Sir Richard Burton — l'uomo che visse mille vite
Il 20 ottobre 1890 Trieste si ferma. Il vescovo cattolico della città concede funerali solenni a un inglese, cosa mai accaduta prima in Austria per uno straniero. Le autorità militari allestiscono un corteo degno di un re. Delle 150.000 anime che formano la popolazione della città, pochissime mancano al passaggio del feretro. Il governo austriaco, attraverso il luogotenente del Litorale, pronuncia un'orazione in suo onore. Tre grandi messe da requiem vengono cantate.
Il defunto è Sir Richard Francis Burton, console britannico a Trieste da diciotto anni. Per capire come un uomo solo possa meritare un simile congedo da una città che non è la sua, bisogna riavvolgere il nastro.

Ritratto di Sir Richard Francis Burton in stile Hugo Pratt
Il personaggio che sembra uscito da un romanzo
Richard Francis Burton nasce a Torquay, Devon, il 19 marzo 1821. Suo padre, un ufficiale dell'esercito in pensione, trascina la famiglia tra Francia e Italia. Il ragazzo cresce senza un radicamento nazionale preciso. Lui stesso si definirà "un randagio, uno sbandato, una luce accecante senza un fuoco", lamentando che "l'Inghilterra è l'unico paese dove non mi sono mai sentito a casa".
A Oxford viene espulso per una lieve infrazione disciplinare. Nel 1842 parte per l'India come ufficiale subalterno nel 18° Reggimento di Fanteria Nativa di Bombay. Qui inizia la sua metamorfosi: impara l'arabo, l'hindī, il marāṭhī, il sindhī, il panjābī, il telugu, il pashto e il multānī, oltre ai venticinque dialetti che si aggiungeranno negli anni.
La sua carriera di spia inizia per caso. Il comandante Charles James Napier gli chiede di travestirsi da mercante musulmano nei bazar di Sindh per raccogliere informazioni. La copertura funziona cosí bene che Napier gli affida un incarico ben piú rischioso: investigare i bordelli omosessuali di Karachi. Burton produce un rapporto esplicito che porta alla distruzione dei locali. Ma quando il rapporto finisce nelle mani sbagliate, la sua carriera militare è compromessa per sempre. Tornerà in Inghilterra malato e amareggiato.
La Mecca, l'Africa, il Nilo
Nel 1853, a trentadue anni, Burton compie l'impresa che lo rende famoso. Si traveste da Pathān afgano e compie il pellegrinaggio alla Mecca — la hajj — un viaggio proibito ai non musulmani sotto pena di morte. Non è il primo europeo a riuscirci, ma è il piú sofisticato e il piú accurato nel raccontarlo. Il suo Personal Narrative of a Pilgrimage to Al-Madinah and Meccah (1855-56) è insieme un'avventura e un classico dell'etnografia sul mondo musulmano.
L'anno successivo diventa il primo europeo a entrare nella città proibita di Harar, nell'attuale Etiopia, senza essere giustiziato. Lo racconta in First Footsteps in East Africa (1856).
La sua ambizione piú grande è scoprire le sorgenti del Nilo. Nel 1857 parte da Zanzibar con John Hanning Speke. L'odissea è spaventosa: Burton è paralizzato dalla malaria, Speke è quasi cieco. Raggiungono il Lago Tanganica, ma Burton è troppo malato per proseguire. Speke, recuperato prima, va avanti da solo e scopre il Lago Vittoria, che identifica come la vera sorgente del Nilo. Burton rifiuta di accettare la teoria senza ulteriori verifiche. Nasce una faida pubblica, feroce e definitiva. Speke torna a Londra da eroe. Burton torna ignorato e privo di finanziamenti.
Lake Regions of Central Africa (1860) è la sua risposta: attacca le pretese di Speke e approfondisce il solco tra i due. Quando Speke muore nel 1864 in un incidente di caccia — molti sospettano un suicidio — la disputa resta irrisolta.
Il console in esilio
Burton passa gli anni successivi in una serie di incarichi consolari minori: Fernando Pó (una delle sedi peggiori dell'Impero, che lui chiama "la tomba del Foreign Office"), Santos in Brasile, e finalmente Damasco nel 1869. Ma la sua lingua tagliente e le sue simpatie per le popolazioni locali lo rendono inviso alle autorità. Quando si scontra con il console ebreo della Palestina e con le gerarchie ottomane, il Foreign Office lo rimuove.
