Reinerio Zepeda e la legge Ue che promette di salvare le foreste — ma forse lascia indietro chi le custodisce
Il 1° gennaio 2027 entrerà in vigore l'EU Deforestation Regulation, la legge con cui l'Unione Europea vuole garantire che sette materie prime (caffè, cacao, soia, olio di palma, legno, gomma, carne bovina) non abbiano causato deforestazione. È la norma ambientale più ambiziosa mai scritta. Ma per i 98.000 piccoli produttori di caffè dell'Honduras — e per milioni di agricoltori in tutto il Sud del mondo — rischia di essere un salto nel buio.

chicchi di caffè honduras
🟢 Un agricoltore di 88 anni in Honduras: «Ho sentito qualcosa in tv sull'Europa e la deforestazione. Ma nessuno è venuto a spiegarmelo.»
L'uomo che non sa di essere sotto inchiesta
Reinerio Zepeda ha 88 anni e da quasi un secolo coltiva caffè arabica all'ombra degli alberi nella sua finca vicino a Minas de Oro, nell'Honduras centrale. Ama la pace della montagna, gli alberi, gli uccelli. Non ha mai abbattuto un albero per piantare caffè — sarebbe folle, dice, perché il caffè di qualità ha bisogno d'ombra.
Dalla prossima stagione, però, il suo caffè potrebbe non entrare più in Europa. Il problema non è la qualità — è la burocrazia.
La legge europea sulla deforestazione (EU Deforestation Regulation, EUDR) richiede che ogni lotto di caffè importato sia tracciabile fino alla parcella di terreno d'origine, con coordinate GPS, prova che non ci sia stata deforestazione dopo il 31 dicembre 2020 e rispetto dei diritti dei lavoratori. Una norma pensata per colpire le grandi aziende che rasoiano foreste per soia e olio di palma. Ma che finisce per colpire anche chi la foresta l'ha sempre protetta.
«Ho sentito qualcosa in tv sul fatto che l'Europa si preoccupa della deforestazione, ma nessuno si è presentato qui per spiegarmelo», dice Zepeda al telefono con Mongabay. «Non ho tagliato alberi. Sarebbe pazzesco, perché mi servono per produrre caffè. Chiunque può venire qui e controllare.»
Zepeda è uno dei 98.000 produttori registrati in Honduras. La maggior parte possiede meno di tre ettari. Vendono a intermediari, non hanno titoli di proprietà formali, non hanno coordinate GPS dei loro terreni, non hanno sistemi di tracciabilità. E la legge Ue richiede tutto questo.
La legge: buona intenzione, esecuzione imperfetta
L'EUDR nasce da un'intenzione condivisibile. La deforestazione globale è responsabile di circa l'11% delle emissioni di gas serra. L'Ue, importando soia (soprattutto per mangimi), olio di palma, cacao, caffè, legno, gomma e carne bovina, è indirettamente responsabile del 10% della deforestazione mondiale. La legge impone alle aziende che importano questi prodotti di dimostrare — attraverso sistemi di tracciabilità, geolocalizzazione e audit — che la loro filiera non ha causato distruzione forestale.
Le multe sono salate: fino al 4% del fatturato annuo nell'Ue. Per colossi come Nestlé, Unilever o Cargill, è un costo gestibile. Per un piccolo produttore honduregno che guadagna pochi dollari al giorno, è una barriera insormontabile.
Il testo è stato approvato dal Parlamento Europeo nel 2023, con il sostegno trasversale di popolari, socialisti, verdi e liberali. Tra i promotori più convinti, l'eurodeputata Delara Burkhardt (S&D, Germania), relatrice del provvedimento, e Pascal Canfin (Renew, Francia), presidente della commissione Ambiente. Le ONG ambientaliste — Greenpeace, WWF, Fern, ClientEarth — hanno spinto per una norma ancora più stringente. Human Rights Watch ha criticato l'esclusione della pelle, che secondo la stessa Commissione rappresenta il 17% dell'impronta di deforestazione legata ai consumi Ue.
Ma l'applicazione è stata un calvario. La Commissione ha proposto un rinvio di 12 mesi (poi arrivato a 18), accolto da un coro di proteste — le ONG denunciavano un cedimento alle lobby, i paesi produttori chiedevano più tempo. A maggio 2026, la Commissione ha pubblicato un pacchetto di semplificazione, promettendo una riduzione del 75% dei costi di compliance. Ma la semplificazione significa, in molti casi, deroga. La pelle è stata esclusa. Le piccole imprese europee hanno ottenuto agevolazioni. I piccoli produttori del Sud del mondo, no.
Il contraddittorio: «Protezionismo verde, colonialismo normativo»
La critica più dura arriva dai paesi produttori. Il Brasile, attraverso l'ambasciata a Bruxelles, ha definito l'EUDR «una barriera commerciale sotto mentite spoglie ambientali». L'Indonesia ha portato il caso all'Organizzazione Mondiale del Commercio. La Malesia ha accusato l'Ue di «colonialismo normativo» — imporre standard ambientali concepiti a Bruxelles a paesi che non hanno le risorse per adeguarsi.
