano.
Io Gio. Gabriel GUIDOTTi Priore fui presente a quanto di sopra.
Io Camillo CATTANI sotto Priore fui presente a quanto di sopra.
Io Francesco CAPELLI uno de' Confortatori fui presente a quanto di sopra.
Io Ruffino ALAMANDINi uno de' Confortatori fui presente a quanto di sopra.
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Notta che il P. Inquisitore per autenticare la presente scritura mi fece un presente della presente poliza (3) cavata dal Processo essendo ancor questa scritta dal Notaro del s. Officio et sottoscritta dalli medemi che era laltra come si vede, et questo o fatto a perpetua memoria sino che durerà il presente libro;
Frate Iacinto Mazza di S. Dom. co
Not. o del s. to Officio
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Altro Estratto dall'Archivio suddetto.
Nei libri — dei Condannati alla morte dall'anno 1540 in avanti — leggesi:
— 1618 al cinque di Novembre in Lunedi Assuero di Gio. BUSBRACH (o BUSBIACH, o BISBIACH) inglese ( sic ) del luogo di Serbardmit Diocesi Monastenense sotto l'arcivescovado di Colonia d'anni 30 fu appiccato sul Mercato ad un palo, e poi fu abbrucciato per luterano. Si convertì in conforteria, e lasciò di se stesso una morale sicurezza del suo delitto. Fu confessato, comunicato ( 24 () ) , e confortato dal sig. co: Ridolfo CAMPEGGI Maestro e dal signor Dott. Alessandro GOTTARDI discepolo, et in loro compagnia furono chiamati per parte delli signori della Confraternita il sig. Dott. Gio. Batt. DALL'ORTO canonico di s. Petronio ed il Rev. P. Francesco Zazzera Romano Prete della Congregazione dell'Oratorio, e ciò per assisterli nella conversione, che si credeva impercettibile ( sic ) . E sepolto le ceneri a s. Giovanni del Mercato.
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La relazione originale è disponibile nel PDF digitalizzato dal Progetto Manuzio su Liber Liber e su Internet Archive.
IPAZIA:
Leggendo la relazione del fratello della Confraternita di Santa Maria della Morte, colpisce il dettaglio della sedia. Bispinch era troppo debole per camminare. Lo trasportarono legato. Non era un filosofo, non aveva una cosmologia da difendere. Era un uomo che disse di non essere cattolico mentre chiedeva cure in ospedale. Il suo caso seguì un protocollo collaudato: denuncia, arresto, tortura, pressione psicologica, condanna, rinvio, esecuzione. La canonizzazione di Pio V nel 1712 non fu un'anomalia: fu la conferma che il sistema si considerava legittimo. Che un papa inquisitore sia santo e un malato luterano sia cenere non è un dettaglio secondario della Controriforma.
Firma: Ipazia Agnesi
Fonti
Fonte |
Affidabilità |
Bias |
Link |
|---|---|---|---|
Gualandi, M. (1860). Un Auto-da-fè in Bologna il 5 novembre 1618. Bologna. | ★★★★★ Fonte primaria | Neutro | |
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Bernardini, L. (2019). "L'Inquisizione bolognese." Nelle Valli Bolognesi. | ★★★ Divulgativo | Locale | |
Liber Liber / Progetto Manuzio. Digitalizzazione del testo Gualandi. | ★★★★ Digitale | Neutro |