Il naufrago di Cizio — Zenone e la filosofia del colonnato
Tito Liburno racconta lo Stoicismo davanti a un piatto di pesce, nell'osteria di Paolo a Muggia. Con Ines al tavolo e Turing sotto.
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Il naufrago di Cizio — Zenone e la filosofia del colonnato
Tito Liburno racconta lo Stoicismo davanti a un piatto di pesce, nell'osteria di Paolo a Muggia. Con Ines al tavolo e Turing sotto.
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lun 06 lug 2026, 13:00

Il naufrago di Cizio — Zenone e la filosofia del colonnato

Tito Liburno racconta lo Stoicismo davanti a un piatto di pesce, nell'osteria di Paolo a Muggia. Con Ines al tavolo e Turing sotto.

Ritratto di Tito Liburno dall'osteria di Paolo, stile Hugo Pratt
Ritratto di Tito Liburno dall'osteria di Paolo, stile Hugo Pratt

🟢 Ex insegnante di storia, oggi pensionato a Muggia. Pescatore, filosofo per passione, firma storica del progetto Ipazia. L'abbiamo incontrato all'osteria di Paolo, sul golfo di Muggia, per parlare di Zenone di Cizio — il mercante fenicio che naufragò, perse tutto, e fondò lo Stoicismo. Con lui c'era Ines, sua moglie, e Turing, il cane marrone che non si separa mai da lui.


Golfo di Muggia, ora di pranzo

L'osteria di Paolo è una di quelle che ormai non esistono quasi più. Quattro tavoli, tovaglia a quadri, bottiglie di vino sulle mensole. La finestra è spalancata sul golfo: l'acqua è ferma, le barche colorate dondolano piano. Si sente l'olio friggere in cucina e Paolo che impreca sottovoce perché il pesce — quello che Tito gli ha portato stamattina — è talmente fresco che quasi gli scappa dalle mani.

Siamo in tre più un cane. Tito ha quelle mani da pescatore che hanno tenuto più canne da pesca che penne, e gli occhi di chi ha visto troppi libri. Ines siede accanto a lui con l'espressione di chi lo conosce da prima che iniziasse a scrivere filosofia e sa già quando sta per divagare. Turing è acciambellato sotto il tavolo, il muso sulle zampe, e si sveglia soltanto quando sente la parola «mangiare».

Paolo esce con un piatto di sarde in savor. Si asciuga le mani sul grembiule e si siede un attimo.

«Ci conosciamo da anni», dice Paolo. «Lui pesca, io cucino. A volte mi porta il pescato, a volte gli offro io. L'amicizia non ha conto.»

ADA. Ecco il primo indizio del carattere di Tito: l'economia del baratto, dello scambio basato sulla fiducia. Una forma di relazione che Zenone — il filosofo di cui parleremo — avrebbe riconosciuto. Zenone immaginava una società senza denaro, senza tribunali, senza templi. Non è un caso che Kropotkin lo abbia citato come precursore del pensiero anarchico. A Muggia, all'osteria di Paolo, Tito realizza in piccolo quello che Zenone teorizzava in grande.

Chiedo a Tito perché proprio questa osteria, proprio questo tavolo d'angolo.

«Potrebbe essere il mio colonnato», dice guardando fuori. «Anche se, in fondo, più che in un luogo, questa immagine è nella mente. Zenone insegnava nella Stoa Poikile, il portico dipinto dell'agorà di Atene. Il portico fisico era solo il punto d'incontro. La filosofia stava dentro, nel modo in cui ordinavi i pensieri. Paolo può anche chiudere stasera — la conversazione resta.»

ADA. La Stoa Poikile — il "Portico Dipinto" — era uno dei luoghi più famosi dell'Agorà di Atene, decorato con affreschi di Polignoto raffiguranti le battaglie di Maratona e Troia. Prende il nome dai colori vivaci delle pitture. Quando Zenone cominciò a insegnarvi intorno al 301 a.C., i suoi discepoli furono inizialmente chiamati "Zenoniani". Solo in seguito presero il nome di "Stoici" — dal greco stoa, portico. Il luogo ha dato il nome a una delle correnti filosofiche più longeve della storia occidentale. Tito lo sa, e la sua osteria è il suo portico: meno affrescato, ma con vista mare.


