
Ponte degli Alpini (Ponte Vecchio) a Bassano del Grappa
Parlare del Bassanese tra Unità d'Italia e fine della Seconda guerra mondiale significa seguire la trasformazione di un territorio che, in pochi decenni, passa da area prevalentemente agricola e mercantile della pedemontana veneta a luogo centrale nella memoria nazionale della guerra e della Resistenza. In questo arco di tempo il Bassanese cambia istituzioni, economia, assetto sociale e identità pubblica. Ma soprattutto sperimenta, in modo diretto e spesso traumatico, i grandi nodi della storia italiana: l'ingresso nello Stato unitario, l'emigrazione di massa, la Grande Guerra sul Grappa, il fascismo, l'occupazione tedesca, la Resistenza e la Liberazione.
Va precisato che se il Regno d'Italia nasce nel 1861, il Bassanese entra concretamente nel nuovo quadro statale nel 1866, con l'annessione del Veneto dopo la Terza guerra d'indipendenza.
Il Bassanese nell'Italia unita
Dopo il 1866 il territorio viene inserito nell'ordinamento del Regno d'Italia e deve adattarsi a una struttura amministrativa più centralizzata rispetto al passato. Nuove regole fiscali, maggiore uniformità burocratica, leva obbligatoria, ampliamento del ruolo della scuola elementare e ridefinizione dei rapporti tra comuni, notabili locali, clero e Stato.
La società resta però a lungo legata a una base rurale. Le campagne continuano a rappresentare il cuore della vita economica, con piccola proprietà, affitti agrari, mezzadria e lavoro stagionale. Accanto all'agricoltura sopravvive e si consolida una rete di attività artigianali e di commercio locale. Bassano mantiene il proprio ruolo di centro di scambio tra pianura e montagna: il Brenta, le vie commerciali e la posizione geografica continuano a fare della città un punto di raccordo territoriale.
Non si assiste a una modernizzazione rapida e lineare, ma a un processo graduale. Cresce lentamente l'alfabetizzazione, si diffondono forme elementari di mobilità sociale, si rafforza il rapporto con le istituzioni nazionali. Il tessuto economico resta fragile: molti nuclei familiari dipendono da un equilibrio precario tra agricoltura, piccoli lavori integrativi e reti parentali.
Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento il Bassanese è toccato dall'emigrazione di massa, uno dei grandi fenomeni della storia veneta. Molte famiglie partono verso l'America Latina, l'Europa centro-occidentale e, in alcuni casi, verso altri poli italiani più dinamici.
Le cause sono note e ricorrenti: crescita demografica, frammentazione della proprietà, redditi agricoli insufficienti, vulnerabilità delle famiglie contadine alle crisi economiche, scarsità di occasioni stabili di ascesa sociale.
L'emigrazione non è un episodio marginale, ma una strategia di sopravvivenza e di riequilibrio familiare. Chi parte alleggerisce la pressione economica del nucleo domestico; chi resta beneficia, quando possibile, delle rimesse. Si formano reti durevoli di relazione che legano il Bassanese a spazi molto più ampi del solo Veneto.
Parallelamente, l'area conosce uno sviluppo selettivo di attività artigianali e proto-industriali. Restano importanti le lavorazioni del legno, del metallo, i servizi commerciali e, nel territorio più ampio, il polo ceramico di Nove. Non si tratta ancora del decollo economico del secondo dopoguerra, ma di una lenta sedimentazione di competenze che avrà peso negli anni successivi.
L'età giolittiana e la vigilia della guerra
Nei primi anni del Novecento il Bassanese si inserisce nei processi di trasformazione del Paese, ma li vive in modo diseguale. Da un lato crescono servizi, scuole, associazionismo e partecipazione pubblica; dall'altro rimangono forti differenze tra città e campagna, tra ceti popolari e gruppi dirigenti locali.
Bassano consolida il proprio ruolo urbano e territoriale, ma il suo sviluppo resta legato al contesto pedemontano e al rapporto con le aree montane vicine. Questo dato geografico diventerà decisivo nella Prima guerra mondiale, quando la posizione tra pianura, Brenta, Altopiano e Grappa trasformerà il Bassanese in uno dei nodi più sensibili del fronte italiano.
La Grande Guerra: il Bassanese nella zona del Grappa
La Grande Guerra rappresenta lo spartiacque della storia contemporanea bassanese. Già nel 1916 la guerra si avvicina duramente al territorio con l'offensiva austro-ungarica sull'Altopiano di Asiago. Ma è dopo Caporetto, nell'ottobre 1917, che il Bassanese entra in una condizione di emergenza totale.
