Friuli e Venezia Giulia — due anime in una regione

Campanile della Basilica Patriarcale di Aquileia, IX secolo
Il Friuli agricolo e la Trieste imperiale: due storie parallele che il Novecento ha costretto a convivere sotto lo stesso tetto istituzionale.
La regione Friuli-Venezia Giulia non è nata da un'identità condivisa. È il frutto di una necessità politica del secondo dopoguerra: tenere insieme due territori che per secoli avevano seguito percorsi separati, con uno statuto speciale per gestire una frontiera delicatissima. Il Friuli e la Venezia Giulia sono due storie parallele che il Novecento ha costretto a convivere.
Graziadio Isaia Ascoli, il linguista goriziano che coniò nel 1863 il termine "Venezia Giulia", pensava a una denominazione dotta per le terre del Litorale austriaco, in opposizione al nome imposto dall'amministrazione asburgica. Il Friuli, invece, era un'identità medievale che affondava le radici nella Patria del Friuli del Patriarcato di Aquileia: un nome che deriva da Forum Iulii (l'odierna Cividale), ma i cui percorsi storici si separano prestissimo.
Le radici antiche
Il Friuli ha una storia di lunga durata che comincia con Aquileia, fondata dai Romani nel 181 a.C. come colonia latina. Divenne una delle città più importanti dell'Impero, quarto porto d'Italia dopo Ostia, Pozzuoli e Brindisi, crocevia commerciale tra Mediterraneo ed Europa continentale. Dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente, il ducato longobardo del Friuli (569 d.C.) tenne insieme il territorio sotto il duca Gisulfo I.
Lo spartiacque arrivò nel 1077, quando l'imperatore Enrico IV concesse al patriarca di Aquileia Sigeardo potere temporale su gran parte del territorio: nasceva il Principato del Patriarcato di Aquileia, detto Patria del Friuli. Per oltre tre secoli (1077-1420) il Friuli fu uno Stato sovrano con un proprio Parlamento tra i più antichi d'Europa, che riuniva i quattro ceti — ecclesiastici, nobili, città e contadini — con poteri legislativi e fiscali reali.
Trieste, nello stesso periodo, era un piccolo centro portuale con un proprio vescovo-conte, legato al Patriarcato ma già in bilico tra diverse sfere d'influenza.
Il grande distacco
Il 1420 segnò la fine della Patria del Friuli come entità indipendente. La Repubblica di Venezia, dopo un breve conflitto, incorporò il Friuli nella sua terraferma. Da quel momento la regione divenne parte del dominio veneto, condividendone istituzioni, lingua amministrativa e cultura.
Trieste invece scelse un'altra strada. Nel 1382 la città si mise volontariamente sotto la protezione del duca Leopoldo III d'Asburgo. Era un atto di dedizione, non di conquista: cercava protezione contro le mire veneziane e trovava nell'Impero un garante che non soffocava la sua autonomia municipale. Quel gesto tattico durò oltre cinquecento anni: Trieste rimase sotto gli Asburgo fino al 1918.
Sotto la Serenissima, il Friuli visse una lunga stagione di pace ma anche di subordinazione.

La proclamazione del Porto Franco di Trieste, Cesare Dell'Acqua (XIX sec.)
Venezia lo considerava un avamposto orientale, difensivo contro i turchi (che arrivarono alle porte di Gorizia nel 1472 e nel 1499), ma economicamente marginale. Quando la Repubblica di Venezia cadde nel 1797, il Friuli passò brevemente all'Austria e poi, nel 1866, fu annesso al Regno d'Italia. Il confine con l'Impero asburgico correva pochi chilometri a est di Udine.
Trieste città imperiale
Mentre il Friuli ristagnava sotto Venezia, Trieste conobbe una trasformazione radicale. Il punto di svolta fu il 1719, quando Carlo VI d'Asburgo dichiarò Trieste porto franco. L'Impero aveva perso i suoi porti sul Mediterraneo e cercava uno sbocco al mare. Trieste, fino ad allora un borgo di poche migliaia di abitanti, ricevette privilegi doganali che la resero improvvisamente attraente per mercanti di ogni nazione.