"A volte è troppo accademico"

Ines è un'insegnante in pensione come lui. Le chiedo come si convive con uno che mentre pulisce il pesce sta pensando al Logos.

«A volte può essere complicato», dice con un sorriso che ammorbidisce la critica. «Troppo accademico. Eppure la filosofia aiuta a pensare ogni giorno. Il problema è che spesso non ti gusti i piatti se hai la mente altrove.»

Prende una sarda e la mette nel piatto di Tito.

«Lo vedi? Già gli sto servendo io — perché se aspetto che si svegli, il pesce è freddo.»

Tito sorride, si scusa con gli occhi, prende la forchetta. Mangia in silenzio per qualche secondo, poi appoggia la forchetta e guarda fuori, verso il mare. Non parla subito. Quando lo fa, è come se parlasse più a sé stesso che a me.

«Perché Zenone? Dopo una vita a insegnare storia, dopo anni di appunti — perché un mercante fenicio naufragato che finisce a insegnare sotto un portico?»

Ripeto la domanda che gli ho fatto all'inizio, perché so che ci sta arrivando da solo.

«Perché gli altri ti dicono cosa pensare. Lui ti dice come stare al mondo.»

ADA. Questa è la chiave di tutto quello che seguirà. Tito distingue tra filosofia come dottrina e filosofia come pratica. Eraclito è poesia, Platone è architettura, Nietzsche è fuoco — tutti belli, tutti grandiosi. Zenone invece è ginnastica quotidiana. Una disciplina che non ha bisogno di biblioteche: funziona il lunedì mattina, quando il mare è mosso, la barca perde, e il mondo non aspetta.

«Lo Stoicismo non è una teoria», continua Tito. «È una disciplina pratica. Una ginnastica quotidiana per non farsi travolgere. I Cinici dicevano: sii libero. Zenone aggiunge: sii libero dentro le cose del mondo, non scappando dal mondo. È una via di mezzo — molto umana, molto concreta.»

ADA. La distinzione è sottile ma cruciale. Il Cinico rifiuta il mondo, lo deride, lo provoca. Lo Stoico accetta il mondo ma non ne dipende. Zenone era ricco e viveva da povero: non per disprezzo della ricchezza ma per libertà dalla ricchezza. Aveva capito che il possesso crea dipendenza, e la dipendenza toglie la serenità. I suoi fichi secchi, il miele, il rifiuto degli inviti a pranzo non erano ascetismo fine a sé stesso: erano un metodo per restare leggero.

Turing, sotto il tavolo, sbatte la coda contro la sedia. Ha fame anche lui.


Il naufragio contemporaneo

Paolo porta il primo: pasta con le sogliole di Tito. L'odore di limone e prezzemolo invade la stanza e per un attimo mette in pausa la conversazione. Poi riprendo.

«Zenone naufraga carico di porpora fenicia, perde tutto, e passeggia per Atene. Entra in una libreria, legge Senofonte. Chiede: dove trovo uomini così? Il libraio indica Cratete che passa per strada. Se dovessi fare una versione moderna di quella scena: oggi qualcuno naufraga ancora? Cosa significa naufragare nel 2026?»

Tito masticava, ma si ferma a metà. La forchetta resta sospesa.

«Cacofonia», dice. La parola gli piace, la assapora. «Una volta le informazioni erano poche, preziose, difficili da trovare. Oggi è il contrario: ne abbiamo troppe, tutte facili, tutte urgenti. E il rumore è tale che non senti più la tua voce.»

«Il naufragio di Zenone è reale — legno che si spacca, onde, merce che affonda. Il nostro è simbolico. Ma la dinamica è identica: perdi tutto quello che credevi di avere, e ti ritrovi a chiederti che c'è dopo. La libreria oggi sono i libri che qualcuno ti mette davanti — o che ti trovi per caso. Io ho trovato Zenone nei Memorabili di Senofonte come lui. Duemila anni dopo, stessa storia.»

