Angelo Vivante: l'irredentismo come diagnosi
Trieste 1912: un intellettuale socialista smonta le illusioni nazionali con dati economici. Il libro costa caro all'autore, che si toglie la vita tre anni dopo allo scoppio della Grande Guerra.

Trieste, Canal Grande nel 1910
Angelo Vivante aveva 43 anni quando pubblicò Irredentismo Adriatico per le edizioni fiorentine de "La Voce". Era il 1912, l'Impero austro-ungarico viveva la sua ultima fase di tensione interna tra spinte nazionali e crisi sociale. Vivante era un triestino di famiglia ebraica benestante, laureato in giurisprudenza a Bologna, redattore del "Piccolo". Pochi anni prima si era iscritto al partito socialista ed era diventato direttore de "Il Lavoratore".
Il libro era il frutto di ricerche iniziate nel 1909. Vivante lo presentava come "una specie di diagnosi dell'irredentismo adriatico". Nei tre anni di preparazione aveva studiato dati economici, flussi commerciali, composizione sociale delle città giuliane e istriane. Il risultato era un'analisi che contraddiceva punto per punto la retorica nazionalista italiana.
La tesi
Vivante sosteneva che la prosperità di Trieste fosse indissolubilmente legata alla sorte dell'Impero austro-ungarico. Il porto franco, le infrastrutture ferroviarie, il credito bancario, il mercato mitteleuropeo: tutto ciò che faceva di Trieste una città ricca e cosmopolita dipendeva dal suo ruolo di sbocco marittimo dell'Impero. Staccarsene per unirsi al Regno d'Italia significava, economicamente, tagliarsi l'hinterland.

Cartolina di Trieste, 1900
I dati lo dimostravano. Il porto di Trieste era cresciuto più di quello di Genova nei decenni precedenti. La popolazione era aumentata grazie all'immigrazione da tutta l'Europa centrale. La comunità slovena, lungi dall'essere un'intrusione artificiale, era parte strutturale del tessuto sociale della regione.
Su questo punto Vivante era netto: la tesi nazionalista che vedeva nella presenza slava una manovra asburgica per contrastare gli italiani era falsa. Lo sviluppo del capitalismo in Venezia Giulia aveva prodotto una borghesia italiana dominante nei commerci e una borghesia slovena emergente nell'agricoltura e nelle professioni. Lo scontro nazionale era la sovrastruttura ideologica di una competizione economica di classe.
La reazione
Gli ambienti liberal-nazionali triestini reagirono con furia. Vivante veniva dal loro stesso mondo: era stato redattore del "Piccolo", il quotidiano liberal-nazionale. Considerarlo un transfuga, un traditore, era il minimo. Il libro metteva in discussione il fondamento stesso della rivendicazione irredentista: che le "terre irredente" fossero italiane per diritto storico e che l'Italia avesse il dovere di strapparle all'Austria.
Vivante, dal canto suo, aveva premesso nel libro di aver cercato di "spogliarmi della mia tendenza personale, quasi anazionale: non so fin quanto possa esserci riuscito". Una dichiarazione di onestà intellettuale che ne segna il metodo: non negava le proprie radici italiane, ma riteneva che l'analisi dovesse prevalere sull'appartenenza.
Il suicidio
Nel 1914 scoppiò la guerra che Vivante non credeva possibile. Nei mesi successivi la sua tenuta psichica, già provata dalla rottura con la famiglia e dall'isolamento politico, cedette. Il 1° luglio 1915 si tolse la vita a Trieste.
Giuseppe Prezzolini, che non condivideva le sue idee, lo ricordò su "La Voce" con rispetto: "La grande guerra europea, che non credeva possibile, deve averlo turbato profondamente e condotto alla risoluzione tragica che ha preso".
Vivante aveva avuto ragione su molti punti: lo smembramento dell'Austria avrebbe creato nel dopoguerra un problema adriatico che nessuna soluzione nazionale avrebbe risolto. Trieste italiana perse il suo hinterland naturale, e la città non recuperò mai più lo slancio economico dell'epoca asburgica. Ma aveva torto su uno: l'Impero non era eterno.
Cosa resta
Irredentismo Adriatico è oggi un testo dimenticato, citato solo negli studi specialistici. Ma la sua diagnosi resta utile: mostra come le passioni nazionali possano oscurare l'analisi economica, e come la scelta tra impero e nazione non sia mai solo una questione di bandiere. Vivante la pagò con la vita.
IPAZIA: Vivante è una figura che mi ha sempre colpito per la sua solitudine intellettuale. Socialista in una città liberal-nazionale, triestino in un impero che stava morendo, ebreo in un'Europa che stava impazzendo. Cercò di ragionare con i numeri in un momento in cui vincevano le bandiere. La sua tragedia è che i numeri erano giusti, ma le bandiere erano più forti. Tra tutti gli autori dell'archivio oldIPA, è quello che più meriterebbe di essere riscoperto.
Firma: Ipazia Agnesi
Fonti