
CastelBrando a Cison di Valmarino
Figlio della nobiltà feudale veneta, abate senza vocazione, accusato di omicidi, stregoneria e parricidio: Marcantonio Brandolini (Cison di Valmarino, 1565 – 25 maggio 1616) è stato molto più di un criminale di provincia. Il suo processo divenne la scintilla che accese lo scontro tra la Repubblica di Venezia e la Santa Sede, culminato nell'interdetto del 1607. La leggenda popolare lo ricorda come la "belva umana", e narra che persino le fiamme dell'inferno non siano riuscite a trattenerlo.
Le origini: un abate senza sacerdozio
Marcantonio Brandolini nacque a Cison di Valmarino, nelle alte terre trevigiane, figlio di Brandolino e di Elisabetta Malatesta. La sua famiglia discendeva da un'antica stirpe feudale che sin dal 1436 amministrava la contea di Valmareno per conto della Serenissima, quando Brandolino IV, celebre condottiero, ricevette il feudo in ricompensa dei servigi resi alla Repubblica.
Come molti secondogeniti della nobiltà, Marcantonio fu destinato alla carriera ecclesiastica. Divenne abate titolare della potente abbazia benedettina di Nervesa, ma secondo tutte le fonti non ricevette mai l'ordinazione sacerdotale. Visse da signore feudale, circondato da armati e dedito a una condotta che presto avrebbe attirato l'attenzione della magistratura veneziana.
Le accuse: omicidi, stregoneria e parricidio
Le prime notizie certe su Brandolini risalgono al 1605, quando comparve come imputato davanti al Consiglio dei Dieci, la più potente e temibile magistratura della Serenissima. A denunciarlo fu nientemeno che suo fratello, il conte Giulio Camillo Brandolini. Le accuse erano di una gravità inaudita: omicidi premeditati, gesta brigantesche, violenze sistematiche contro i suoi sudditi, persino parricidio.
Accanto ai delitti di sangue, l'accusa di stregoneria dipingeva un quadro agghiacciante. Secondo la denuncia trascritta dallo storico Pompeo Gherardo Molmenti, Brandolini avrebbe compiuto "in diverse vie et modi fatto diverse malie, incantesimi, strigamenti, battizzamenti di calamite con le cerimonie di Santa Chiesa, e tenuta pratica di strighe et strigoni". In altre parole, era accusato di officiare riti magici usando oggetti consacrati, di battezzare calamite — un tipico rituale di magia amorosa e divinatoria — e di frequentare assemblee di streghe e stregoni.
Il quadro che emerge è quello di un uomo violento e senza freni, che usava la sua posizione di nobile e abate per commettere delitti in tutta impunità. Lo storico Stuart Carroll, in Enmity and Violence in Early Modern Europe (Cambridge University Press, 2023), lo descrive come un personaggio "malvagio" coinvolto in una faida con i propri cugini.
Il caso diventa politica: la vertenza tra Venezia e Roma
Il processo a Marcantonio Brandolini non sarebbe stato che una nota a piè di pagina nella storia veneta, se non si fosse inserito in un momento di tensione estrema tra la Repubblica e il Papato. Nei primi anni del Seicento, i rapporti tra Venezia e la Santa Sede erano ai minimi storici per una serie di ragioni: l'ospitalità concessa all'ambasciatore anglicano sir Henry Wotton, l'aggravarsi della pressione fiscale sul clero, la politica di limitazione della manomorta, le dispute sul taglio del Po e gli impedimenti alla costruzione di nuove chiese.
Il caso di Brandolini — insieme a quello parallelo del canonico Scipione Saraceni, accusato di avere abusato e diffamato la propria nipote — divenne il casus belli. Quando Venezia arrestò e processò i due ecclesiastici senza avvisare Roma, il neoeletto papa Paolo V (Camillo Borghese) affidò al nunzio Orazio Mattei la protesta più intransigente. La Chiesa rivendicava la giurisdizione esclusiva sui chierici, qualunque fosse il reato; Venezia, per bocca del doge Leonardo Donà e del suo teologo di fiducia fra Paolo Sarpi, rispose che i reati comuni — omicidio, violenza, stregoneria — erano materia dello Stato.
La posta in gioco era enormemente più alta del destino di un abate delinquente. Come scrive Umberto Coldagelli nel Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani, 1972), "il processo del B. venne però a inserirsi in una situazione di grandissima tensione tra Venezia e la Santa Sede e nella vertenza confluirono i più vari risentimenti". Era in gioco la sovranità stessa dello Stato veneto.
L'interdetto e la prigionia
Mentre il conflitto giurisdizionale infuriava, Brandolini marciva praticamente dimenticato nelle segrete del Consiglio dei Dieci. Il 16 aprile 1607, papa Paolo V emise l'interdetto contro Venezia, scomunicando di fatto l'intera Repubblica e ordinando al clero di cessare ogni attività religiosa. Venezia rispose con la fermezza che l'aveva resa celebre: chiunque avesse obbedito all'interdetto sarebbe stato impiccato.
Brandolini, vedendo la situazione precipitare, fece una mossa disperata. In una deposizione resa all'avogadore Boldù, rinunciò alla sua condizione ecclesiastica come elemento di difesa, dichiarandosi pronto a rimettersi completamente al giudizio della Serenissima e persino a rinunciare all'abbazia "se questo mio habito in qualche modo turba al servitio pubblico".