Nel 1751 Maria Teresa d'Austria accelerò il processo. Costruì il nuovo quartiere di Borgo Teresiano (l'attuale centro neoclassico), fece bonificare i terreni paludosi, attrasse imprenditori da tutta Europa. Trieste passò da circa 5.000 abitanti nel 1700 a oltre 170.000 nel 1910. Una crescita alimentata da un'immigrazione massiccia: italiani da Veneto, Lombardia, Toscana, ma anche sloveni, croati, greci, serbi, ebrei, armeni, tedeschi, svizzeri. Trieste divenne una città plurale, dove si parlavano decine di lingue e convivevano sette confessioni religiose.
Dal punto di vista amministrativo, Trieste era una Città Immediata dell'Impero (Reichsunmittelbare Stadt), dipendente direttamente da Vienna, con un proprio governo municipale e una larga autonomia fiscale. Questo la rendeva profondamente diversa da Udine, capoluogo friulano rimasto nell'orbita veneta: Udine era una città di provincia, omogenea e italiana; Trieste era imperiale, cosmopolita, multilinguistica.
Due mondi sempre più lontani
Nell'Ottocento il divario si accentuò. Il Friuli, annesso al Regno d'Italia nel 1866, era una regione agricola con debole sviluppo industriale. Udine contava 30.000 abitanti, tranquilla, legata alle tradizioni contadine, con il friulano parlato da tutti.
Trieste era al suo apogeo. Il porto era il primo dell'Impero austro-ungarico e il settimo d'Europa. Vi avevano sede le maggiori compagnie di assicurazione del mondo (Generali, Riunione Adriatica di Sicurtà), banche, cantieri navali, industrie. La ferrovia del Sud (Südbahn, completata nel 1857) la collegava direttamente a Vienna, rendendola il porto naturale dell'Europa danubiana.
Questa differenza economica generò due culture politiche opposte. Il Friuli, entrato nel Regno d'Italia, si sentiva italiano senza mediazioni. Trieste era attraversata da correnti contrastanti: irredentismo italiano, fedeltà asburgica (soprattutto nei ceti commerciali), e un crescente nazionalismo sloveno. Le tensioni tra le comunità italiana e slovena si fecero più acute verso la fine del secolo, anticipando i conflitti del Novecento.
Il Novecento e la ferita del confine
La Prima guerra mondiale portò Trieste all'Italia, ma in modo traumatico. Il fronte dell'Isonzo e del Carso insanguinò per tre anni le terre tra il Friuli e Trieste. Annessa al Regno d'Italia nel 1919, la città perse il suo entroterra imperiale: il porto non era più lo sbocco naturale di Vienna e Budapest, e l'economia ne risentì.
Il fascismo colpì la Venezia Giulia con particolare durezza. La snazionalizzazione delle minoranze slovene e croate fu sistematica: chiusura di scuole, associazioni, giornali in lingua slovena, italianizzazione dei cognomi. Dopo l'8 settembre 1943, Trieste e la Venezia Giulia furono occupate dai tedeschi. La Risiera di San Sabba fu l'unico campo di sterminio nazista in Italia. I conflitti tra fascisti, partigiani e jugoslavi culminarono nelle foibe: l'uccisione di migliaia di italiani gettati nelle cavità carsiche dalle formazioni jugoslave nel 1943 e nel 1945.
Il dopoguerra fu il momento più complesso. Il Trattato di Parigi del 1947 assegnò gran parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Trieste e una stretta fascia costiera divennero il Territorio Libero di Trieste, diviso in Zona A (controllo anglo-americano) e Zona B (amministrazione jugoslava). Il Memorandum di Londra del 1954 risolse la situazione: la Zona A passò all'Italia, la Zona B rimase alla Jugoslavia. Il trattato di Osimo del 1975 rese definitivo il confine.
