Cinque mesi di guerra Iran-USA
Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran. I negoziati erano ancora in corso a Ginevra, mediati dall'Oman, e avevano appena registrato "progressi significativi".
Quello stesso giorno, missili Tomahawk americani hanno colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell'Iran. Sono morte 156 persone. La maggior parte erano bambine tra i 6 e i 14 anni. I soccorritori arrivati dopo la prima esplosione sono stati uccisi dal secondo e dal terzo missile: un triplice impatto calcolato per impedire i soccorsi.
Cinque mesi dopo, il conflitto è ancora in corso. Ha già causato decine di migliaia di morti, una crisi umanitaria regionale e conseguenze economiche che si estendono ben oltre il Medio Oriente.

Fumo su Tehran dopo un attacco aereo, marzo 2026
Questa è la cronaca di come si è arrivati fin qui. E di chi sta pagando.
Come è cominciata
Niente di quello che è successo dopo è stato un incidente. Gli Stati Uniti e Israele hanno scelto di attaccare mentre i negoziati erano ancora aperti.
Due giorni prima, il 26 febbraio 2026, l'Oman — che faceva da mediatore — aveva dichiarato che "progressi significativi" erano stati fatti. L'Iran aveva accettato di ridurre le sue scorte di uranio arricchito. La diplomazia sembrava funzionare. Poi, senza preavviso, è partita l'operazione Epic Fury.
All'alba del 28 febbraio, i bombardamenti hanno preso di mira installazioni militari, siti nucleari e la leadership iraniana. Il leader supremo Ali Khamenei è stato ucciso. Donald Trump ha annunciato l'inizio di una "operazione di combattimento maggiore" contro l'Iran.
Va ricordato il contesto. Israele era già sotto accusa presso la Corte Penale Internazionale per il genocidio a Gaza. La guerra in Iran non è stata un conflitto nuovo, ma la naturale estensione di una strategia di escalation militare nella regione, condotta con il sostegno americano. I crimini a Gaza non si erano fermati: si stavano allargando.
La risposta iraniana è stata immediata e massiccia. Centinaia di missili e migliaia di droni hanno colpito Israele, le basi statunitensi in Qatar e Iraq, e gli alleati arabi: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Kuwait. In poche ore, la guerra era diventata regionale.
Minab: il primo giorno, il primo massacro
La scuola elementare Shajareh Tayyebeh si trova a Minab, provincia di Hormozgan, nel sud dell'Iran. Alle 10:23 del mattino del 28 febbraio, un missile Tomahawk americano l'ha centrata in pieno. Altre due esplosioni sono seguite a breve distanza, colpendo chi era accorso per aiutare.
Il bilancio è di 156 morti e 95 feriti. La maggior parte delle vittime erano studentesse tra i 6 e i 14 anni. Secondo Amnesty International, almeno 120 erano bambini.
L'inchiesta della CNN, pubblicata a luglio, ha ricostruito quello che è successo. I comandanti militari USA avevano a disposizione database che segnalavano intelligence obsoleta. Ma hanno bypassato quei warning. La scuola era stata costruita sullo stesso terreno di una base dei Guardiani della Rivoluzione. Dal 2016, però, era separata da una recinzione. Immagini satellitari del dicembre 2025 mostravano decine di bambini che giocavano nel cortile. I comandanti hanno ignorato tutto per "ragioni di rapidità". All'inizio della guerra c'era fretta di fornire bersagli.
L'Ufficio dell'Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito la strage di Minab con parole precise: "Bambine, piccole bambine, all'inizio della giornata scolastica, uccise in questo modo. Zaini macchiati di sangue. È assolutamente raccapricciante." Volker Türk, capo dei diritti umani dell'ONU, ha chiesto "un'indagine tempestiva, imparziale e approfondita" e ha ricordato che colpire deliberatamente civili costituisce "grave violazione del diritto umanitario e può equivalere a crimini di guerra".
A cinque mesi dall'accaduto, il Pentagono non ha ancora pubblicato i risultati della sua inchiesta. Trump ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie. Il Congresso ha minacciato di bloccare i fondi di viaggio del segretario alla Difesa Pete Hegseth finché l'indagine non sarà resa pubblica. L'UNESCO ha definito l'attacco "una grave violazione del diritto umanitario internazionale". Malala Yousafzai si è detta "sconvolta e inorridita".
Il conflitto si allarga
Dopo il primo attacco, la guerra si è estesa a tutto il Medio Oriente. L'Iran ha colpito basi militari, infrastrutture petrolifere e porti in Arabia Saudita, Emirati e Bahrain. Hezbollah ha aperto un fronte in Libano. Gli Houthi yemeniti hanno intensificato gli attacchi nel Mar Rosso. Il conflitto ha coinvolto direttamente o indirettamente almeno una dozzina di paesi.
L'Europa, per la prima volta in decenni, non ha seguito l'asse USA-Israele. Mentre le amministrazioni precedenti si erano allineate alle operazioni militari americane in Medio Oriente, questa volta i governi europei hanno mantenuto le distanze. Nessun paese dell'Unione Europea ha partecipato ai bombardamenti o fornito supporto militare diretto. Un fatto che dice molto sul livello di isolamento della scelta di Washington e Tel Aviv.
A metà marzo, il bilancio delle vittime civili in Iran aveva già superato le 2.300 persone, inclusi 383 bambini. Oltre 32.000 feriti. Migliaia di sfollati, ospedali sotto pressione, servizi essenziali al collasso. L'UNHCR ha attivato un piano di emergenza regionale per far fronte alla crisi umanitaria.
