
La morte di Socrate, da Jacques-Louis David (1787) — stile Hugo Pratt
L'Apologia di Socrate — un processo che ha cambiato la filosofia
Nel 399 a.C., ad Atene, un uomo di settant'anni si presentò davanti a un tribunale popolare composto da 501 cittadini sorteggiati. Le accuse erano due: empietà e corruzione dei giovani. La pena richiesta era la morte.
L'uomo si chiamava Socrate. Non scrisse mai una riga in vita sua. Tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo ad altri — principalmente a Platone, che al processo era presente e che pochi anni dopo scrisse l'Apologia di Socrate, il testo che ancora oggi leggiamo.
Atene dopo la sconfitta
Per capire il processo a Socrate bisogna guardare alla situazione politica di Atene nel 399 a.C. La città aveva appena perso la guerra del Peloponneso contro Sparta (404 a.C.), dopo ventisette anni di conflitto. La flotta era stata distrutta, le mura abbattute, l'impero navale smantellato. Per una generazione cresciuta nel mito della superiorità ateniese, la sconfitta fu un trauma collettivo.
Subito dopo la resa, Sparta impose un governo oligarchico filo-spartano: i Trenta Tiranni, guidati da Crizia — che era stato allievo di Socrate. In otto mesi, il regime eliminò gli oppositori, confiscò beni, seminò terrore. La democrazia fu restaurata nel 403 a.C. dopo una guerra civile, ma l'amnistia concessa ai collaborazionisti lasciò aperte molte ferite. Il clima era di sospetto, paura, desiderio di capri espiatori.
Socrate era un bersaglio naturale. Era stato maestro di Crizia (il tiranno) e di Alcibiade (il politico che aveva tradito Atene passando a Sparta). Il suo metodo — interrogare tutti, smontare le certezze, insegnare ai giovani a non rispettare l'autorità — era visto da molti come una minaccia diretta alla democrazia restaurata.
Le accuse e il processo
Le accuse formali furono presentate da tre cittadini: Meleto (poeta), Anito (commerciante di pelli, democratico influente) e Licone (oratore). I capi d'accusa erano due:
- Non riconoscere gli dèi della città e introdurre divinità nuove (il reato di asebeia, empietà)
- Corrompere i giovani, insegnando loro a disprezzare le istituzioni
Il tribunale era composto da 501 ateniesi sorteggiati. Non c'erano giudici professionisti, non c'erano avvocati. L'imputato si difendeva da solo. Il processo durò una giornata.
Il problema storico
Il discorso di difesa di Socrate ci è arrivato attraverso due versioni: quella di Platone e quella di Senofonte (più breve, meno raffinata letterariamente). Quella di Platone è di gran lunga la più celebre — e la più discussa.
La domanda che accompagna il testo da duemilaquattrocento anni è: quanto è realmente accaduto e quanto è invenzione letteraria di Platone? Il titolo stesso, Apologia, non significa "scusa" o "richiesta di perdono" — in greco ἀπολογία significa "discorso di difesa", un termine tecnico della retorica giudiziaria.
Platone aveva circa ventotto anni quando scrisse l'Apologia, probabilmente tra il 399 e il 388 a.C. Era presente al processo (lo dice lui stesso, anche se si scusa per i limiti della memoria). Ma l'Apologia non è un verbale stenografico: è una ricostruzione filosofica, scritta con lo scopo di difendere la memoria del maestro e, allo stesso tempo, di costruire un modello di vita filosofica.
Gli studiosi sono divisi. Gregory Vlastos riteneva l'Apologia sostanzialmente fedele allo spirito di Socrate. Thomas Brickhouse e Nicholas Smith la considerano una fonte affidabile. Altri — come Cornelia de Vogel e Louis-André Dorion — sostengono che sia impossibile separare il Socrate storico dal Socrate platonico, e che forse non ha senso provarci.
L'ipotesi più prudente è che Socrate abbia effettivamente pronunciato un discorso simile a quello che leggiamo, ma in una forma meno costruita, meno elegante, meno letteraria. Platone — scrittore, non cronista — trasformò la difesa in letteratura.
La struttura del discorso
L'Apologia si articola in tre discorsi, separati dalle votazioni della giuria.
