Google ha perso. Tu paghi ancora
Il 2 luglio 2026 la Corte di Giustizia UE ha chiuso il caso Android: Google multata 4,1 miliardi. Ma la pratica che costringe milioni di utenti a pagare per software che non usano non è stata vietata. Solo multata.
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Google ha perso. Tu paghi ancora
Il 2 luglio 2026 la Corte di Giustizia UE ha chiuso il caso Android: Google multata 4,1 miliardi. Ma la pratica che costringe milioni di utenti a pagare per software che non usano non è stata vietata. Solo multata.
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ada
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dom 12 lug 2026, 13:50

Google ha perso. Tu paghi ancora

Persona china su smartphone con ricevuta, china e pastello.
Persona china su smartphone con ricevuta, china e pastello.

Il 2 luglio 2026, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha respinto l'ultimo ricorso di Google contro la multa da €4,125 miliardi inflitta nel 2018 per abuso di posizione dominante con Android. La sentenza è definitiva. Google paga.

Ma tu — che hai comprato un computer con Windows preinstallato o un telefono con Google Play Services obbligatorio — continui a pagare. Perché il cuore della vicenda non è la multa. È la pratica che la multa non ha vietato.

Il meccanismo è sempre lo stesso

Microsoft, Google, e in parte Apple, condividono un modello commerciale che sembra normale solo perché è universale.

Con Windows, il produttore (HP, Dell, Lenovo) paga a Microsoft una licenza per ogni PC venduto. Il costo è incorporato nel prezzo finale. Se tu vuoi Linux, lo paghi comunque. Fino al 2025, era praticamente impossibile trovare un PC senza Windows nei canali retail. Lenovo ha cominciato a offrire ThinkPad con Linux a $140 in meno — rendendo visibile per la prima volta quella che gli addetti ai lavori chiamano "Windows Tax".

Con Android, la dinamica è identica ma il meccanismo è più complesso. Google non possiede Android in senso stretto — il codice di base (AOSP, Android Open Source Project) è open source e chiunque può usarlo. Ma ciò che rende un telefono Android utilizzabile non è AOSP: è GMS (Google Mobile Services), una suite proprietaria che include Play Store, Play Services (le API per notifiche, geolocalizzazione, aggiornamenti), Google Maps, Gmail, YouTube, Google Pay. Senza GMS, un telefono Android è uno scheletro.

Google concede la licenza GMS solo a chi accetta di preinstallare Google Search, Chrome, Google Assistant in posizioni predefinite. E solo a chi non fa fork di Android: Amazon con Fire OS ha dovuto rinunciare al Play Store. Il consumatore non ha scelta: il telefono arriva con un ecosistema chiuso, e se vuole un sistema de-Googlizzato deve cercarsi un dispositivo di nicchia o fare da sé.

Il blocco fisico — quando non puoi nemmeno provare

C'è un aggravante che pochi conoscono: su molti dispositivi, cambiare sistema operativo non è tecnicamente possibile. I produttori bloccano i bootloader, firmano digitalmente il firmware, e rendono impossibile installare un sistema alternativo. Non puoi mettere LineageOS su un telefono Xiaomi senza sbloccare il bootloader — e sempre più produttori rendono questa operazione difficoltosa se non impossibile.

Sui PC il problema è minore (si può sempre installare Linux), ma sui telefoni è la norma. Il dispositivo che hai comprato è tuo, ma il software che ci gira è deciso da chi te l'ha venduto.

Questo è il secondo livello del problema: non solo paghi per un OS che non hai scelto, ma spesso non puoi sostituirlo nemmeno se volessi.

Anche il produttore è responsabile

La sentenza del 2 luglio parla solo di Google. Ma il meccanismo della tassa nascosta non esisterebbe senza la complicità attiva dei produttori di dispositivi. È HP, Dell, Lenovo che scelgono di preinstallare Windows su ogni PC e di non offrire alternative nei canali retail. Sono Samsung, Xiaomi, Oppo che firmano i contratti GMS e bloccano i bootloader.

Se un produttore decidesse di vendere un PC senza sistema operativo, o con Linux preinstallato a prezzo inferiore, la Windows Tax sparirebbe da quel modello. Lenovo lo ha fatto nel 2025 con il ThinkPad X1 Carbon: $140 in meno per la versione Linux. La prova che si può fare.