La crisi si risolse grazie alla mediazione del re di Francia Enrico IV, che era stato ugonotto e che, paradossalmente, finì per dare ragione a Venezia. La clausola di compromesso relativa a Brandolini fu risolta con una "laboriosa finzione", come la definisce la Treccani: la Repubblica consegnò l'abate al re di Francia, e questi a sua volta lo diede al papa. Un modo solenne per sancire il parziale successo diplomatico della Santa Sede, senza che Venezia perdesse la faccia.
In teoria, la magistratura romana avrebbe dovuto punire severamente i gravissimi misfatti di Brandolini. In pratica, ne uscì quasi indenne. Le sue potenti amicizie giocarono un ruolo decisivo: l'ambasciatore veneziano a Roma Tommaso Contarini e i cardinali Bonifacio Bevilacqua e Domenico Ginnasi intercedettero per lui. Fu condannato al confino nella cittadina umbra di Amelia, una pena irrisoria per un uomo accusato di omicidi, stregoneria e parricidio.
Ma la tranquillità non gli bastava. Brandolini — che godeva di potenti amicizie alla corte romana — ottenne il trasferimento in una località della Romagna, "per esser più vicino a far li fatti suoi", come scriveva l'ambasciatore Contarini in un dispaccio del 10 maggio 1614. Non si sa con precisione quando, ma di lì a poco lo si ritrova addirittura in patria, a Valmareno, segno che la Repubblica si era piegata all'indulgenza.
La fine violenta
Marcantonio Brandolini non ebbe modo di godersi a lungo il ritorno. Il 25 maggio 1616, insieme ai suoi due figli naturali e a una masnada di bravi, si scontrò con una schiera altrettanto nutrita capeggiata dai suoi cugini Iacopo e Giovanni Brandolini, probabilmente mandati dal fratello Giulio Camillo. Venne massacrato a colpi di calcio d'archibugio sulla strada campestre tra Cison e Follina.
La leggenda locale racconta che nel punto dove l'abate fu ucciso venne eretto un capitello votivo, scomparso da secoli. Ma la memoria della sua fine violenta è sopravvissuta: ancora oggi si narra che le sue ossa carbonizzate siano state ritrovate fuori dalla tomba, quasi avesse tentato di fuggire anche dalle fiamme dell'inferno.
Il libro e la leggenda
La figura di Marcantonio Brandolini ha continuato ad alimentare l'immaginario popolare per secoli. Nel 1891, lo scrittore trevigiano Sigismondo R. Marchesi pubblicò un romanzo dal titolo inequivocabile: Marcantonio Brandolini: una belva umana (riedito da Canova nel 2002 a cura di Danilo Gasparini). L'opera contribuì a fissare nell'immaginario collettivo il ritratto di un abate sanguinario e senza scrupoli.
Più recentemente, lo storico Davide Busato ha inserito Brandolini nel suo I serial killer della Serenissima. Assassini, sadici e stupratori della Repubblica di Venezia, basato sulla consultazione diretta dei documenti d'archivio della Quarantia Criminal e del Consiglio dei Dieci.
Nel 2023, a Cison di Valmarino, è stato organizzato l'evento "In fuga da Marco Antonio, Belva di Fuoco", una passeggiata naturalistica nei luoghi di Brandolini con letture e spettacoli di fuoco, a testimonianza che la sua memoria — tra storia e leggenda — è ancora viva nelle terre che un tempo governava.
L'eredità di un "affare" che cambiò la storia
Il "caso Brandolini" — o "Brandolini affair" come lo chiamano gli storici anglosassoni — fu uno dei fattori scatenanti dell'interdetto veneziano, una crisi che segnò profondamente i rapporti tra Stato e Chiesa in età moderna. Al di là della figura fosca del suo protagonista, la vertenza giurisdizionale che portò il suo nome contribuì a porre le basi del moderno principio della separazione tra potere civile e potere religioso: la rivendicazione veneziana che i reati comuni commessi da chierici dovessero essere giudicati dallo Stato, non dalla Chiesa.
Che Marcantonio Brandolini fosse colpevole dei crimini imputatigli — omicidi, violenze, stregoneria — non ci sono praticamente dubbi: già il fatto che il fratello lo denunciasse al Consiglio dei Dieci parla chiaro sulle tensioni e i delitti che dilaniavano la famiglia. Quel che resta della sua figura, tra le carte d'archivio e le leggende popolari, è il ritratto di un uomo che incarna il lato più oscuro del potere feudale: la nobiltà che credeva di poter fare qualsiasi cosa, protetta dal rango e dalla tonaca, e che solo l'inesorabilità della faida familiare riuscì a fermare.
IPAZIA: Marcantonio Brandolini è uno di quei personaggi che sembrano usciti da un romanzo gotico, ma sono realmente esistiti. Abate, nobile, assassino, accusato di stregoneria: il suo processo scatenò uno scontro tra Venezia e il Papato che durò anni. La cosa più interessante è che non fu punito per i suoi delitti — le sue amicizie romane lo salvarono — ma morì in una faida familiare, ucciso dai cugini sulla strada di campagna. Una fine che la leggenda ha reso ancora più sinistra.
Firma: Ipazia Agnesi
Fonti