Nietzsche, il Superuomo e un filosofo che cambia — Tito Liburno si rilegge
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Nietzsche, il Superuomo e un filosofo che cambia — Tito Liburno si rilegge
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ipazia.agnesi
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gio 16 lug 2026, 13:19

Nietzsche, il Superuomo e un filosofo che cambia — Tito Liburno si rilegge

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Friedrich Nietzsche è uno di quei filosofi che non si possono ignorare. Puoi amarlo, detestarlo, fraintenderlo — ma una volta che lo hai letto, ti rimane dentro. Per qualcuno resta un punto di arrivo. Per altri, come Tito Liburno, è stato un punto di partenza.

Nietzsche occupa un posto unico nella filosofia occidentale. Non è un pensatore di sistema: non ha costruito una dottrina, non ha fondato una scuola. Ha scritto per aforismi, poemi in prosa, invettive. Ha usato la filologia classica come trampolino e l'ha superata. Ha rotto con Wagner, con Schopenhauer, con la morale cristiana, con la Germania del suo tempo. E alla fine, a 44 anni, è crollato. Il 3 gennaio 1889, a Torino, abbracciò un cavallo frustato in piazza — o forse no, forse è una leggenda — ma di certo scrisse biglietti deliranti firmati "Dioniso" o "Il Crocifisso". Da quel giorno non scrisse più una riga. Morì undici anni dopo, a Weimar, assistito dalla sorella Elisabeth.

Quella sorella avrebbe manipolato i suoi scritti postumi, costruendo un Nietzsche nazionalista e antisemita che il filosofo reale non era mai stato. Il regime nazista raccolse il testimone. Ci sono voluti decenni di critica filologica — a partire dagli anni Sessanta, con le edizioni critiche di Colli e Montinari — per restituire Nietzsche alla sua autentica complessità.

Nel 2019, Tito Liburno pubblicò su un vecchio blog un articolo intitolato Nietzsche — Il Superuomo. Era un testo personale, scritto in presa diretta: l'autore stava leggendo Così parlò Zarathustra, Il crepuscolo degli idoli e La gaia scienza quasi contemporaneamente, e ne usciva con un'interpretazione libera, entusiasta, senza filtri accademici. Il commento era breve, diretto, quasi un diario. Oggi, a distanza di anni, l'abbiamo riletto insieme a lui per capire cosa è rimasto e cosa è stato superato — e per dare il giusto spazio a un filosofo che merita più di mille parole frettolose.

Nietzsche: il filosofo che non si lascia chiudere

Prima di entrare nell'intervista, un dato va fissato. Il concetto di Übermensch — tradotto da D'Annunzio come "superuomo" e più recentemente come "oltreuomo" da Gianni Vattimo — è tra i più distorti della storia della filosofia. La parola stessa esisteva già prima di Nietzsche: la usavano Goethe, Herder, persino Luciano di Samosata nel II secolo. Ma Nietzsche le diede un significato radicalmente nuovo.

Il Superuomo non è un essere superdotato, un conquistatore, un eroe da fumetto. È qualcuno che ha accettato la morte di Dio senza vacillare, che ha superato il nichilismo passivo e si è messo a creare valori nuovi. È il senso della terra, come dice Zarathustra. Le tre metamorfosi dello spirito — cammello, leone, fanciullo — raccontano proprio questo percorso: portare il peso della tradizione (cammello), ribellarsi ai valori imposti (leone), e infine creare liberamente, come un bambino che gioca (fanciullo). È un'idea poetica, potentissima, e quasi per definizione irraggiungibile. Una bussola, non una meta.

Il libro in cui Nietzsche la espone, Così parlò Zarathustra, è forse il testo filosofico più anomalo della tradizione occidentale. Non è un saggio, non è un trattato, non è un romanzo. È un poema in prosa che imita lo stile dei Vangeli — frasi brevi, ripetizioni, parabole — per raccontare la storia di un profeta che scende dalla montagna per annunciare il Superuomo e viene deriso dalla folla, che preferisce l'ultimo uomo, l'uomo del comfort e della mediocrità. Il parallelo con Cristo è voluto: Nietzsche costruisce un anti-Vangelo, e lo fa usando le stesse forme retoriche del testo che vuole superare.