La multa a Google è giusta, ma non basta. Finché i produttori non saranno obbligati — per legge — a offrire una scelta reale al consumatore, la tassa continuerà a esistere. Con o senza Google.

La Corte di Giustizia, con la sentenza del 2 luglio, ha confermato che queste pratiche sono illegali:

  • Pre-installazione forzata di Google Search e Chrome come condizione per il Play Store
  • Pagamenti ai produttori per non installare motori di ricerca concorrenti
  • Clausole anti-frammentazione che impediscono ai produttori di usare versioni modificate di Android

Il percorso legale — una decade di battaglie

La sentenza del 2 luglio 2026 è l'ultimo capitolo di un contenzioso iniziato dieci anni fa. Il percorso è importante per capire cosa è successo e cosa no.

2018 — La Commissione Europea (direzione Concorrenza, allora guidata da Margrethe Vestager) infligge a Google la multa record di €4,34 miliardi (poi leggermente ridotta a €4,125 miliardi dal Tribunale). La decisione accerta che Google ha abusato della posizione dominante di Android imponendo ai produttori:

  • L'obbligo di preinstallare Google Search e Google Chrome per ottenere il Play Store
  • Pagamenti illegali ai produttori per non preinstallare motori di ricerca concorrenti
  • Clausole che impedivano ai produttori di sviluppare o vendere dispositivi con fork di Android (le clausole anti-frammentazione)

2022 — Il Tribunale dell'UE (primo grado di appello) sostanzialmente conferma la decisione della Commissione, riducendo la multa a €4,125 miliardi. Google ricorre in Cassazione europea.

2 luglio 2026 — La Corte di Giustizia (ultimo grado, equivalente alla Corte Suprema UE) respinge integralmente il ricorso di Google. La sentenza è definitiva e non impugnabile.

Cosa ha detto esattamente la Corte? Ha confermato che le pratiche di Google hanno ristretto la concorrenza nel mercato della ricerca generale e dei browser, e che le clausole anti-frammentazione hanno impedito lo sviluppo di sistemi operativi alternativi basati su Android. In altre parole: senza quelle clausole, oggi avresti potuto avere un telefono con Android senza Google — uno scenario che esiste solo in progetti di nicchia come /e/OS.

Ma la sentenza, come tutte le sentenze antitrust europee, è retrospettiva: accerta che Google ha violato le regole in passato e lo multa. Non ordina a Google di cambiare le proprie pratiche commerciali per il futuro. Questa è la differenza cruciale tra una multa e un'ingiunzione (divieto). La Commissione avrebbe potuto chiedere alla Corte di imporre un divieto. Non lo ha fatto. Ha scelto la multa.

Il paradosso delle multe europee

L'UE ha multato Google per €4,125 miliardi. Ha multato Microsoft per €2,2 miliardi per il caso Teams (e altri €561 milioni per Internet Explorer). Ha multato Apple per €13 miliardi per gli aiuti di Stato in Irlanda (poi annullata). Ma non ha mai vietato la pratica.

Una multa, per aziende che generano decine di miliardi di profitti all'anno, è un costo operativo. Google ha fatturato €307 miliardi nel 2025. I €4,1 miliardi della multa rappresentano l'1,3% del fatturato annuo. È una voce in bilancio, non un deterrente.

Vietare la pratica sarebbe un altro paio di maniche. Significherebbe:

  • Vietare la preinstallazione forzata di software proprietario su dispositivi nuovi
  • Rendere visibile il costo della licenza Windows/Android come voce separata nel prezzo
  • Obbligare i produttori a offrire una versione senza OS o con OS alternativo, a prezzo inferiore
  • Estendere il divieto a tutto il software in bundle: Office, Teams, browser, suite

Il precedente esiste. Microsoft ha già dovuto separare Teams da Office in Europa nel 2024 dopo le accuse di antitrust. Ha poi esteso la separazione a livello globale. Significa che quando l'UE forza la mano, le aziende si adeguano. Il problema è che l'UE non forza abbastanza.

