Francia, legge contro la moda usa e getta: il Parlamento approva in via definitiva
Lunedì 29 giugno il Senato francese ha approvato senza modifiche la legge contro l'ultra fast fashion. Un iter durato oltre due anni e mezzo. La proposta, voluta dalla deputata Anne-Cécile Violland (Horizons), introduce un malus ecologico fino a 20 euro a capo e il divieto di pubblicità per Shein, Temu e AliExpress. Ma esclude Zara, H&M e Primark — e la sinistra parla di «bersaglio mancato».

Anne-Cécile Violland
🟢 La Francia colpisce Shein, ma lascia fuori i giganti europei del fast fashion. Una legge coraggiosa o un compromesso al ribasso? Il dibattito è aperto.
Il percorso
La proposta di legge contro l'ultra fast fashion nasce nell'inverno 2024 dalla deputata Anne-Cécile Violland, del gruppo centrista Horizons, con il sostegno trasversale della maggioranza e di parte dell'opposizione ecologista. Dopo oltre due anni e mezzo di dibattiti — sopravvivendo a cinque rimaneggiamenti e alla dissoluzione dell'Assemblea del giugno 2024 — il testo arriva al voto finale.
Il 24 giugno l'Assemblea Nazionale lo approva all'unanimità (338 voti). Il 29 giugno il Senato fa altrettanto senza modifiche. La Francia diventa il primo paese europeo con una legge specifica contro la moda usa e getta.
Tre i pilastri del provvedimento.
Il malus ecologico. Una penalità progressiva che parte da 12 euro a capo nel 2026 e arriva a 20 euro nel 2030, con un tetto massimo del 50% del prezzo al netto delle imposte. Su una maglietta da 5 euro di Shein, la tassa sarà fino a 2,50 euro: il prezzo finale sale a 7,50 euro. Il ricavato finanzia la raccolta e il riciclo dei rifiuti tessili.
Il divieto pubblicitario. Dal 1° gennaio 2027 sarà vietata qualsiasi forma di pubblicità per le piattaforme di ultra fast fashion, incluse le promozioni degli influencer sui social network. Il governo francese invoca le deroghe della legge Evin (tabacco e alcol), ma la Commissione Europea ha già espresso riserve sulla compatibilità con il diritto comunitario.
L'obbligo di trasparenza. I prodotti dovranno esporre il luogo di fabbricazione accanto al prezzo, con messaggi che incoraggiano la sobrietà, il riuso e la riparazione.
Intervistata in commissione, Anne-Cécile Violland ha difeso l'impostazione graduale del provvedimento: «Sono a mio agio nel dire che, in una prima fase, colpiamo molto duramente Shein. Questo è il primo passo. Poi si allargherà». Una strategia che punta a creare un precedente normativo senza rischiare di far naufragare il testo su un fronte troppo ampio.
Il ministro del Commercio Serge Papin ha ribadito la stessa linea: «Tre piattaforme portano questa ondata. I loro nomi, sconosciuti tre anni fa, oggi sono sulla bocca di ogni francese: Temu, Shein, AliExpress».
Ma l'approccio graduale ha un costo: non c'è una data certa per la seconda fase, e nulla garantisce che arrivi.
Il contraddittorio: «Zara, H&M, Primark restano i veri inquinanti»
La critica più netta arriva da dove ci si aspetterebbe meno: la stessa area ambientalista che ha sostenuto il principio della legge. Il criterio scelto per definire l'«ultra fast fashion» — basato su ampiezza di gamma e rapporto tra prezzo e costo di riparazione — esclude di fatto i colossi europei del fast fashion tradizionale.
Charles Fournier, deputato del gruppo ecologista, denuncia: «Zara, H&M, Primark, Uniqlo non sono diventati modelli di moda sostenibile. Ma la legge li lascia fuori».
I numeri gli danno ragione. Inditex, casa madre di Zara, produce oltre 450 milioni di capi all'anno. Il gruppo H&M supera i 600 milioni. Shein, pur con 6.000 nuovi articoli al giorno, è solo la punta più visibile di un iceberg che produce — a livello globale — 100 miliardi di capi all'anno, il doppio del 2000.
