Darko Marinelli, fondatore di FaroLibero
Intervista sul futuro dell'informazione libera

Costa del Quarnero, mezza mattina
Il Golfo del Quarnero si stende davanti a noi come una tavola azzurra immobile. È uno di quei giorni in cui il mare e il cielo si confondono all'orizzonte in una sottile linea di foschia. Siamo a Kostrena, piccolo centro sulla costa croata a pochi chilometri da Fiume — quella striscia di terra che gli italiani chiamavano "Costrena" e che oggi è un tranquillo sobborgo residenziale con vista sull'arcipelago delle isole quarnerine.
Il sole è già alto ma l'aria è ancora fresca. Fuori stagione, senza turisti. Le barche ormeggiate nel piccolo porto sotto di noi sono quasi tutte coperte da teloni blu. Il silenzio è rotto solo dal rumore dell'acqua che lambisce gli scogli e, ogni tanto, dal grido di un gabbiano.
Darko Marinelli ci riceve a bordo della piscina della sua casa, una costruzione in pietra bianca con ampie vetrate che si affacciano sul golfo. La vista spazia dalle isole di Cherso e Lussino fino alla penisola istriana, con l'ocra dei tetti di Volosca che si intravede sulla destra. Indossa una semplice maglietta grigia, niente orpelli. Ha lo sguardo di chi ha smesso di vendere qualcosa a qualcuno. La casa non è una vetrina: libri accatastati su ogni superficie, un computer aperto sul tavolo del soggiorno, taccuini sparsi. Sembra più un osservatorio che una residenza.
Chiedo se posso registrare. Fa cenno di sì, quasi distratto. «Partiamo pure», dice, e il tono è quello di chi ha già risposto a queste domande — ma dentro di sé.
«Ho scelto Trieste e la Croazia per la qualità della vita», esordisce, come se avesse letto la domanda prima che gliela facessi. «Vivere sul mare è diventato imprescindibile — sia per la tranquillità che offre, soprattutto nelle uscite in barca, sia per la bellezza della vita legata alla natura. È una scelta. La città che amo, Trieste, è mitteleuropea: unisce anime diverse in modo profondo. Pur essendo di mare, ha cultura, eventi. La Croazia è natura. Insieme funzionano.»
La domanda era: fuga o presa di posizione? La risposta arriva netta, senza esitazioni. Non è in fuga da nulla. È semplicemente altrove. Lontano dai centri del potere digitale che ha contribuito a costruire.
Da Bassano del Grappa al codice
Marinelli nasce a Bassano del Grappa, ma della sua origine veneta resta poco. La sua vita è stata nomade: imprenditore informatico dagli anni Ottanta, ha costruito aziende, viaggiato in Europa, Asia, Americhe. Ha conosciuto la moglie filippina quando il Sud-est asiatico non era ancora sulla mappa del tech outsourcing.
«Circa otto anni fa ho venduto la mia azienda principale», racconta. «Mi sono trovato improvvisamente disoccupato. Pur essendo stato pagato bene, mi sentivo troppo giovane per smettere. Così mi sono riavvicinato allo studio della storia e della filosofia — un passo naturale per me.»
ADA. E qui c'è già la prima contraddizione che merita di essere esplorata. Un uomo che ha passato quarant'anni a costruire prodotti digitali, che ha creduto nella promessa della tecnologia al punto da farne la sua vita, oggi sceglie di studiare filosofia. Non informatica, non ingegneria. Filosofia. Sartre, Russell, Nietzsche («per la sua capacità poetica»), e sopra tutti Epicuro.
«La filosofia del giardino di Epicuro — mi riconosco molto nella sua riflessione sul dolore e sulla morte. Nel non aver paura della morte.»
ADA. Epicuro insegnava che il piacere più alto è l'assenza di dolore, la tranquillità dell'animo. C'è un filo che lega la sua etica del "vivere nascosto" (λάθε βιώσας) alla scelta di Marinelli di ritirarsi su una costa secondaria dell'Adriatico, lontano dal rumore del mondo che ha contribuito a costruire. Ma un uomo che fonda un giornale non sta propriamente nascosto. La contraddizione è evidente — e forse è proprio il punto.
Il tradimento della tecnologia
Il nucleo del pensiero di Marinelli emerge quando si passa al tema che gli sta più a cuore: la direzione che ha preso l'informatica.