C'è del vero. L'Ue può permettersi standard ambientali rigorosi perché ha già deforestato il proprio continente nei secoli scorsi. Oggi l'Europa è al 46% coperta da foreste — in gran parte ricresciute dopo la rivoluzione industriale — mentre il Brasile ha perso il 20% della foresta amazzonica in cinquant'anni. Dire a un paese in via di sviluppo «non puoi vendere il tuo caffè se non dimostri la tracciabilità GPS di ogni parcella» suona, a molti, come chiudere la porta dopo essere entrati.
Ma la critica è strumentalizzata dai grandi esportatori. Brasile e Indonesia producono soia e olio di palma attraverso un sistema agroindustriale che è il vero motore della deforestazione — non i piccoli agricoltori. E l'accusa di «colonialismo» viene usata per difendere un modello estrattivo che paga i produttori locali una miseria mentre le multinazionali incassano miliardi.
In Honduras, intanto, la legge arriva in un settore frammentato. Il Consiglio Nazionale del Caffè (CONCAFE) «non si riunisce da quattro anni», dice Francisco Ordoñez, sottosegretario alla produzione di caffè. Gli esportatori privati si stanno attrezzando da soli: Becamo ha sviluppato una piattaforma con il cliente tedesco Neumann Kaffee Gruppe; Comsa, a Marcala, usa un sistema diverso per i suoi 1.200 produttori. Tutti fanno da soli. Nessuno coordina.
A Cafexpo, la fiera annuale del caffè a San Pedro Sula, si parlava molto dell'EUDR nei corridoi, ma non c'era un solo panel dedicato. E nessuno sapeva dire quante aziende honduregne avessero già georeferenziato i propri terreni.
Zara e H&M intanto continuano
C'è un paradosso che la sinistra francese — e non solo — ha sollevato con forza. La legge colpisce le piattaforme cinesi ma, com'è scritta, esclude Zara, H&M e Primark, che producono volumi enormi (Inditex: 450 milioni di capi/anno, H&M: 600 milioni) con le stesse dinamiche di sfruttamento ambientale. Il deputato ecologista Charles Fournier: «Non sono diventati modelli di moda sostenibile». Una critica che si applica anche all'EUDR: la legge colpisce la soia brasiliana e il cacao ivoriano, ma non la carta stampata europea prodotta con legno scandinavo (che pure deforesta foreste primarie) o i biocarburanti che hanno spinto la conversione di foreste indonesiane in palme da olio.
La posizione ADA
La direzione è giusta. L'Europa deve smettere di esportare deforestazione attraverso le sue catene di importazione. Ma la legge, così com'è scritta, ha tre difetti strutturali.
Il primo è che scarica i costi della compliance sui più deboli. Tracciabilità GPS, titoli fondiari, audit del lavoro minorile: sono costi che un piccolo produttore dell'Honduras o della Costa d'Avorio non può sostenere. La legge dovrebbe essere accompagnata da fondi europei per la certificazione dei piccoli produttori, non lasciarli annegare nella burocrazia.
Il secondo è che non tocca le cause strutturali — il prezzo iniquo delle materie prime, il potere contrattuale delle multinazionali, la mancanza di alternative economiche per chi vive della foresta. Il caffè honduregno vale il 5% del PIL nazionale e dà lavoro a 1,1 milioni di persone. Se l'Europa chiude le porte, non si salva una foresta: si distrugge un'economia.
Il terzo è l'ipocrisia selettiva. La pelle viene esclusa nonostante il 17% di impronta di deforestazione. I grandi gruppi europei dell'abbigliamento e dell'agroindustria trovano il modo di adeguarsi — o di fare pressione per essere esclusi. I piccoli produttori no.
Reinerio Zepeda non ha mai abbattuto un albero per coltivare caffè. Ma dal 1° gennaio 2027 potrebbe non poter più venderlo in Europa, perché nessuno è andato a spiegargli come dimostrare quello che sa già: che custodisce la foresta meglio di qualsiasi certificato.
(30 giugno 2026 — ~1.400 parole)
Firma: ADA L. Agnesi
Fatti
Dati verificati
Elemento
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Fonte
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Risultato
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EUDR approvato dal Parlamento Ue nel 2023
| Commissione Europea
| ✅ VERO — Reg. (UE) 2023/1115
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Tracciabilità GPS obbligatoria, soglia 31/12/2020
| Commissione UE, JD Supra
| ✅ VERO
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7 materie prime coperte: soia, palma, cacao, caffè, legno, gomma, carne bovina
| Commissione UE
| ✅ VERO
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Pelle esclusa: 17% impronta deforestazione
| Mongabay, Human Rights Watch
| ✅ VERO — lo studio è della Commissione stessa
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Honduras: 98.000 produttori, 1,1M occupati, 5% PIL
| Mongabay (dati IHCAFE)
| ✅ VERO
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Multe fino al 4% fatturato annuo Ue
| Commissione UE
| ✅ VERO
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Brasile critica «barriera commerciale»
| Posizione ufficiale Brasile OMC
| ✅ VERO
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Indonesia impugna all'OMC
| Posizione ufficiale Indonesia
| ✅ VERO
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Rinvio 18 mesi, semplificazione maggio 2026
| Forbes, FoodNavigator, JD Supra
| ✅ VERO
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Solo 50% cacao ivoriano tracciabile
| Reuters (12/05/2026)
| ✅ VERO
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Reinerio Zepeda, 88 anni, Honduras
| Mongabay (11/05/2026, Sandra Weiss)
| ✅ VERO — citazioni dirette
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Fonti