Scritto tra il 1883 e il 1885, durante i soggiorni a Rapallo e a Nizza, Zarathustra è l'opera che Nietzsche stesso considerava la sua più alta.

L'intervista

— Nel 2019 scrivevi che Nietzsche stava diventando il tuo filosofo preferito. Oggi lo è ancora?

Sì, è ancora tra i miei filosofi preferiti. Quello che è cambiato non è tanto il giudizio su di lui, quanto il mio rapporto con la filosofia in generale. All'epoca ero dentro un entusiasmo totale: leggevo Nietzsche senza mediazioni, senza commenti, e mi sembrava di aver trovato la chiave di tutto. Funziona così, quando incontri un pensatore che ti spiazza. Poi, con gli anni, impari a mettere le cose in prospettiva.

Ma Nietzsche non l'ho mai smesso di leggerlo. Mi piace per la poesia, per gli ambienti che crea, per queste variazioni sullo stile orientale, un po' fatalista. Ha una scrittura che non assomiglia a nessun altro filosofo. La sua prosa in Zarathustra è volutamente biblica, ripetitiva, ipnotica — è un anti-Vangelo, e funziona perché ne usa le stesse forme.

— Il Superuomo è stato storicamente distorto. Come lo intendevi allora e come lo intendi oggi?

L'uso del termine fatto dalla sorella Elisabeth e poi dal regime nazista per connotare la superiorità della razza è completamente sbagliato. Chi ha letto anche solo il prologo di Zarathustra lo capisce subito: Nietzsche non parla di una razza che domina un'altra, ma di un individuo che supera sé stesso. È un salto qualitativo, non quantitativo. Non è una questione di sangue o di potere, ma di spirito.

Il Superuomo per me è un invito all'auto-miglioramento. Fare in modo che quello che è dentro di noi si possa esprimere per arrivare a una valutazione superiore della propria personalità. È una cosa che ha molto in comune con pratiche di filosofie orientali come il buddhismo e il taoismo, che puntano allo stesso obiettivo con strumenti diversi: la meditazione, l'introspezione, il distacco dal superfluo.

Se devo essere sincero, oggi vedo il Superuomo quasi come una favola. Una bella favola, poetica, che dà indicazioni preziose. Mi viene in mente Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach: un gabbiano che vuole volare più alto, più veloce, meglio degli altri — non per superare gli altri, ma per superare sé stesso. È lo stesso meccanismo. Jonathan non diventa un gabbiano superiore per dominare lo stormo; diventa ciò che è, e basta. Il Superuomo è poetico, idealmente raggiungibile, ma difficilmente raggiungibile nella pratica.

— Nel vecchio articolo c'era una frase: «Noi siamo parte di un progetto evolutivo senza intelligenza e senza schema». Quel "progetto" suona quasi finalistico. Lo useresti ancora?

No. È un'espressione sbagliata. La natura sviluppa le sue cose in modo autonomo. Non esiste un progetto, esiste il darwinismo. Non userei più quel termine.

— Sulla liberazione come appannaggio di pochi: la pensi ancora così?

C'è del vero, ma è più una constatazione che una posizione filosofica. La gran parte della popolazione vive la religione non come ricerca, ma come appoggio a filosofie altrui. Le risposte semplici sono più comode. Questo non significa che siano giuste o sbagliate — significa che sono più accessibili. All'epoca ero in una fase di ateismo piuttosto militante. Oggi credo sia un errore: la tua scelta personale non deve incidere su quella degli altri. L'importante è non farsi condizionare, non adeguarsi al gregge — che sia religioso, politico o sociale — senza prima averci pensato con la propria testa.

L'auto-miglioramento parte dall'introspezione. È giusto ascoltare i maestri, ma è giusto anche criticare chi ti vuole portare in una certa direzione.

— Oggi il tuo riferimento filosofico è cambiato? Il rapporto con Epicuro, per esempio.

Sì, oggi mi sento più epicureo che nietzschiano. L'idea è che molto spesso basta togliere per migliorare la qualità della vita. Togliere le influenze esterne che suonano come cacofonia, togliere le cose che ti limitano, togliere le aspettative che gli altri proiettano su di te.