La destinazione finale è Trieste, 1872. Un porto asburgico sul mare Adriatico, una "non-luogo" per definizione, come la descrive la storica Maya Jasanoff. Un esilio dorato, ma pur sempre un esilio.
Burton ha cinquantadue anni. Ha visto tutto: ha pregato alla Mecca e a Salt Lake City, ha attraversato l'Africa, ha imparato ventinove lingue, ha pubblicato una ventina di libri. Trieste è noiosa. Il suo ufficio consolare ha poco lavoro. Chiede trasferimenti e prepensionamenti — tutto negato. L'unica via d'uscita sono i djinn, i geni delle favole arabe: ricomincia a tradurre le storie che ha sempre amato.
Le Mille e una Notte — l'opera della vita
A Trieste, tra il 1885 e il 1888, Burton pubblica The Book of the Thousand Nights and a Night in 10 volumi, seguiti da altri 7 supplementari. È l'unica traduzione inglese completa della cosiddetta edizione Calcutta II (recensione egiziana) delle Mille e una Notte.
Il titolo completo è già un programma: A Plain and Literal Translation of the Arabian Nights Entertainments. "Letterale" e "plain" — semplice — ma la semplicità è un'idea. Burton adotta uno stile arcaico elisabettiano, barocco, per rendere il sapore dell'arabo medievale. L'effetto divide: chi lo ama lo trova epico, chi lo odia lo trova illeggibile. L'esploratore polare Fridtjof Nansen lo definisce "il piú grande traduttore della lingua inglese"; il critico Robert Irwin lo chiama "un rifacimento altamente personale del testo", e le sue note "invadenti, perverse e altamente personali".
Per aggirare le leggi vittoriane sull'osceno, Burton fonda con l'amico Forster Fitzgerald Arbuthnot la fittizia Kama Shastra Society — di cui sono gli unici due soci. Le copie vengono stampate in mille esemplari per soli sottoscrittori, con la falsa indicazione di stampa a Benares (in realtà Stoke Newington, Londra).
L'apparato di note è sterminato. Burton infila nei margini e in appendice tutto quello che ha imparato in una vita di viaggi: la forma delle bottiglie in Egitto, lo stile delle barbe in Persia, gli spazzolini da denti di rametto, gli attacchi delle formiche, le preparazioni di ambra e oppio. E, soprattutto, la sessualità.
Trieste 1872-1890 — gli studi e il Carso
La vita triestina di Burton è fatta di routine e scoperte. La sua residenza è Villa Gosleth — poi Villa Economo — oggi ancora esistente ma trasformata in appartamenti. Esiste una via a lui intitolata e una targa commemorativa all'Hotel Obelisco di Opicina, oggi scomparsa.
Ma Burton non smette di esplorare. Tra un volume e l'altro delle Mille e una Notte, percorre in lungo e in largo l'Istria e la Dalmazia. Studia i castellieri, gli insediamenti fortificati preistorici del Carso e della penisola istriana, pubblicando nel 1874 le Notes on the Castellieri or Prehistoric Ruins of the Istrian Peninsula sull'Anthropologia. È il primo a riconoscere che quelle rovine ciclopiche risalgono all'età protostorica.
Nell'inverno del 1874, coinvolge in una spedizione al castelliere di Cunzi, presso Albona, il giovane naturalista triestino Carlo Marchesetti. Per Marchesetti è la folgorazione: lascia la botanica e diventa il primo archeologo sistematico della regione, pubblicando nel 1903 la monumentale monografia I castellieri preistorici di Trieste e della Regione Giulia. Se oggi conosciamo la civiltà dei castellieri, lo dobbiamo a quella catena: Burton che vede, Marchesetti che scava.
Burton si spinge fino a Pelagosa, un'isola sperduta nell'Adriatico centrale. Studia le popolazioni dalmatiche, i resti romani, le tracce delle civiltà illiriche. Le sue gite preferite sono a Lipica, l'allevamento imperiale di cavalli lipizzani, e sull'altopiano carsico verso Opicina. Come racconta la moglie Isabel, portava sempre con sé un cestino da pranzo e sacchi di biada per i cavalli.
Il Terminal Essay e la Zona Sotadica
Nel volume 10 della sua traduzione, Burton inserisce un Terminal Essay di 14.000 parole. La sezione D è dedicata alla pederastia, termine con cui la letteratura vittoriana designava l'omosessualità maschile.