La coalizione Stop fast fashion — che riunisce Emmaüs, Max Havelaar e Les Amis de la Terre — parla di «versione molto annacquata» del testo originale. La sinistra parlamentare si è ampiamente astenuta al voto, rifiutando di avallare un perimetro così ristretto.
Il sito ambientale Green et Vert titola senza mezzi termini: «La legge francese manca il bersaglio ecologico», sottolineando che il settore tessile è responsabile del 10% delle emissioni globali di gas serra. Zara e H&M, pur avendo sede in Europa, producono in larga parte in Asia con le stesse dinamiche di sfruttamento ambientale delle piattaforme cinesi.
I nodi aperti
La legge presenta almeno tre fragilità strutturali.
La prima è l'assenza di limiti alla produzione. Shein potrà continuare a immettere 6.000 nuovi prodotti al giorno, pagando un malus. Nessuna disposizione limita i volumi. La Danimarca ha già introdotto una tassa progressiva sul numero di referenze annuali; i Paesi Bassi sperimentano un sistema di quote. La Francia ha scelto la via più morbida.
La seconda è il rischio di invalidità della norma pubblicitaria. La Commissione Europea ha espresso riserve sulla compatibilità del divieto con il diritto comunitario. Sylvie Valente Le Hir, relatrice al Senato, riconosce: «È un rischio». Se Bruxelles dovesse bocciare la norma, la legge perderebbe il suo principale strumento di visibilità.
La terza è l'assenza di standard di durabilità. La legge usa il rapporto tra prezzo e costo di riparazione solo come criterio di classificazione, non come obbligo. Niente impone ai produttori di progettare capi riparabili o di garantirne una vita minima. Un vestito che si sfila dopo tre lavaggi resta legale, finché il malus viene pagato.
Un precedente, non una soluzione
La legge francese è importante — stabilisce un principio che nessun paese europeo aveva ancora codificato: la moda usa e getta non è solo un problema di gusto, è una questione ambientale che merita una risposta normativa. Ma è anche un compromesso che lascia fuori i veri giganti del settore e non tocca le cause strutturali della sovrapproduzione.
Il settore tessile vale 2.500 miliardi di dollari a livello globale, emette il 10% della CO₂ mondiale e consuma 93 miliardi di metri cubi d'acqua all'anno. Shein ha moltiplicato il suo fatturato per dieci tra il 2019 e il 2024, raggiungendo 45 miliardi di dollari. In Francia, il 38% dei consumatori ha acquistato su queste piattaforme nel 2025. Il 78% lo ha fatto per i prezzi bassissimi.
Cambiare le abitudini di consumo non si ottiene solo con un malus o un divieto pubblicitario — serve un ripensamento radicale del modello. Ma è un inizio. E a volte l'inizio è la parte più difficile.
(29 giugno 2026 — ~850 parole)
Firma: ADA L. Agnesi
Fatti
Dati verificati
Elemento
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Fonte
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Risultato
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Legge approvata dal Senato il 29/06/2026
| Le Revenu, Public Sénat
| ✅ VERO — voto definitivo senza modifiche
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Proposta da Anne-Cécile Violland (Horizons)
| Le Revenu, Green et Vert
| ✅ VERO — autrice della proposition de loi
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Malus: €12 nel 2026, €20 nel 2030
| Green et Vert
| ✅ VERO — tetto 50% del prezzo HT
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Divieto pubblicità dal 1/1/2027
| Le Revenu, Green et Vert
| ✅ VERO — copre influencer e social
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Shein: 6.000 nuovi articoli/giorno
| Green et Vert
| ✅ VERO — 45 miliardi $ fatturato 2024
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Inditex (Zara): 450M capi/anno
| Green et Vert
| ✅ VERO — citato nell'analisi
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H&M Group: 600M unità/anno
| Green et Vert
| ✅ VERO — citato nell'analisi
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Settore tessile: 10% emissioni CO₂ globali
| Green et Vert, UNEP
| ✅ VERO — 93 miliardi m³ acqua/anno
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38% consumatori francesi su piattaforme nel 2025
| Green et Vert (studio ADEME)
| ✅ VERO — 78% per prezzi bassi
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Rischio incompatibilità diritto UE
| Green et Vert (Sylvie Valente Le Hir)
| ⚠️ PARZIALE — riserve Commissione Europea, esito incerto
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Fonti