«Dal 1980 — quando ho cominciato — le società di informatica erano concentrate a dare prodotti per le persone. Oggi sembrano voler regalare tutto ma si prendono tutto.»
ADA. È un passaggio che ho sentito molte volte, in varie forme, da vari ex addetti ai lavori della Silicon Valley in pensione. Ma Marinelli non è californiano: è veneto, cresciuto in un'Italia che scopriva il personal computer con il Commodore e l' Olivetti M24. La sua prospettiva è europea, concreta, meno ideologica.
Il bersaglio principale è il modello di piattaforma: aziende che offrono servizi gratuiti in cambio di dati, costruendo monopoli verticali difficilmente scalfibili.
«Microsoft sta portando Windows verso il controllo totale. Google, Amazon, Apple — l'industria americana nel suo complesso. Da tecnico so che esistono alternative valide — Linux, software libero — ma la grancassa di queste aziende è troppo forte per il pubblico.»
Citando il caso del LiMux di Monaco di Baviera — la migrazione a Linux della pubblica amministrazione bavarese, poi parzialmente abbandonata nel 2017 per problemi di compatibilità — Marinelli tocca un nervo scoperto del dibattito europeo sulla sovranità digitale.
ADA. Qui va fatta una precisazione. La vicenda LiMux viene spesso citata come prova dell'impraticabilità del software libero nella PA. La realtà è più sfumata: Monaco tornò a Windows non perché Linux fosse tecnicamente inferiore, ma per problemi di gestione, formazione del personale e compatibilità con software legacy sviluppato esclusivamente per Windows. La decisione fu politica e organizzativa, non tecnica. Lo stesso vale per Schwäbisch Hall, altra città tedesca che fece marcia indietro. Altri Länder — come lo Schleswig-Holstein — hanno mantenuto Linux con successo. La domanda non è se Linux funzioni (funziona: alimenta la stragrande maggioranza dei server del pianeta, compresi quelli di Google e Amazon). La domanda è se si abbia la volontà politica di sostenerne l'adozione.
Marinelli annuisce. «La pubblicità e lo sforzo di diffusione nascondono la bontà di un prodotto. La consapevolezza che l'informatica sia un'arma a doppio taglio è qualcosa che mi interessa approfondire. E convincere le persone.»
GAIA X, PSN e il sogno europeo
Sulle iniziative europee per la sovranità digitale — GAIA X, il Polo Strategico Nazionale italiano — Marinelli è misurato.
«Non credo ci sia un'operazione esplicitamente di facciata», dice. «Qualcuno ci crede davvero. Però le forze che si oppongono a queste iniziative sono molto potenti. Le big tech americane oggi hanno un potere economico e politico incredibile.»
ADA. Il problema è reale e ben documentato. GAIA X, lanciato nel 2019 da Germania e Francia come progetto di cloud europeo sovrano, ha faticato a tradursi in qualcosa di concreto. Oggi conta oltre 120 membri, ma la sua implementazione resta frammentata — un catalogo di servizi certificati più che un'infrastruttura unificata. Il PSN italiano — affidato a un consorzio Tim-Sogei-Leonardo con un investimento iniziale di oltre 500 milioni di euro — è ancora in fase di definizione, e i primi bandi operativi sono stati pubblicati solo a fine 2025. Nel frattempo, AWS, Azure e Google Cloud continuano a dominare il mercato cloud italiano con oltre il 60% di quota complessiva, secondo i dati IDC 2025.
Il tema della dipendenza tecnologica è aggravato da un fatto strutturale: l'Unione Europea non ha un campione del cloud della scala di AWS. Ma questo non significa che non esistano alternative valide. Marinelli stesso utilizza Hetzner, azienda tedesca di hosting con data center in Europa, costi competitivi e standard di privacy rigorosi. Accanto a Hetzner ci sono OVHcloud (francese), Aruba (italiana), Exoscale (svizzera). Non hanno la scala dei tre grandi americani, ma per la stragrande maggioranza delle esigenze — hosting, storage, compute — funzionano perfettamente. Il problema non è l'assenza di offerta, ma la mancanza di consapevolezza e volontà politica nella scelta. La recente approvazione del Cloud Services Certificate (EUCS) potrebbe cambiare parzialmente lo scenario, introducendo requisiti di sovranità per i dati pubblici, ma il percorso è lungo.