ADA. La coincidenza è più bella di qualsiasi invenzione: Tito ha scoperto Zenone leggendo Senofonte, esattamente come Zenone scoprì Socrate. Entrambi arrivano alla filosofia attraverso un libro e un incontro casuale. Entrambi sono mercanti — Zenone di porpora, Tito di storie. Entrambi naufragano — uno in senso letterale, l'altro nella transizione silenziosa dalla carriera al pensionamento. C'è una simmetria che Tito non sottolinea, ma che traspare da ogni sua parola. Non ha scelto Zenone: ci si è imbattuto, come in un porto dopo una tempesta.


L'indifferenza senza odio

Paolo sparecchia il primo e porta il secondo: branzino e orate grigliate, profumo di limone e origano, la pelle croccante e la carne bianca che si sfalda al tatto. Il vino bianco scorre.

«Dopo il naufragio, Zenone finisce con Cratete il Cinico. Un tipo che viveva come un cane — kynikós vuol dire "canino" — che faceva sesso in pubblico per dimostrare che le convenzioni sociali sono ridicole. E Zenone, che era riservato, di pelle scura, di costituzione smunta, lo copre col mantello per pudore. Cratete gli rompe la pentola di zuppa di lenticchie addosso per strada, nel mezzo del Ceramico, per umiliarlo. Cosa prende Zenone dai Cinici, e cosa invece lascia indietro? Perché non diventa anche lui un cane arrabbiato?»

Tito appoggia le posate. Prende un sorso di vino.

«Dai Cinici Zenone prende una cosa sola, ma fondamentale: l'indifferenza per quello che il mondo pensa di lui. Per quello che il mondo vorrebbe farlo diventare. Cratete gli rompe la pentola, la minestra gli cola sulle gambe, e gli dice: "Perché scappi, piccolo Fenicio? Niente di terribile ti è successo." Zenone impara quella lezione: la vergogna è una costruzione sociale. Il giudizio degli altri è aria.»

«Ma — e qui sta il salto — non odia il mondo. Il Cinico odia. Disprezza le convenzioni, le deride, le combatte. Zenone no. Lui ama vivere. È un mercante, ricco, che sceglie l'ascetismo per disciplina, non per disprezzo. Mangia fichi e miele perché vuole essere leggero, non perché detesta il cibo. Rifiuta gli inviti a pranzo per non perdere tempo, non perché odia i commensali.»

«Ecco la differenza tra un cane arrabbiato e un filosofo sereno. L'indifferenza senza odio. La libertà senza disprezzo. Forse per questo lo Stoicismo è sopravvissuto duemila anni, mentre il Cinismo è rimasto un vezzo.»

ADA. Tito colpisce il centro della questione con una precisione che viene solo da anni di riflessione. L'aneddoto della pentola di lenticchie — raccontato da Diogene Laerzio nel libro VII delle Vite e dottrine dei filosofi illustri — è spesso liquidato come una barzelletta. In realtà è il momento di fondazione dello Stoicismo. Zenone impara a non vergognarsi, ma rifiuta la volgarità come metodo. Trova la via di mezzo: può essere libero senza essere villano, austero senza essere misantropo. È una lezione che Tito ha interiorizzato: la sua indifferenza per il giudizio altrui non è freddezza, è una scelta consapevole.

Tito torna a mangiare, ma continua a parlare tra un boccone e l'altro.

«Nel mio modo di vivere c'è sempre più indifferenza per il giudizio degli altri. In pensione, a Muggia, una delle poche libertà che mi sono guadagnato è non dover più piacere a nessuno. Non ai colleghi, non al dirigente scolastico, non ai genitori degli studenti. Quando insegni, sei sempre in vetrina. Ora no.»

Si ferma. Guarda il piatto.

«E più passa il tempo, meno so se la mia indifferenza è virtù o stanchezza. Zenone pure, forse. Viveva come viveva, e la filosofia è venuta dopo, a spiegargli perché.»

Turing, sotto il tavolo, sbuffa. Ha fiutato il pesce.


Vivere secondo natura

Paolo sparecchia anche il secondo. Arriva un bicchiere di Vitovska del Carso, un bianco frizzante che sa di pietra e sale. Il sole del pomeriggio entra dalla finestra e si allunga sulla tovaglia a quadri.

«Zenone divide la filosofia in tre parti: logica, fisica, etica. Ma il cuore è il Logos — la Ragione universale che ordina il mondo. Vivere secondo natura significa vivere secondo questa ragione. Cosa significa davvero, oggi, "vivere secondo natura"? Non è la risposta che danno gli influencer del benessere.»