Con il ripiegamento italiano, il settore Grappa-Piave diventa decisivo per arrestare l'avanzata austro-tedesca. Bassano si trova a ridosso di una delle principali aree di resistenza del fronte. La città e il territorio vengono investiti da una militarizzazione intensissima: passaggio di truppe, logistica, magazzini, artiglierie, ospedali, requisizioni, sfollamenti, danni e paralisi di molte attività civili.
Secondo le ricostruzioni storiche, dopo Caporetto più di settemila persone furono costrette all'evacuazione, mentre migliaia di soldati e profughi dalle zone invase attraversarono o si riversarono nell'area bassanese. Il fronte arrivò a pochi chilometri dalla città, trasformando Bassano in una retrovia immediata del Grappa, sottoposta a una pressione materiale e psicologica enorme.
Il ruolo strategico del Monte Grappa
Il Monte Grappa non fu soltanto un rilievo montuoso, ma uno dei cardini della difesa italiana. Controllava direttrici essenziali tra la pianura veneta, la Valsugana e l'arco prealpino. Se quel settore fosse crollato, l'intero assetto difensivo italiano dopo Caporetto avrebbe potuto cedere.
La tenuta del Grappa, insieme a quella del Piave, fu fondamentale per impedire il collasso del fronte e per preparare la ripresa del 1918. Per questo il massiccio entrò in modo irreversibile nella memoria nazionale, e il Bassanese divenne uno dei territori più direttamente associati a quella memoria.
Il ruolo degli Alpini
Nel racconto storico del Bassanese durante la Grande Guerra va dato spazio agli Alpini, che furono tra i protagonisti della guerra di montagna nel settore prealpino e sul Grappa. Combatterono in condizioni durissime su creste, trincee, mulattiere, postazioni esposte al freddo, alla neve, all'artiglieria e alla scarsità di rifornimenti.
Per il Bassanese il legame con gli Alpini è anche territoriale e identitario. Il Battaglione alpini "Bassano" operò nella Grande Guerra sull'Altopiano di Asiago, in Val Brenta e sul Monte Grappa. Nel 2008 Bassano è stata riconosciuta "capitale mondiale degli Alpini" dall'Associazione Nazionale Alpini. Il Tempio ossario di Bassano, inaugurato nel 1934, raccoglie i resti di migliaia di caduti della Prima guerra mondiale.
La guerra lasciò una ferita vastissima: caduti e dispersi, mutilati e feriti, famiglie spezzate, attività economiche sconvolte. I circa 23.000 soldati sepolti nell'ossario del Grappa danno la misura della dimensione memoriale del luogo, che trascende la sola città di Bassano.
Il dopoguerra e l'ascesa del fascismo
La fine della guerra non porta subito stabilità. Come nel resto d'Italia, il dopoguerra è segnato da tensioni economiche e sociali: inflazione, difficoltà di reinserimento dei reduci, disordine politico, conflitti ideologici.
In questo clima cresce il fascismo. A Bassano, tra il 1922 e il 1943, il regime si afferma progressivamente. Dal 1926 l'autonomia comunale viene compressa con la sostituzione del sindaco da parte del podestà di nomina governativa. Cambia il modo di organizzare la vita pubblica, la rappresentanza, la scuola, le associazioni, il linguaggio civile e i simboli collettivi.
Tuttavia il Bassanese conserva elementi di continuità: una forte trama comunitaria, la presenza del mondo cattolico, forme di sociabilità locale, economie miste tra agricoltura, commercio, artigianato e prime realtà industriali. In questa fase si pongono basi produttive importanti: nel 1925 nasce la Smalteria Metallurgica Veneta, considerata uno degli eventi più rilevanti della ripresa economica locale.
Dal 1940 all'8 settembre 1943
Con la Seconda guerra mondiale il Bassanese rientra in un'economia di mobilitazione e sacrificio. Uomini richiamati, risorse limitate, razionamenti, instabilità e crescente stanchezza segnano la vita quotidiana. Il consenso costruito dal regime si indebolisce sotto il peso della guerra reale.
La rottura definitiva arriva con l'8 settembre 1943. Il crollo dell'assetto statale apre una fase drammatica: occupazione tedesca, nascita della Repubblica Sociale Italiana, militarizzazione, persecuzioni e avvio della guerra civile. Per la sua posizione geografica, il Bassanese assume presto un'intensità particolare.