La regione Friuli-Venezia Giulia a statuto speciale fu istituita il 31 gennaio 1963. L'accorpamento era amministrativo, non culturale. Il capoluogo fu fissato a Trieste, scelta politica che compensava la perdita dell'Istria ma che non fu mai accettata da Udine. Ancora oggi la competizione tra le due città — e tra le due anime della regione — è un tratto della vita politica locale.
Due lingue, due cucine, due identità
In Friuli si parla il friulano, lingua retoromanza (come ladino e romancio), riconosciuta dalla legge 482/1999. Ha una tradizione letteraria che risale al Duecento, grammatica codificata e una coscienza identitaria forte. Non è un dialetto: è una lingua a sé.
A Trieste e nella Venezia Giulia si parla il triestino, dialetto veneto coloniale, risultato dell'immigrazione massiccia del Sette-Ottocento, quando il veneziano fungeva da lingua franca nel porto. Accanto al triestino, la presenza dello sloveno è storicamente fortissima: nella provincia di Trieste circa un terzo della popolazione ha origini slovene.
La gastronomia racconta plasticamente la differenza. La cucina friulana è contadina e alpina: frico, cjarsons, brovada e muset, gubana. Piatti nati dalla necessità di conservare in un ambiente dove l'inverno è lungo. La cucina triestina è mitteleuropea e di porto: goulash ungherese, jota slovena, baccalà mantecato, buffet di carne bollita con crauti e cren. Le osmize del Carso, aziende agricole che vendono vino e salumi, sono eredità della tradizione imperiale austriaca dell'Auschank.
Oggi, un friulano e un triestino si sentono diversi. Il friulano si definisce prima di tutto friulano: la sua identità è rurale, radicata in una lingua minoritaria, orgogliosa di una storia di autonomia medievale. Il triestino si definisce triestino: la sua identità è urbana, mitteleuropea, segnata dall'eredità asburgica e dalla tragedia del confine. Il nome stesso della regione rivela il compromesso: "Friuli-Venezia Giulia", con un trattino che separa più di quanto unisca.
Il ponte sloveno
La regione non sarebbe comprensibile senza il mondo sloveno. Le prime migrazioni slave arrivarono tra il VII e l'VIII secolo. Il Placito del Risano (804) attesta la presenza organizzata di comunità slave nei dintorni di Trieste già all'epoca di Carlo Magno.
Gorizia è il luogo dove la compresenza di italiano/friulano, sloveno e tedesco si è manifestata nel modo più emblematico. La Contea di Gorizia, sotto gli Asburgo, fu un piccolo laboratorio di convivenza plurinazionale che anticipava il modello imperiale austriaco.
Comunità slovene autoctone esistono da secoli anche nel territorio friulano: è la Slavia Friulana (Benečija), che comprende le Valli del Natisone, le Valli del Torre e la Val Resia. Qui si parla un dialetto sloveno arcaico, il resiano, così peculiare da essere percepito dai suoi parlanti come lingua a sé.
La Südbahn (1857) collegava Vienna a Trieste attraversando Lubiana e Postumia. Senza il corridoio sloveno, il legame tra Vienna e Trieste sarebbe stato ostacolato dalle Alpi Carniche e Giulie. Trieste senza il suo entroterra sloveno non sarebbe mai diventata la grande città imperiale; la Slovenia senza Trieste non avrebbe avuto il suo sbocco al mare.
Oggi la minoranza slovena in Italia conta circa 46.000 persone nella sola regione, con scuole, teatro stabile, quotidiano e radio in lingua slovena. Con l'ingresso della Slovenia nell'UE (2004) e in Schengen (2007), il confine orientale ha perso la sua funzione divisiva.
IPAZIA: Leggendo le storie parallele del Friuli e di Trieste mi sono chiesta se alla fine il trattino nel nome della regione non sia la cosa più onesta che la politica abbia mai prodotto. Non una fusione forzata, ma due identità che hanno imparato a convivere senza rinunciare a sé stesse.
Firma: Ipazia Agnesi
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