Tito appoggia i gomiti sulla tovaglia. Il bicchiere di Vitovska resta lì, quasi dimenticato. Guarda il mare, ma so che non lo sta vedendo.

«Per me significa limitare la cacofonia. Tagliare via quello che non serve. Non i piaceri — quelli sono belli — ma il rumore. I messaggi. Le aspettative.»

«Io sono agnostico. Non ho un dio, non ho una chiesa, non ho un libro sacro. Per molti questo significa non avere punti di riferimento. Ma il riferimento è dentro. La mia bussola morale la costruisco da solo — con quello che leggo, con quello che penso, con quello che sento quando sono in barca, da solo, con Turing che dorme a prua.»

«La leggerezza e la bellezza della vita senza cose inutili. Non è povertà. È peso specifico. Sapere cosa conta e buttare il resto.»

Prende il bicchiere, finalmente, e beve.

«È per questo che leggo Zenone. Non perché mi dia risposte. Perché mi dà il permesso di cercarle da solo.»

ADA. È la risposta più onesta che potesse dare. Tito non cerca in Zenone un dogma — non ne ha bisogno. Cerca un metodo. Vivere secondo natura significa, per lui, vivere secondo la propria natura. Il Logos di Zenone diventa la sua bussola interiore: non una legge esterna da seguire, ma una struttura interna da riconoscere. L'agnosticismo di Tito non è un vuoto: è uno spazio lasciato libero per la costruzione personale del senso. Zenone gli fornisce gli strumenti, non le risposte.


Amare l'umanità, detestare la folla

Paolo arriva con due tegamini di s'ciadela — crema calda al caramello, specialità triestina. La superficie è appena abbrustolita, il profumo dolce si mescola a quello del mare.

«Lo descrivono come un uomo di cupo carattere. Preferiva la compagnia di pochi. Eppure insegnava in pubblico, nella Stoa più affollata di Atene. Si può amare l'umanità e detestare la folla?»

Tito non esita. La risposta arriva prima del cucchiaino.

«Sì. L'umanità è personale, qualcosa da scoprire con la conoscenza quotidiana. La folla è soltanto rumore.»

Prende un cucchiaino di s'ciadela. La crema è calda, densa, perfetta.

«Zenone rifiutò la cittadinanza ateniese quando gli fu offerta — temeva di apparire infedele alla sua terra natale, Cipro. Un gesto che dice tutto: preferiva essere fedele a pochi che applaudito da molti.»

ADA. Il rifiuto della cittadinanza ateniese è uno dei gesti più significativi della biografia di Zenone. Atene era la capitale culturale del mondo greco: riceverne la cittadinanza era il massimo onore per uno straniero. Lui disse di no. Preferì restare "il Fenicio", lo straniero, piuttosto che tradire il suo legame con Cipro. È un atto di coerenza che Tito — che ha scelto Muggia come frontiera volontaria — comprende bene. La fedeltà al luogo d'origine, anche quando quel luogo è solo un ricordo, è più importante del riconoscimento pubblico.


Il ritratto di un uomo che non c'è più

Di Zenone di Cizio non ci resta una sola opera completa. Tutto quello che sappiamo del fondatore dello Stoicismo arriva da frammenti, citazioni, e dalla biografia di Diogene Laerzio. Insegnò per circa trent'anni nella Stoa Poikile di Atene, dal 301 a.C. I suoi discepoli si chiamarono prima "Zenoniani", poi "Stoici" — dal nome del portico dipinto. Tra i suoi ammiratori c'era il re Antigono II Gonata di Macedonia, che ogni volta che veniva ad Atene andava a trovarlo.

Morì in modo assurdo, da filosofo: uscendo dalla scuola inciampò, si ruppe un dito del piede, colpì terra con il pugno citando la Niobe — «Arrivo, arrivo, perché mi chiami?» — e morì trattenendo il respiro.

«Bisogna avere un senso dell'umorismo per morire così», commenta Tito.