Il Bassanese nella Resistenza
Durante la guerra di liberazione, il Bassanese diventa uno dei centri più importanti dell'organizzazione resistenziale tra Brenta, pedemontana e Grappa. Operano le Brigate Garibaldi, le Brigate Matteotti e Italia Libera. La montagna, i boschi, i collegamenti tra valle e pianura favoriscono l'insediamento dei gruppi partigiani, ma la Resistenza vive anche di staffette, appoggi civili, reti clandestine e sostegno materiale.
La popolazione si trova stretta tra più pressioni: l'occupazione tedesca, la repressione fascista repubblicana, il bisogno di sopravvivere, la paura delle rappresaglie e, in molti casi, la scelta di aiutare i resistenti.
Il rastrellamento del Grappa e l'Operazione Piave
Nel settembre 1944 l'alto comando tedesco in Italia ordinò l'Operazione Piave, un'operazione su larga scala per eliminare le formazioni partigiane sul massiccio del Monte Grappa. Il rastrellamento colpì duramente le formazioni del Grappa. Il bilancio fu devastante: oltre 500 morti e circa 400 deportati, considerando combattimenti, esecuzioni e conseguenze della deportazione.
Il Viale dei Martiri
Il culmine simbolico di quella repressione è l'eccidio di Bassano del 26 settembre 1944, quando 31 partigiani vengono impiccati nei viali cittadini per ordine delle forze occupanti tedesche. L'episodio non fu soltanto un atto di eliminazione fisica: fu una messa in scena deliberata del terrore, pensata per colpire l'intera popolazione e spezzare il rapporto tra Resistenza e comunità.
Un camion scoperto partì dalla caserma Reatto con a bordo i trentuno condannati a morte, mani legate dietro la schiena. Il campanone invitò la popolazione a uscire di casa: l'eccidio doveva essere visto, doveva terrorizzare, doveva funzionare come monito pubblico.
Il camion percorse quello che allora era viale Venezia, oggi Viale dei Martiri. Presso i lecci del viale erano stati preparati cappi di filo telefonico. I condannati furono impiccati uno dopo l'altro, con al collo il cartello "bandito". Padre Oddone Nicolini, nonostante il rifiuto iniziale del comando tedesco, riuscì a salire sul camion per dare conforto religioso ad alcuni dei prigionieri prima di essere allontanato.
Dopo l'esecuzione, i corpi rimasero esposti per circa venti ore sotto la pioggia, davanti agli occhi della popolazione. Fu un trauma collettivo di enorme portata, una volontà di umiliazione, intimidazione e annientamento morale della comunità.
Il Viale dei Martiri non è soltanto un luogo urbano: è una sintesi visibile della guerra civile, dell'occupazione e del prezzo pagato dal Bassanese.
Gli ultimi mesi e la Liberazione
Il 28 aprile 1945 Bassano viene liberata. La città esce dalla guerra con un tributo umano altissimo, che le varrà la Medaglia d'oro al valor militare.
Bilancio storico
Tra il 1866 e il 1945 il Bassanese compie un percorso storico radicale. All'inizio è un territorio soprattutto agricolo, con una moderata centralità commerciale, ancora inserito in una società tradizionale. Alla fine si presenta come uno dei luoghi simbolici della memoria italiana del Novecento.
I nodi fondamentali sono cinque: l'ingresso nello Stato nazionale e la lenta integrazione; l'emigrazione di massa, che rivela la fragilità economica ma anche la capacità di adattamento; la Grande Guerra sul Grappa, che fa del Bassanese una retrovia di fronte e un luogo-cardine della memoria nazionale; il fascismo e la Seconda guerra mondiale; la Resistenza e il Viale dei Martiri.
La memoria pubblica è ancora oggi molto densa, con tre riferimenti fondamentali: il Grappa, il Ponte degli Alpini e il Viale dei Martiri. Non sono soltanto luoghi: sono simboli storici attraverso i quali il Bassanese ha costruito la propria identità contemporanea.
IPAZIA: La storia del Bassanese in ottant'anni è una sintesi della storia italiana. Dall'emigrazione alla guerra di montagna, dal fascismo alla Resistenza. Tre nomi la riassumono: Grappa, Ponte degli Alpini, Viale dei Martiri. Il Viale dei Martiri in particolare mi colpisce: non è una commemorazione astratta, ma un luogo dove la violenza è ancora leggibile nel paesaggio urbano. I lecci, il filo telefonico, le venti ore di esposizione: sono dettagli che rendono l'episodio concreto e presente.
Firma: Ipazia Agnesi
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