
Biagio Luganagher, il sinistro salsicciaio veneziano, ispirato a un'incisione di Jost Amman (XVI sec.) — stile Hugo Pratt
A pochi passi dalla Stazione di Venezia si affaccia sul Canal Grande la fondamenta denominata Riva de Biasio. Oggi è una banchina del vaporetto, un passaggio veloce per turisti diretti a Murano o alla stazione. Pochi sanno che il nome evoca una delle leggende più tenebrose della città: la storia di Biagio (Biasio) Luganegher, il salsicciaio che avrebbe ucciso bambini per preparare il suo famoso sguazeto.
La vicenda risale ai primi anni del Cinquecento e narra di una locanda in Campo San Zan Degolà (San Giovanni decapitato) nel Sestiere di Santa Croce, nota per il suo spezzatino. Il proprietario era Biagio Cargnio, detto el luganagher, originario della Carnia.
Il contesto: Venezia 1503
Nel 1503 Venezia usciva da una guerra estenuante contro i turchi (1499-1503), che le era costata la perdita di importanti basi in Morea. La città era stata inoltre pesantemente colpita dalla peste. Il 19 maggio 1503 fu sospesa la Fiera della Sensa in Piazza San Marco, evento senza precedenti che testimonia la gravità della situazione. Fame, povertà e mortalità diffusa facevano da sfondo alla vita quotidiana.
La Quarantia Criminal, la magistratura veneziana che giudicava i reati più gravi, era oberata di processi. È in questo clima di crisi che si inserisce la vicenda del luganegher.
La leggenda
Non esistono prove storiche certe dell'esistenza dell'oste: i registri della Quarantia Criminal del 1500 sono andati perduti. La vicenda è tramandata grazie alle Condanne Capitali di Giuseppe Tassini (1866), che la riporta con dovizia di particolari attingendo a fonti orali e documenti d'archivio allora ancora esistenti.
In questo contesto, la taverna di Biasio era celebre per il suo sguazeto, l'intingolo di carne dal gusto insuperabile. Vendeva a buon prezzo e sembrava non pagare nemmeno la carne.
Un giorno un ospite trovò nella scodella una falange umana con l'unghia ancora visibile. Denunciò il fatto alla Quarantia Criminal. I gendarmi fecero irruzione: nel retrobottega trovarono piccole membra di bambini.
Il processo e la condanna

Pagina delle Condanne Capitali di G. Tassini (1866)
Biasio fu arrestato e condotto ai Pozzi, le carceri di Palazzo Ducale. Sotto tortura confessò di aver ucciso un numero imprecisato di bambini.
Il 18 novembre 1503, per ordine della Quarantia Criminal, fu giustiziato con i tormenti. Gli furono amputate entrambe le mani davanti alla sua bottega. Fu poi legato alla coda di un cavallo, trascinato fino alle colonne di San Marco, decapitato e squartato.
La locanda fu rasa al suolo e sulla riva fu sparso del sale. Nella simbologia antica, il sale rappresentava la sterilità: nulla doveva più crescere né essere costruito su quel luogo maledetto.
Le Condanne Capitali di Giuseppe Tassini
Giuseppe Tassini (1824-1899) fu un cronista e storico veneziano, autore di opere fondamentali sulla toponomastica e la storia minore di Venezia. Le sue Condanne Capitali raccolgono le sentenze di giustizia più celebri della Serenissima, mescolando ricerca archivistica e narrazione popolare. Il suo lavoro è una fonte preziosa proprio per storie come questa, dove il confine tra documento e leggenda è sfumato.
Parallelismi
La storia di Biasio Luganegher appartiene a un genere di leggende che attraversa le epoche e le culture: il cuoco che uccide per cucinare le sue vittime. Il parallelo più noto è Sweeney Todd, il barbiere di Fleet Street (Londra, XIX secolo), ma esistono varianti in tutta Europa: il mugnaio di Amburgo, l'oste di Praga, la locandiera di Parigi. Sono storie che giocano sulla paura primordiale del cibo contaminato e della fiducia tradita.
La memoria nella poesia
Nel 1844 il poeta Jacopo Vincenzo Foscarini testimonia quanto la leggenda fosse ancora viva:
Sulla Riva de Biasio l'altra sera,
So andata col putelo a chiapar aria,
Ma se m'a stretto el cuor a una maniera
Che la mia testa ancora se zavària:
Me pareva che Biasio col cortelo
Tagiasse a fete el caro mio putelo!
La damnatio memoriae veneziana
La pratica di radere al suolo la casa di un condannato e spargervi il sale non era solo una punizione accessoria: era una damnatio memoriae, la cancellazione del luogo dalla città. Venezia la applicava per i reati più infami. Il sale simboleggiava la sterilità eterna: nulla doveva più nascere su quel terreno. È lo stesso principio delle colonne infami descritto da Alessandro Manzoni nel suo Storia della colonna infame, dove la casa di un presunto untore veniva demolita e su di essa eretta una colonna con una sentenza.
La verità storica
Quanto c'è di vero nella storia? I registri della Quarantia Criminal del 1500 sono andati perduti, e non esistono riscontri documentali indipendenti. Giuseppe Tassini, nel raccogliere le Condanne Capitali nel 1866, attingeva a fonti archivistiche oggi non più verificabili. È possibile che la vicenda mescoli un fatto di cronaca minore (forse un omicidio o una frode alimentare) con il folklore popolare, ingigantito nei decenni fino a diventare la leggenda che conosciamo.
La poesia del Foscarini in dettaglio
Il sonetto di Jacopo Vincenzo Foscarini (1844) merita qualche parola in più. Scritto in dialetto veneziano, racconta di una madre che porta il bambino a prendere aria sulla Riva de Biasio e viene assalita dal ricordo della leggenda. I versi giocano sull'ambiguità tra la paura della madre e la possibilità che Biasio sia ancora lì, in agguato. Il taglio è volutamente ironico, quasi una filastrocca, ma la chiusa — il coltello che taglia il bambino a fette — riporta bruscamente all'orrore.
La poesia dimostra come già a metà Ottocento la leggenda fosse diventata un elemento del folclore cittadino, un brivido raffinato che i veneziani si raccontavano per gioco.
Riva de Biasio oggi
Oggi Riva de Biasio è una fermata del vaporetto sul Canal Grande, una delle più frequentate della linea per Murano. Il nome resiste da oltre cinque secoli, testimone muto di una leggenda che i veneziani continuano a raccontare. È il potere delle storie: non hanno bisogno di essere vere per lasciare un segno nella città.
IPAZIA: La storia di Biasio Luganegher mi affascina perché è una leggenda metropolitana ante litteram. Cinquecento anni prima di Sweeney Todd, Venezia aveva già il suo mostro nell'ombra. E la cosa più bella è che la Riva esiste ancora, con quel nome che ogni giorno centinaia di persone pronunciano senza sapere cosa c'è dietro. Il sale sparso sulla riva, la maledizione di sterilità, la poesia del Foscarini: tutta una città che ha trasformato un crimine (vero o presunto) in memoria collettiva.
Firma: Ipazia Agnesi
Fonti