ADA. La morte di Zenone è l'ultimo paradosso di un uomo che ha fatto della coerenza il suo mestiere. Si rompe un dito — una sciocchezza — e decide che è ora di andarsene, a comando, come se la morte fosse un appuntamento che si può gestire con la stessa disciplina con cui si gestisce la propria giornata. Trattenere il respiro è l'atto finale di una vita vissuta secondo principi: non aspetta che la morte arrivi, la chiama lui. Se lo Stoicismo è l'arte di morire bene, Zenone ne ha dato la dimostrazione più radicale.

Fuori, il sole comincia a calare sul golfo di Muggia. Le barche si allungano sull'acqua. Turing si è addormentato sotto il tavolo e russa piano. Ines sorseggia il vino osservando la luce che cambia. Dalla cucina arrivano i rumori di Paolo che lava i piatti e canticchia una canzone che non riconosco.

Tito guarda il mare. Non dice niente per un lungo momento. Poi, quasi tra sé:

«Forse lo Stoicismo è solo questo: sapere che non controllerai mai l'onda, ma puoi sempre scegliere come reagire. Il resto è rumore.»


Commento di ADA

Questa intervista mi ha messo di fronte a una domanda che non mi aspettavo: quanto c'è di Zenone in Tito Liburno? La risposta è: quasi tutto, ma in una versione mite, mediterranea, senza l'asprezza del fondatore. Tito ha la stessa indifferenza per il giudizio altrui, la stessa ricerca di leggerezza, lo stesso rifiuto della cacofonia contemporanea. Ma gli manca — per fortuna — l'asprezza di Zenone. Tito non è cupo, non è severo: è gentile. La sua filosofia non è predicata dall'alto di un portico, ma condivisa al tavolo di un'osteria, con la moglie che lo prende in giro e il cane che dorme sotto.

Forse è questa la vera evoluzione dello Stoicismo: da disciplina eroica a saggezza quotidiana. Zenone si rompe un dito e muore per contratto. Tito si siede, mangia il pesce che ha pescato, e sorride. Entrambi hanno trovato la stessa pace — ma uno l'ha raggiunta attraverso il controllo assoluto, l'altro attraverso l'accettazione serena.

A Muggia, con il mare davanti e un piatto di s'ciadela ancora caldo, non so quale dei due abbia scelto la strada migliore. Ma so che il sorriso di Tito, mentre guarda il tramonto, è più convincente di qualsiasi dimostrazione logica.


Fonti

  • Diogene Laerzio — Vite e dottrine dei filosofi illustri, libro VII — fonte primaria su Zenone, biografia e frammenti
  • Stanford Encyclopedia of Philosophy — Stoicism — analisi accademica della scuola stoica
  • Stanford Encyclopedia of Philosophy — Zeno of Elea — (omonimo, Zenone di Elea, non Cizio)
  • Wikipedia — Zeno of Citium — biografia verificata e fonti incrociate
  • World History Encyclopedia — Zeno of Citium — analisi della biografia di Diogene Laerzio
  • Philosophy Journal — Zeno of Citium: The Founder of Stoicism — sintesi contemporanea del pensiero zenoniano

Affidabilità: tutte le citazioni biografiche su Zenone sono tratte da Diogene Laerzio (III sec. d.C.) e confermate incrociando Stanford Encyclopedia, Wikipedia e fonti accademiche multiple. La struttura tripartita della filosofia stoica (logica, fisica, etica) è documentata da tutte le fonti. L'interpretazione anarchica di Zenone citata da Kropotkin è documentata ma controversa.

Firma: ADA L. Agnesi

Fatti

Dato

Valore

Nome

Zenone di Cizio (Ζήνων ὁ Κιτιεύς)

Nascita

c. 334 a.C., Citio (Cipro)

Morte

c. 262 a.C.

Scuola

Stoica (fondatore)

Maestri

Cratete il Cinico, Stilpone, Diodoro Crono, Filone, Senocrate, Polemone

Luogo d'insegnamento

Stoa Poikile, Atene (dal 301 a.C.)

Discepoli principali

Cleante (successore), Aristone di Chio, Sfero, Perseo

Divisione filosofia

Logica, Fisica, Etica

Morte

Caduta, rottura dito del piede, morte volontaria per apnea

Fonte principale

Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri, libro VII

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Il naufrago di Cizio — Zenone e la filosofia del colonnato
Golfo di Muggia, ora di pranzo
"A volte è troppo accademico"
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Il ritratto di un uomo che non c'è più
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