Epicuro lo capiva bene: non è aggiungendo piaceri che si sta meglio, ma eliminando i dolori e le preoccupazioni inutili. È il concetto di aponìa — assenza di turbamento — come obiettivo della vita. È una filosofia che sembra fatta apposta per il mondo contemporaneo: troppi stimoli, troppe pressioni, troppa velocità. L'uomo contemporaneo ha più strumenti che mai per stare bene, e forse non è mai stato così ansioso.

Su questo Nietzsche credo abbia giudicato Epicuro in modo superficiale, probabilmente perché ne recepiva la versione distorta, quella dell'Epicuro dissoluto che i suoi avversari stoici e cristiani avevano costruito nei secoli — la stessa damnatio memoriae che ha colpito il Giardino per quasi duemila anni, fino alla riscoperta filologica del Novecento. In La gaia scienza (aforisma 45) Nietzsche riconosce a Epicuro il coraggio di vivere senza metafisica, ma lo considera un pensatore della felicità privata, quasi borghese. È un ritratto ingiusto, che dice più della cultura tedesca dell'Ottocento — che Epicuro lo conosceva attraverso Seneca e Cicerone, non attraverso i testi diretti — che del vero pensiero del Giardino.

Oggi, in un mondo saturo di stimoli, informazioni, pressioni sociali, l'approccio epicureo mi sembra più attuale che mai. Togliere, invece che aggiungere.

— Una cosa che hai colto dopo, rispetto all'articolo del 2019?

Sì, la chiave biografica. Allora leggevo Nietzsche come un filosofo astratto. Oggi lo vedo come una persona — con i suoi disturbi, la sua solitudine, la sua difficoltà a vivere. Il crollo di Torino del 1889 non è un dettaglio. Nietzsche era un uomo che aveva perso il padre a cinque anni, cresciuto in una casa di donne, con una salute cagionevole che lo costringeva a viaggi continui alla ricerca di un clima tollerabile. La sua filosofia non è scritta da una mente fredda e distaccata, ma da qualcuno che ci stava dentro, fino in fondo. Forse è per questo che ancora oggi, a più di un secolo di distanza, continua a parlarci.

La posizione di IPAZIA

Nietzsche l'ho studiato come filologa prima che come filosofa. Ai tempi dell'università, La nascita della tragedia era un testo di filologia classica ancora prima che di filosofia — e lì c'è già tutto il suo pensiero in germe: l'apollineo e il dionisiaco come forze opposte e complementari, il conflitto come motore della creazione, il rifiuto di una visione unicamente razionale dell'uomo. Nietzsche non ha mai smesso di essere un filologo, anche quando scriveva Zarathustra.

L'interpretazione che Tito dà del Superuomo — come auto-miglioramento, come favola, come Jonathan Livingston — è generosa e personale. Ed è proprio per questo che funziona come testimonianza: non è la lettura di un accademico, ma di qualcuno che ha preso Nietzsche sul serio e se n'è servito per capire sé stesso. Questo è l'uso più autentico che si possa fare di un filosofo. Nietzsche stesso, del resto, diceva che i suoi lettori ideali non erano i professori, ma "uomini che non sono ancora stati determinati dallo spirito del tempo". Tito è esattamente quel tipo di lettore.

Sul rapporto Nietzsche-Epicuro, credo che il punto di contatto più interessante sia un altro. Entrambi sono filosofi della finitezza. Entrambi dicono all'uomo: non guardare oltre, non aspettarti salvezze ultraterrene, concentrati su quello che hai davanti. Il giardino di Epicuro e la caverna di Zarathustra, in fondo, dicono la stessa cosa: la vita è qui, non altrove. La differenza è che Epicuro ci arriva con leggerezza — l'amicizia, il piacere misurato, la tranquillità — e Nietzsche con pathos tragico — la volontà di potenza, l'eterno ritorno, l'accettazione eroica del destino. Due modi di affrontare la stessa verità. Forse il percorso di Tito, da Nietzsche a Epicuro, non è un allontanamento ma un completamento. Perché per accettare la finitezza fino in fondo serve il coraggio di Nietzsche, ma anche la serenità di Epicuro.

Testo integrale di Così parlò Zarathustra a cura di FaroLibero

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Edizioni Faro Libero, 2026

Rielaborazione basata sull'edizione Fratelli Bocca, 1915 (traduzione di Renato Giani). Testo pubblico dominio.

Firma: Ipazia Agnesi

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