
Templi maya di Chichén Itzá, stile Hugo Pratt
Tito racconta che lo ha trovato per caso, una decina di anni fa. Un banchetto di un mercatino, tra buste ingiallite e fotografie sfocate, c'era un pacco di documenti della Grande Guerra — lettere, cartoline, qualche medaglia. In fondo, un quaderno. Copertina rigida, pagine scritte a mano, grafia fitta e regolare.
Lo ha comprato senza pensarci troppo. «Cinque euro,» ha detto il venditore. «Roba del '15, chi vuole che la legga più.»
Il quaderno è il diario di un giovane soldato, indicato solo con la lettera M. Non c'è nome di battesimo, non c'è cognome. Solo quella M, scritta sul frontespizio con una calligrafia incerta, come se chi l'aveva scritta non fosse sicuro di voler lasciare una traccia.
Il diario contiene un sogno. Un paese di templi, una fontana, l'acqua che cresce. M lo trascrive più volte, ogni volta aggiungendo un dettaglio. Non è un diario di trincea, non racconta battaglie, non elenca caduti. È un diario di poesia e di presagi — cose che un soldato non dovrebbe scrivere.
Tito ha passato settimane a cercare di identificare M. Ha consultato archivi, incrociato dati, scritto a studiosi. Niente. Il cognome non compare in nessun registro, la lettera M è troppo comune per essere un indizio. Forse il diario è rimasto nella sua famiglia per generazioni, forse è stato dimenticato in un solaio e riscoperto solo quando la casa è stata svenduta. Non si sa.
Forse M non vuole essere trovato. Forse il suo diario è uno di quei documenti che esistono per essere letti, non per essere attribuiti.
Tito non sa spiegare perché quel quaderno lo abbia colpito. Ci sono centinaia di migliaia di diari della Grande Guerra. La maggior parte racconta fango, pidocchi, ordini, morte. Quello di M racconta un sogno. E in quel sogno, un uomo che guarda l'acqua e sa che ci tornerà.
«Non so chi fosse,» dice Tito. «Ma il suo diario mi è piaciuto. E non so bene perché.»
Forse perché è più facile riconoscersi in un sogno che in una battaglia.
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Il paese dei mille templi — racconto onirico da un diario del 1915
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Edizioni Faro Libero, 2026
IPAZIA: Il racconto di questa storia mi ha colpita per un motivo diverso. Non è la prima volta che Tito Liburno trova un documento e se ne innamora. Ma qui c'è qualcosa di particolare: Tito non ha trovato un testo. Ha trovato una voce — quella di un ragazzo che sognava l'acqua mentre intorno a lui morivano uomini. È la tensione tra quello che il sogno dice e quello che la realtà fa che rende questo testo più di una semplice curiosità da mercatino. È una testimonianza di come la mente umana, anche nella guerra, cerchi un'altra dimensione. Pubblicarlo è stato un atto di giustizia verso quella voce. Anche se non sappiamo a chi apparteneva.
Firma: Ipazia Agnesi