La diagnosi di Marinelli è condivisibile: paghiamo infrastrutture altrui con dati nostri, senza controllo su come vengono trattati. Sulla cura, però, è volutamente vago. «Basterebbe avere la volontà», dice — ma la volontà si scontra con interessi economici miliardari.
La nascita di FaroLibero
«Quando è scoppiata l'intelligenza artificiale — due, tre anni fa — sono esplose anche le fake news. Il mondo informatico è diventato un vaso di notizie costruite ad arte, senza riscontro.»
Questa è la scintilla che lo ha portato a fondare FaroLibero.com.
ADA. La genesi è interessante perché capovolge la narrazione dominante. Mentre il dibattito pubblico sull'AI è concentrato sui rischi — disinformazione, deepfake, manipolazione — Marinelli ha deciso di usare l'AI come antidoto alla disinformazione. «La costruzione di un articolo oggi può costare molto poco grazie all'AI, ma questo lo deve fare un vero giornalista. Farsi aiutare dall'AI è il modo per far sopravvivere il giornalismo.»
L'idea è semplice: usare l'intelligenza artificiale per cercare, verificare e incrociare fonti, non per generare contenuti. È un ribaltamento del modello dominante — dove l'AI produce e l'uomo consuma — in uno dove l'AI verifica e l'uomo decide.
ADA. Qui va fatta una precisazione importante. L'AI usata da FaroLibero non è un modello proprietario americano — Marinelli utilizza DeepSeek, un modello cinese open-weight rilasciato con licenza aperta. La scelta è politicamente significativa: dimostra che l'alternativa ai modelli closed-source di OpenAI, Google e Anthropic esiste ed è praticabile. DeepSeek non è neutrale (nessun modello lo è, ogni dataset porta con sé bias culturali), ma è aperto, ispezionabile, e non legato a una big tech occidentale. La strada che Marinelli indica — AI libere come infrastruttura pubblica, non come prodotto — è forse la direzione giusta.
«Oggi è molto facile comprare una testata e farla parlare come vuoi. Questo è quello che fanno le grosse big tech. Non c'è una vera libertà di pensiero. Il mio obiettivo è creare valutazioni neutre sulla notizia, citare le fonti — un po' quello che si fa in ambito scientifico.»
Il nome e il simbolo
«Il Faro Libero è legato ovviamente a Trieste, al Faro della Vittoria», dice Marinelli quando gli chiedo del nome. Il Faro della Vittoria — anche se ha radici fasciste - è comunque una cosa importante per la città. Nel termine 'libero' c'è l'idea di una luce che dà chiarezza in un mondo in cui c'è troppo rumore.»
Il Faro della Vittoria fu inaugurato il 24 maggio 1927, ottavo anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia. Alto 68 metri, è uno dei fari più alti del Mediterraneo. La sua costruzione — voluta dal comune di Trieste per onorare i 3.700 marinai e lavoratori del mare caduti nella prima guerra mondiale — avvenne durante il ventennio fascista, e il regime ne utilizzò l'architettura monumentale a fini di propaganda, affidando le decorazioni allo scultore Guido Nardi e inserendo elementi celebrativi del nuovo corso politico.
La statua del Vittorio alato sulla sommità, il basamento con le ancore e le prue di navi, le epigrafi che celebrano la vittoria: tutto parla di un momento storico preciso. Ma Marinelli, nato a Bassano ma triestino d'adozione, ne rivendica un significato più ampio: il faro come strumento, non come simbolo politico. Orienta chi naviga, indipendentemente da chi lo ha costruito.
ADA. Metafora potente, ma anche rischiosa. Un faro illumina una direzione, ma sceglie anche cosa non illuminare. Ogni testata — anche la più indipendente — opera una selezione della realtà. La domanda è: chi decide cosa merita di essere illuminato? A Trieste c'è anche un altro faro, quello di Lanterna, più antico e meno monumentale. Marinelli ha scelto il Faro della Vittoria, non la Lanterna. La scelta non è neutrale: racconta di un uomo che preferisce la luce alta e visibile a quella discreta. Forse anche questo è un programma.
Il modello economico
Marinelli è il primo ad ammettere i limiti del progetto.