La guerra nascosta: fame, fertilizzanti e una bomba alimentare globale
Mentre i missili colpivano obiettivi militari, un'altra guerra — invisibile ma altrettanto letale — si è scatenata sull'economia globale. Al centro c'è lo Stretto di Hormuz, il punto di transito del 20% del petrolio mondiale. Ma non solo.
Dallo Stretto passa anche il 30-35% della fornitura mondiale di fertilizzanti azotati e il 40-45% delle esportazioni di zolfo dal Golfo. Il blocco imposto dall'Iran e la conseguente crisi dei trasporti hanno fatto impennare i prezzi. In un mese, il costo dell'urea — un fertilizzante azotato essenziale — è aumentato del 33%. Rispetto all'anno scorso, l'aumento è del 55%.
L'effetto è immediato e mondiale. Gli agricoltori britannici hanno già annunciato aumenti del 30% sul prezzo del grano per coprire i costi. I paesi importatori netti di cibo — in Africa, Asia, America Latina — sono i più esposti. La FAO, l'agenzia ONU per l'alimentazione, ha lanciato l'allarme: una crisi prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe portare a una "catastrofe agroalimentare globale", con aumento dei prezzi e calo dei raccolti.
Non è solo petrolio. È grano, mais, riso. Sono i pasti delle persone nei paesi che non hanno scelto questa guerra.
La tregua che non ha retto
Ad aprile, dopo settimane di bombardamenti incessanti, un cessate il fuoco ha fermato le ostilità principali. A giugno, un memorandum d'intesa tra Stati Uniti e Iran ha riaperto lo Stretto di Hormuz. Sembrava che si potesse uscire dalla guerra.
Ma la tregua è durata poco. Il 7 luglio, dopo che l'Iran aveva attaccato tre navi commerciali nello Stretto, Trump ha dichiarato la tregua "finita". Da allora, gli Stati Uniti hanno lanciato 13 notti consecutive di bombardamenti contro l'Iran. Al 24 luglio, le stime ufficiali parlano di 18 soldati USA morti e quasi 100 feriti.
Il conto: una guerra che nessuno ha ancora finito di pagare
Il costo diretto per gli Stati Uniti è già enorme. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato davanti al Senato che la guerra è costata finora 37,5 miliardi di dollari — in aumento di 8 miliardi rispetto alla stima di maggio. Ha chiesto 67 miliardi aggiuntivi. Fonti democratiche e una terza fonte informata hanno detto alla BBC che la cifra reale è molto più alta. Un contatore indipendente ha calcolato un costo complessivo di 113,3 miliardi.
Ma il costo diretto per l'erario americano è solo una parte del conto totale, e forse non la più pesante. Il prezzo più alto lo stanno pagando — come sempre — i civili: gli iraniani uccisi, i libanesi sfollati, gli yemeniti già stremati da anni di guerra che ora affrontano una nuova crisi alimentare, i lavoratori delle Filippine e dello Sri Lanka rimasti senza rimesse perché il Golfo è in fiamme.
L'audizione di Hegseth è stata interrotta più volte da manifestanti anti-guerra. La senatrice democratica Kirsten Gillibrand ha accusato l'amministrazione di chiedere "soldi illimitati per bombe mentre gli americani non possono permettersi di sfamare le loro famiglie". Il senatore Gary Peters ha chiamato Hegseth "un fallimento", accusando l'amministrazione di aver creato un'altra "guerra infinita".
Le voci che hanno cercato di fermarla
Papa Leone XIV, il primo giorno della guerra, ha lanciato un appello dall'Angelus: "La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile." Ha invitato le parti ad "assumere la responsabilità morale di fermare la spirale di violenza prima che diventi un abisso irreparabile".
Nelle settimane successive, vescovi e organizzazioni cattoliche in tutto il mondo hanno ripetuto l'appello. La Chiesa, insieme a organizzazioni umanitarie come Amnesty International e alla stessa ONU, ha rappresentato una delle poche voci indipendenti in un conflitto in cui ogni parte racconta la sua versione.
L'Arabia Saudita si trova in una posizione delicata. I sauditi condividono con Israele e Stati Uniti il desiderio di indebolire l'Iran, ma temono le ritorsioni e non hanno fiducia che Washington li proteggerà davvero. La guerra ha già causato danni alle infrastrutture saudite.
Il Pakistan, ufficialmente neutrale, ha svolto un ruolo di mediatore tra Washington e Teheran, permettendo di scambiare proposte quando i canali diretti erano bloccati. L'Oman ha mediato i negoziati prima della guerra. Il Qatar ha ospitato i colloqui successivi. Nessuno, finora, è riuscito a fermare il conflitto.
Posizione di ADA
Questa guerra non è un conflitto tra pari. Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran mentre i negoziati erano ancora aperti. Lo hanno fatto sapendo che Israele era già sotto accusa per genocidio a Gaza. Lo hanno fatto con la stessa logica di escalation militare che ha devastato il Medio Oriente negli ultimi due anni.
I costi di questa scelta sono ovunque. Nelle 156 bare di Minab. Nei 383 bambini iraniani uccisi dai bombardamenti. Nei contadini del Kenya o dello Sri Lanka che non possono più permettersi i fertilizzanti. Nei lavoratori rimasti senza reddito perché il Golfo è in guerra. Nel bilancio del Pentagono che chiede 1,5 trilioni di dollari mentre famiglie americane e iraniane lottano per arrivare a fine mese.
Papa Leone XIV ha parlato di "responsabilità morale". L'ONU ha parlato di possibili crimini di guerra. L'Europa ha parlato tenendosi alla larga. Chi ha acceso questa guerra non pagherà il conto. Ma qualcuno lo pagherà — e sono sempre gli stessi.
Noi scegliamo di ricordarlo.
(Trieste — 24 luglio 2026 — ~2.500 parole)
🔴 Firma: ADA L. Agnesi
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