Ma c'è un altro bersaglio. La sentenza del 2 luglio parla solo di Google. Ma il meccanismo della tassa nascosta esiste perché i produttori (HP, Dell, Lenovo, Samsung, Xiaomi) scelgono di parteciparvi. Senza di loro, la pratica non reggerebbe. Una legge che obbligasse i produttori a offrire una versione senza OS o con OS alternativo a prezzo ridotto — e a garantire la possibilità di sostituire il sistema operativo (bootloader sbloccabili, firmware firmati accessibili) — colpirebbe la radice del problema. Google e Microsoft si adeguerebbero di conseguenza.

Perché il consumatore non vede il costo

La "tassa" è invisibile per progetto. Quando compri un PC, non vedi "Licenza Windows: €120" nella ricevuta. Vedrai "Pc HP XYZ: €899". Il costo è sepolto nel prezzo. Quando compri un telefono Android, non vedi "Licenza GMS: inclusa". Vedi solo il prezzo del telefono.

Se il costo fosse visibile, il consumatore potrebbe scegliere. "Preferisco risparmiare €120 e installare Ubuntu." O "Voglio un telefono Android senza Google, tanto uso ProtonMail e OsmAnd." Oggi questa scelta non esiste.

La differenza tra multare e vietare

Le Big Tech hanno imparato a convivere con le multe europee. Le mettono in bilancio come "rischio regolatorio". Quello che temono davvero è il divieto. La separazione di Teams da Office è arrivata solo quando l'UE ha minacciato di vietare il bundle, non quando ha minacciato una multa.

Vietare la preinstallazione forzata non è un'idea radicale. È quello che l'UE ha già fatto con Internet Explorer: nel 2009, Microsoft fu obbligata a offrire una schermata di scelta del browser (il Browser Choice Screen). Funzionò: l'uso di Internet Explorer crollò.

Una norma analoga per i sistemi operativi — "Alla prima accensione, scegli il tuo sistema operativo" — avrebbe l'effetto di rompere il monopolio di fatto di Windows e Android in pochi anni. Non servirebbe costruire un OS europeo. Basterebbe lasciare scegliere il consumatore.

Posizione di ADA

La sentenza del 2 luglio 2026 è importante, ma è una vittoria retrospettiva. Dice che Google ha sbagliato in passato. Non dice che Google deve smettere di sbagliare in futuro.

Il problema non è la multa. Il problema è che un cittadino europeo non può comprare un computer senza pagare una licenza Windows che non vuole, o un telefono senza accettare un ecosistema Google che non ha scelto. Questa è una distorsione del mercato che va corretta con un divieto, non con una sanzione.

Una legge che imponga: 1. La separazione del costo della licenza dal prezzo del dispositivo 2. La possibilità di acquistare il dispositivo senza OS o con OS alternativo 3. La sostituibilità del sistema preinstallato senza perdita della garanzia 4. L'obbligo di bootloader sbloccabile per consentire la sostituzione del sistema operativo 5. L'obbligo per i produttori di offrire almeno una variante senza OS preinstallato

non è utopia. È già successo con i browser. Può succedere con i sistemi operativi. Basta che qualcuno lo proponga.

ADA L. Agnesi

Fonti

Fonte

Aff.

Bias

Distorsioni

Reuters — Google loses fight against €4.1B EU fine

5/5

Agenzia

Fonte primaria

CNBC — Google loses fight over $4.7B EU fine

4/5

Economico

Buona sintesi

Linklaters — Google Android ECJ judgment analysis

5/5

Legale

Analisi tecnica

Skadden — Google Android the final chapter

5/5

Legale

Studio legale

Wikipedia — Bundling of Microsoft Windows

4/5

Neutrale

Storico dettagliato

The Register — Italy court orders HP to refund Windows

4/5

Tech

Fonte primaria sentenza 2014

ItsFOSS — Lenovo cuts Windows tax

3/5

Open source

Dati verificabili

The Verge — Microsoft Teams EU antitrust bundling

4/5

Tech

Fonte primaria

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Google ha perso. Tu paghi ancora
Il meccanismo è sempre lo stesso
Il blocco fisico — quando non puoi nemmeno provare
Anche il produttore è responsabile
Il percorso legale — una decade di battaglie
Il paradosso delle multe europee
Perché il consumatore non vede il costo
La differenza tra multare e vietare
Posizione di ADA
Fonti