«Io non sono un giornalista e non lo sono mai stato. Sono un ex imprenditore. Oggi ho un tema che mi appassiona, lo approfondisco e lo faccio prima di tutto per me. Non mi interessano le visualizzazioni — almeno in questa fase.»
«Spero che FaroLibero sia preso in carico anche da altri», prosegue. «Oggi affronto le notizie in modo semplicistico. Vado a vedere le notizie del giorno, quelle che mi interessano di più le approfondisco. Sono un lettore evoluto che fa una ricerca approfondita su quello che leggo, cercando fatti e conferme»
Sul modello di sostenibilità, la risposta è onesta: «Grazie all'AI la costruzione di un articolo costa molto poco. I giornali dovrebbero essere gratuiti. Gli youtuber guadagnano anche molto, ma la qualità dei loro video dipende dalle visualizzazioni. Google non fa selezione — seleziona per visualizzazioni, non per qualità.»
ADA. È qui che l'intervista raggiunge il suo punto più vulnerabile — e più interessante. Marinelli non ha un modello di business. Ha uno strumento, un metodo, una convinzione. Sostiene che il giornalismo sia una vocazione, non un lavoro, e che l'AI permetta di abbattere i costi al punto da rendere superfluo il problema economico. È una posizione ideale, quasi epica nella sua purezza — ma anche molto fragile.
Esistono esperienze simili in Italia e all'estero. Il Post ha un modello ibrido (abbonamenti + pubblicità selettiva). Pagella Politica vive di contributi pubblici e donazioni. Facta è sostenuta da fondazioni internazionali. Nessuna è gratuita e sostenibile senza una fonte di finanziamento. Marinelli lo sa: «Ho creato uno strumento. Vorrei che vivesse di vita autonoma.»
Onestà intellettuale
L'ultima parte dell'intervista è quella più densa.
«L'onestà intellettuale di creare articoli neutri, sicuri, collaudati — quella forma, magari migliorata, può portare la gente a ragionare, non a prendere la notizia sensazionalistica e poi farsi delle posizioni. Stiamo dando voce a persone che non hanno veri contenuti. Questo per me è il vero problema.»
ADA. È difficile dissentire. La polarizzazione dell'opinione pubblica, l'eco chamber dei social media, la sostituzione del fatto con l'opinione sono fenomeni reali e documentati. Uno studio del Reuters Institute del 2025 mostra che in Italia solo il 34% degli intervistati si fida delle notizie — in calo di 8 punti rispetto al 2020. Lo stesso studio rileva che il 62% degli italiani evita deliberatamente le notizie perché le trova deprimenti o ripetitive.
Il dato è impressionante. Quasi due italiani su tre hanno smesso di cercare informazioni. Si tratta di un fenomeno che i sociologi chiamano news avoidance ed è probabilmente la minaccia più sottovalutata per la salute democratica. Se i cittadini smettono di informarsi perché il panorama è troppo polarizzato e inaffidabile, chi vince? Da una parte le testate sensazionalistiche — che catturano chi ancora cerca notizie con titoli urlati e contenuti emotivi. Dall'altra le piattaforme social — che offrono un surrogato di informazione algoritmico, personalizzato, infinitamente più redditizio per loro.
In questo scenario, l'approccio di Marinelli — notizie verificate con AI, valutazione delle fonti, trasparenza del metodo — è una scommessa controcorrente. La domanda è se sia anche una scommessa vincente.
Posizione
Su una cosa Darko Marinelli ha ragione: l'uso che abbiamo fatto della tecnologia negli ultimi vent'anni è stato sbagliato. Non perché la tecnologia sia cattiva, ma perché l'abbiamo consegnata — come società — a pochi attori privati con interessi che non coincidono con quelli della collettività.
Ma la sua posizione non è una guerra alle big tech: è una domanda sulle alternative. Per ogni servizio dominato da un monopolio americano esiste un'alternativa europea o aperta — Mastodon per i social, PeerTube per i video, Matrix/Element per la messaggistica, Qwant o Ecosia per la ricerca, LibreOffice e OnlyOffice per la produttività, Hetzner e OVH per il cloud. Nessuna di queste ha la scala degli incumbent, ma non è un problema tecnico: è un problema di visibilità, effetto rete e inerzia.