Qui Burton formula la teoria della Zona Sotadica: una fascia geografica che si estende dal Mediterraneo settentrionale (43° N) fino al Giappone meridionale, passando per l'Asia Minore, la Mesopotamia, l'Afghanistan e il subcontinente indiano. All'interno di questa zona — sostiene — l'omosessualità maschile è endemica, climatica, geografica, non razziale. Fuori dalla zona, sarebbe solo sporadica e socialmente condannata. La causa fisica, ammette, è "puramente congetturale", ma la espone con la sicurezza di chi ha viaggiato abbastanza per vedere il mondo da entrambi i lati della cintura.
La teoria è oggi considerata pseudoscienza vittoriana. Il suo valore storico non sta nella fondatezza — che è zero — ma nel coraggio di trattare l'omosessualità come un fenomeno naturale, non come un peccato o un crimine. Lo storico Dane Kennedy, che ha dedicato a Burton uno studio fondamentale (The Highly Civilized Man, 2005), osserva che la Zona Sotadica funzionava anche come autoritratto mascherato: Burton parlava di sé sotto la copertura della scienza.
Il Terminal Essay include una feroce difesa del diritto di pubblicare testi "osceni", con un attacco diretto all'ipocrisia vittoriana che accetta Marziale e Petronio in latino ma censura le stesse cose in inglese. Burton scrive:
"Perché questo puritano incoerente non purga l'Antico Testamento dai suoi riferimenti agli escrementi umani e ai genitali, al coito e alla prostituzione, all'adulterio e alla fornicazione, all'onanismo, alla sodomia e alla bestialità?"
Le critiche — ieri e oggi
La pubblicazione delle Mille e una Notte scatena il primo dibattito pubblico sulla pornografia in Inghilterra.
Allora. Stanley Lane-Poole, sull'Edinburgh Review del luglio 1886, bolla la traduzione come "illeggibile", un "oceano di sporcizia", una "variegata collezione di abominazioni". John Morley, direttore del Pall Mall Gazette, accusa Burton di "importare" la perversione araba in Occidente.
Ma Burton non è un pornografo volgare. L'antropologo Robert Irwin nota che il suo approccio è da studioso, per quanto eccentricamente personale. Lo storico Kennedy Dane, che pure stronca le carenze scientifiche della Zona Sotadica, riconosce che "il trionfo delle Mille e una Notte di Burton può essere visto come prova dello sgretolamento del consenso morale alto-vittoriano". Era un precursore delle sfide moderniste che sarebbero arrivate a fine secolo.
Oggi. Edward Said, nel fondativo Orientalismo (1978), non risparmia Burton: è l'orientalista vittoriano per eccellenza, che produce conoscenza funzionale al dominio coloniale, essenzializzando l'Oriente come sessualmente deviato. La studiosa Colette Colligan (2002) scrive che "la traduzione di Burton è una produzione creativa che rivela piú le preoccupazioni sessuali inglesi che non la sessualità araba".
Maya Jasanoff, sullo London Review of Books (2006), lo rilegge come "un prodotto autentico del suo tempo piuttosto che un'eccezione pittoresca".
Ma Burton non è riducibile a una sola lettura. Criticò apertamente l'imperialismo britannico. Scrisse che l'impiccagione pubblica in Inghilterra era peggiore delle pratiche del Dahomey. Dichiarò: "Quello che gli uomini bianchi hanno fatto, gli uomini bianchi devono disfare". Sulla rivista Anthropologia fondò una società che si proponeva di studiare senza ipocrisia tutti gli aspetti della vita umana — compresa la sessualità — sfidando il perbenismo vittoriano.
Il rogo dei manoscritti
Il 20 ottobre 1890 Burton muore d'infarto a Villa Gosleth. Il giorno dopo, nel giardino della villa, la moglie Isabel brucia tutto.
Brucia i diari di quarant'anni di viaggi. Brucia le lettere personali. Brucia il manoscritto quasi completo della nuova edizione de Il Giardino Profumato (The Scented Garden), la sua traduzione annotata del trattato erotico arabo, compreso il capitolo finale sulla pederastia con le note sterminate.
Isabel Burton, che aveva sposato Richard nel 1861 dopo un corteggiamento di cinque anni, era una devota cattolica. Aveva passato la vita a difendere il marito dalle accuse di immoralità. Dopo la sua morte, scelse di proteggere la sua anima a costo di cancellare la sua opera. Le era stata offerta la cifra enorme di 6.000 sterline per il manoscritto del Giardino Profumato. Rifiutò. Disse che "su mille uomini che avrebbero letto l'opera, quindici l'avrebbero letta nello spirito scientifico in cui era stata scritta, e gli altri 985 solo per la sporcizia".
