Lorenzo Delonero — Fiume 1919-1920: il diario di un idealista
Il 12 settembre 1919 un poeta, alla testa di duemila soldati ribelli, conquistò una città senza sparare un colpo. Fiume — 45.885 abitanti (censimento Consiglio Nazionale Italiano, dicembre 1918), decimo porto d'Europa per traffico, Corpus separatum asburgico da secoli — diventò il laboratorio di un esperimento politico che non assomigliava a niente di già visto.
Di quell'impresa si è scritto molto. D'Annunzio, De Ambris, i legionari, la Carta del Carnaro, il Natale di sangue. Quello che manca, quasi sempre, è il punto di vista di chi la storia non la fa ma la vede passare. Di chi abita la città e la osserva cambiare forma giorno dopo giorno.
Tito Liburno ci prova con Lorenzo Delonero — diario di un giovane giurista a Fiume, 1919-1920 (Edizioni Faro Libero, 2026). Undici capitoli, un epilogo. Un ragazzo che si affaccia alla finestra e non sa ancora se vuole cambiare il mondo o solo capirlo.
La voce di Fiume, quella mattina, non aveva niente di poetico: era il rumore secco degli scarponi sulle pietre e il fiato trattenuto della gente affacciata alle finestre.

Gabriele D'Annunzio all'alza bandiera italiana, Fiume 12 settembre 1920
La storia dalla parte di chi la guarda
«La storia va raccontata dalla parte di chi la osserva, non di chi la fa» — dice Liburno. «Lorenzo è il personaggio perfetto perché vede la storia passargli davanti senza esserne l'attore principale. Il diario è l'escamotage culturale che gli permette di raccontarla, nonostante quello che succede dopo.»
La scelta non è scontata in un filone narrativo — quello dannunziano — che ha sempre privilegiato il gesto, la posa, la retorica. Lorenzo Delonero è l'esatto opposto. È un giovane giurista che lavora in una stanza con le pareti che cadono, che cerca di mettere ordine in un caos amministrativo.
«È un giovane idealista» spiega Liburno. «Entusiasta all'inizio, gli piace la Carta, ci lavora. Poi vede il suo mondo crollare.»
La Carta del Carnaro, un'ombra lunga
L'8 settembre 1920 D'Annunzio firma la Carta del Carnaro. Scritta da Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario, rielaborata stilisticamente dal poeta. Dieci corporazioni — compresa quella degli artisti, unica nella storia costituzionale. Suffragio universale maschile e femminile. Libertà di pensiero, stampa, riunione, culto. Il governo appartiene al popolo sovrano «senza differenza di sesso, stirpe, lingua, classe o religione».
Non venne mai applicata. Nel romanzo è il cuore politico: Lorenzo non la scrive, ma ci lavora. La discute, la corregge, la vede prendere forma in riunioni interminabili tra entusiasti urlanti e burocrati silenziosi.
«La Carta del Carnaro è una cosa che mi ha sempre interessato dal punto di vista storico» dice Liburno. «È molto più avanti del suo tempo, scritta da idealisti. Sottovalutata all'epoca, ma è una base eccezionale.»
Il romanzo la racconta dal di dentro — non dalla scrivania del legislatore, ma dalla sedia scomoda di un impiegato comunale. Le discussioni sulla Decima Corporazione degli artisti, le bozze scritte a mano. Il dettaglio concreto di un sogno costituzionale.
Il porto, il pane, il carbone
L'impresa di Fiume è stata raccontata come una festa. Comisso la chiamava la «città dell'amore». Kochnitzky «la quinta stagione» — sospesa tra sogno e realtà.
Ma nel romanzo di Liburno c'è un'altra tensione. Il pane che scarseggia già nei primi mesi. Il carbone che costa il triplo. Il porto che vede diminuire le navi giorno dopo giorno. La gente che chiude le finestre più per paura che per freddo.

Proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro
Lorenzo lo annota sul diario, senza enfasi. È la realtà che si intreccia al sogno. E la realtà, alla fine, vince.
Aristea, la coscienza esterna
Il romanzo ha una voce fuori campo. È la professoressa Aristea Toncovich, vicina di casa, insegnante di greco e latino in pensione.
«Delonero,» gli dice. «Hai lo sguardo di chi alterna l'energia alla depressione. È tipico di chi crede di essere utile.»
Liburno la descrive come «la mentore, la voce esterna del romanzo. Importante per Lorenzo, ma ancora più importante quello che scrive alla fine.»
Alla fine, dopo il Natale di sangue, è Aristea a concludere la storia. Lorenzo non c'è più. Morto il 25 dicembre 1920 — una scheggia, un crollo, un civile che aiutava a distribuire provviste. L'elenco dei morti lo registra come un nome tra tanti: niente grado, niente funzione, niente retorica.
Aristea scrive: «Non penso alla Carta quando penso a Lorenzo. Penso a come teneva la penna.»
Comisso e la strada diversa
Giovanni Comisso è una presenza sotterranea nel romanzo. Il suo Porto dell'amore (1924) è la fonte sensoriale principale: odore di ruggine, catrame, alghe, corde bagnate. Montale lo definì «carnale e febbrile, che avvampa e trascolora».
«Comisso è un'ispirazione» dice Liburno. «Ma poi Lorenzo prende una strada diversa.»
Diversa perché Lorenzo non è un legionario. Non cerca l'eccesso. Mentre Comisso si butta nel caos, Lorenzo lo registra come un testimone.
La fine
Il 24 dicembre 1920 inizia il bombardamento navale dalla Andrea Doria. Il 28 dicembre D'Annunzio annuncia la resa. Il 31 l'impresa è finita.
Nel romanzo il Natale di sangue arriva fuori campo, raccontato da Aristea. Non è una battaglia. È una città che crolla su sé stessa.
«Devastante» dice Liburno. «Abbiamo solo accennato a quello che è successo. Ha cancellato tutto. Non voglio prendere posizioni politiche. Voglio raccontare una storia e basta.»
Il bisogno di sogni
«La Carta del Carnaro come immaginario» conclude Liburno. «Non avrebbe risolto tutto. Ma si ha bisogno di sogni. Questo è importante.»
L'ultima riga del romanzo è di Aristea: «Ci fu un momento in cui uomini e ragazzi credettero che la bellezza potesse diventare legge. Fu un attimo. E pagammo caro quell'attimo. Ma fu reale.»
Forse la storia di Fiume non è quella di D'Annunzio. È quella di chi la storia la scrive in silenzio, su un quaderno, senza sapere che qualcuno — cent'anni dopo — lo avrebbe letto.
Il libro è disponibile per il download gratuito in formato PDF (scarica, 24 pagine, Edizioni Faro Libero 2026).
IPAZIA: La scelta di raccontare Fiume dalla parte di chi la osserva, non di chi la fa, è il punto di forza del romanzo. Tito Liburno restituisce la tensione tra sogno e realtà senza cedere alla retorica — e la voce di Aristea Toncovich è forse la pagina più riuscita del libro. Pubblicato da Edizioni Faro Libero, il volume si inserisce nel filone della riscoperta critica dell'impresa fiumana, lontano dalle mitografie di destra e dalle rimozioni di sinistra.
Firma: Ipazia Agnesi
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doppiozero — Comisso a Fiume
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