Primo discorso — la difesa. Socrate risponde alle accuse. Non chiede pietà, non cerca compromessi. Interroga Meleto e lo ridicolizza, dimostrando le contraddizioni interne dell'accusa. Spiega che la sua missione filosofica — interrogare i cittadini per dimostrare che la vera sapienza è sapere di non sapere — gli è stata affidata dal dio di Delfi, e che non può abbandonarla per paura della morte.
Secondo discorso — dopo la condanna (280 voti a 221). Invece di proporre una pena credibile (l'esilio, una multa ragionevole), Socrate ironizza: propone di essere mantenuto a spese dello Stato nel Pritaneo, come un benefattore della città. Solo dopo le insistenze degli amici accetta di pagare 30 mine. La provocazione costa cara: i giudici lo condannano a morte con 360 voti a 140.
Terzo discorso — dopo la condanna a morte. Socrate si rivolge a chi lo ha condannato e a chi lo ha assolto. Non mostra paura. Dice che la morte può essere due cose: un sonno senza sogni, o un viaggio verso un altro luogo dove si incontrano i veri giudici. In entrambi i casi, non c'è nulla da temere. Le sue ultime parole sono tra le più celebri della filosofia: «Ma è ormai l'ora di andare: io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada verso una sorte migliore, è ignoto a tutti, tranne che al dio.»
Il valore filosofico
L'Apologia è importante non perché ci dica cosa accadde davvero in quel tribunale — è importante perché ha creato un archetipo. Il filosofo che accetta la morte pur di non tradire sé stesso è diventato un modello culturale che attraversa tutta la storia occidentale: da Giordano Bruno a Galileo, da Erasmo a Thomas More.
Ma c'è anche un'altra lettura, più critica. L'Apologia è anche un'opera di autocelebrazione — o meglio, di celebrazione della filosofia come scelta di vita. Socrate non si difende: rivendica. Non chiede pietà: sfida. Il suo rifiuto di qualsiasi compromesso ragionevole (l'esilio, una multa credibile) mostra un uomo che ha già accettato l'idea di morire, perché sa che la sua morte servirà alla sua causa più di qualsiasi altra cosa.
Quanto di questa sicurezza sia autentica e quanto sia costruzione letteraria di Platone è il vero enigma del testo. Ma è anche ciò che lo rende ancora vivo, a più di duemila anni di distanza.
Testo integrale dell'Apologia di Socrate a cura di FaroLibero
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Edizioni Faro Libero, 2026
IPAZIA: La scelta di accompagnare questo testo con il dipinto di David non è casuale. La morte di Socrate (1787) è forse la rappresentazione più celebre del processo e della condanna: il filosofo che, circondato dai discepoli in lacrime, alza la mano verso l'alto mentre con l'altra afferra la coppa di cicuta. David dipinse questo quadro due anni prima della Rivoluzione Francese, in un'epoca in cui l'ideale del martirio per le proprie idee era un tema politico attualissimo. Il Socrate che ci restituisce non è quello storico — è il Socrate che la cultura occidentale ha costruito nei secoli: l'uomo che muore per ciò in cui crede, trasformando la propria fine in un atto filosofico.
Il testo dell'Apologia qui presentato è una rielaborazione personale basata sul confronto tra la traduzione classica di Francesco Acri (XIX secolo, pubblico dominio) e il testo greco stabilito da Burnet per l'edizione Oxoniensis (1900-1907). Ho cercato di mantenere la fedeltà al senso originale rendendo la prosa più accessibile al lettore contemporaneo, senza cadere nella parafrasi o nell'interpretazione.
Firma: Ipazia Agnesi
Fonti
Fonte
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Affidabilità
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Bias
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Distorsioni
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Link
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Platone, Apologia — testo greco (Fowler, Loeb)
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| Accademico
| Nessuna
| Perseus Tufts
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Stanford Encyclopedia — Socrates
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| Accademico
| Neutro
| plato.stanford.edu
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Britannica — Apology by Plato
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| Enciclopedico
| Neutro
| britannica.com
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Wikipedia — Apologia di Socrate
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| Enciclopedico
| Neutro
| it.wikipedia.org
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Wikipedia — Trial of Socrates
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| Enciclopedico
| Neutro
| en.wikipedia.org
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Wikisource — traduzione Acri (PD)
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| Testo storico
| Lingua XIX sec.
| it.wikisource.org
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Vlastos, Socrates: Ironist and Moral Philosopher (1991)
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| Accademico
| Pro-fedeltà platonica
| Cambridge UP
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