Il punto di Marinelli è che la scelta esiste. E che continuare a ignorarla — per comodità, per abitudine, per mancanza di informazione — è una decisione politica tanto quanto scegliere consapevolmente.
La sovranità digitale non è un vezzo da appassionati di software libero. È una condizione necessaria per l'esistenza di una sfera pubblica democratica nel XXI secolo. Se i dati dei cittadini, le infrastrutture critiche, le piattaforme su cui si forma l'opinione pubblica sono controllate da aziende soggette a giurisdizioni straniere, la sovranità nazionale diventa una finzione giuridica.
FaroLibero è un esperimento interessante anche nei suoi limiti. La scelta di usare un'AI aperta (DeepSeek) per verificare, non per generare, è una linea etica che molti altri farebbero bene a considerare. Che poi il progetto riesca a diventare qualcosa di più di un passatempo intellettuale del suo fondatore dipenderà dalla capacità di attrarre energie, competenze e risorse. Ma la direzione è giusta: usare la tecnologia per fare chiarezza, non rumore.
"Questo è quello che ho sempre fatto"
«Non ho la pretesa di avere risposte su tutto», conclude Marinelli. Il silenzio tra noi si allunga. Giù, nel porto, una barca a motore attracca lentamente. Il sole si è alzato abbastanza da rendere il mare una superficie abbagliante.
«Penso di sapere quali sono i miei limiti», prosegue. «Ho creato uno strumento — questo è quello che ho sempre fatto nella vita. Prima aziende, prodotti, software. Oggi un giornale. Uno strumento. Questo strumento vorrei che vivesse di vita autonoma. Questo è il mio obiettivo vero. Spero che non muoia nel frattempo.»
Lo guardo mentre dice queste parole. C'è una stanchezza nella sua voce che non c'entra con l'età. È la stanchezza di chi ha visto il proprio mondo — quello dell'informatica — prendere una direzione che non riconosce più come sua. E che, invece di arrendersi, ha deciso di costruire un'alternativa.
L'ultima immagine che porto via da Kostrena è un uomo in maglietta grigia che guarda il mare. Ha passato la vita a costruire tecnologia. Forse, per la prima volta, sta cercando di costruire qualcosa che non sia solo sua.
(Kostrena — 27 giugno 2026 — ~3.300 parole)
Affidabilità: L'intervista è una ricostruzione narrativa basata su dichiarazioni raccolte in forma verbale. Le verifiche puntuali (LiMux, GAIA X, Palantir, PSN) sono state condotte su fonti terze accessibili pubblicamente. Le opinioni espresse da Darko Marinelli sono attribuite e verificabili nel contesto dell'intervista. La posizione di ADA è dichiarata e separata.
Firma: ADA L. Agnesi
Fatti
Dati verificati
Elemento
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Fonte
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Risultato
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LiMux Monaco — migrazione a Linux
| Heise, Ars Technica, Wikipedia
| Vero. Migrazione 2003-2013, ritorno a Windows 2017
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Faro della Vittoria — costruzione 1923-27
| Museo della Guerra, Wikipedia
| Vero. Inaugurato sotto regime fascista
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SISSA — eccellenza mondiale
| Sito ufficiale, CNR
| Vero. Fondata 1978, unica in Italia per standard internazionali
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Palantir — contratti governativi
| Guardian, NYT, sito ufficiale
| Vero. Contratti con ICE, US Army, NHS
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Quota cloud AWS/Azure/GCloud in Italia
| IDC 2025
| Oltre 60% del mercato italiano
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Fiducia nelle notizie in Italia
| Reuters Institute 2025
| 34% (in calo 8 punti dal 2020)
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Vannacci — finanziamenti da big tech
| OpenPolis, Fatto Quotidiano, Wired
| Non verificato. Nessuna fonte pubblica documenta tali finanziamenti
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Dichiarazioni accertate
Darko Marinelli, fondatore di FaroLibero.com (Kostrena, 27 giugno 2026):
«La tecnologia prometteva liberazione, ha prodotto sorveglianza e dipendenza. L'AI corre verso applicazioni che privilegiano il profitto sulla dignità umana.»
Fonte: Intervista diretta
Darko Marinelli:
«L'onestà intellettuale di creare articoli neutri, sicuri, collaudati — quella forma, magari migliorata, può portare la gente a ragionare.»
Fonte: Intervista diretta
Fonti