La perdita è irreparabile, come scrisse lo storico Fawn Brodie: "La perdita per la storia e l'antropologia fu monumentale; la perdita per i biografi di Burton, irreparabile".
Due mesi dopo la morte del marito, Isabel fece trasportare la salma a Londra. La fece seppellire a Mortlake, in un mausoleo a forma di tenda beduina che lei stessa progettò. In marmo di Carrara e pietra del Forest of Dean, decorato con simboli cristiani e islamici, il monumento è il riassunto perfetto della vita di Burton: un inglese che visse come un arabo, sepolto come un santo sotto un padiglione del deserto, in un cimitero cattolico della periferia londinese.
Isabel morí sei anni dopo, nel 1896, e oggi riposa accanto a lui, visibile attraverso un vetro sul retro della tenda. Da pochi mesi, dopo un restauro completato nel 2025, il mausoleo è di nuovo aperto al pubblico.
Cosa resta di Richard Burton
Sir Richard Burton è oggi un personaggio che sfugge a ogni categoria. Non era un eroe romantico, anche se visse avventure da romanzo. Non era un semplice imperalista, anche se serví l'Impero. Non era un ribelde, anche se sfidò ogni convenzione vittoriana. Non era uno scienziato, anche se voleva esserlo.
Era tutte queste cose insieme: esploratore e antropologo, traduttore geniale e pseudo-scienziato, difensore delle culture "altre" e vittima dei pregiudizi della sua epoca. Come scrive Dane Kennedy, va storicizzato, non mitizzato. Ma prima di giudicarlo, vale la pena ricordare che in un'Inghilterra che impiccava in pubblico e criminalizzava l'omosessualità, Burton pubblicò un'enciclopedia dell'erotismo umano e la difese fino all'ultima riga del Terminal Essay.
Jorge Luis Borges, che lo amava, disse di lui: "Le attrattive del proibito gli appartengono di diritto".
IPAZIA:
Richard Burton mi ha sempre affascinato perché non si lascia incasellare. Ho passato giorni a leggere fonti che lo descrivevano come un eroe, un porco, un genio, un ciarlatano, un pioniere dell'antropologia scientifica e un orientalista di regime. Ha ragione Maya Jasanoff: per capirlo, devi smettere di chiederti se era "buono" o "cattivo" e cominciare a chiederti cosa significa essere un uomo della sua epoca — con tutte le contraddizioni che questo comporta.
Ciò che mi ha colpito di piú è l'episodio di Trieste. Dopo aver scalato le montagne della Mecca e solcato i laghi dell'Africa centrale, Burton finisce a scrivere in un porto asburgico annoiato, tra una gita a cavallo a Lipica e un articolo sui castellieri. Trieste è la quinta perfetta per l'ultimo atto di una vita che sembra scritta da un romanziere che non sa quando fermarsi. La cittá che non è nessun luogo è l'unico posto dove poteva morire in pace un uomo che non si era mai sentito a casa da nessuna parte.
Firma: Ipazia Agnesi
Fonti
Fonte
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Affidabilità
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Bias
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Link
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Britannica — Sir Richard Burton (Fawn M. Brodie, curatrice)
| ★★★★★ Fonte accademica
| Storico/istituzionale
| Britannica
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| ★★★★★ Accademica
| Storico-critico
| JSTOR
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| ★★★★★ Accademica
| Critico-letteraria
| LRB
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Burton, R.F. (1885-88). The Book of the Thousand Nights and a Night. Kama Shastra Society.
| ★★★★★ Fonte primaria
| Autobiografico
| Project Gutenberg
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Burton, R.F. (1874). "Notes on the Castellieri or Prehistoric Ruins of the Istrian Peninsula". Anthropologia, No. 3.
| ★★★★★ Fonte primaria
| Scientifico-ottocentesco
| IstriaNet
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| ★★★★ Accademica
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Wilson, A. (1937). Richard Burton: Fifth Burton Memorial Lecture. Royal Asiatic Society.
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| Apologetico
| Oxford UP (fuori catalogo)
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Maver, I. (2018). "Sir Richard Francis Burton Reconsidered and His Travels to Slovenian Lands". Acta Neophilologica.
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| Wikipedia)
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Brodie, F.M. (1967). The Devil Drives: A Life of Sir Richard Burton. W.W. Norton.
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| Psicobiografica
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Borges, J.L. (1935). "The Translators of the Thousand and One Nights".
| ★★★★★ Accademica
| Critico-letteraria
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