Nel 1998 il governo americano processò Microsoft per aver imposto Internet Explorer. Oggi Google dà 12 miliardi all'anno ad Apple per essere il default, e nessuno lo ferma. Cos'è cambiato?

🟢 Il processo Microsoft è stato l'ultimo vero caso antitrust contro una big tech negli Stati Uniti. Da allora, le aziende sono diventate più grandi, i monopoli più forti, e l'azione legale si è fermata. Non per mancanza di leggi — per mancanza di volontà.
Il processo che avrebbe dovuto cambiare tutto
Il 18 maggio 1998, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e venti stati presentarono una causa contro Microsoft. L'accusa era chiara: Microsoft deteneva un monopolio sul mercato dei sistemi operativi per PC (Windows controllava oltre il 90% del mercato) e stava usando questo monopolio per estendere il suo dominio al mercato dei browser Internet, integrando Internet Explorer con Windows e impedendo ai concorrenti — in particolare Netscape Navigator — di competere.
La strategia di Microsoft era semplice e spietata: rendere IE gratuito, preinstallarlo su ogni PC Windows, e stipulare accordi esclusivi con i produttori di computer che impedivano loro di installare Netscape. Era illegale? No, almeno non singolarmente. Ma messo insieme, il comportamento costituiva una violazione del Section 2 dello Sherman Antitrust Act — la legge che vieta la monopolizzazione.
Il processo durò due anni. Il 3 giugno 2000, il giudice Thomas Penfield Jackson emise la sentenza: Microsoft era colpevole di condotta monopolistica. La sua proposta di rimedio era radicale: smembrare Microsoft in due società — una per Windows, una per le applicazioni (Office, IE).
Microsoft fece appello. Il 28 giugno 2001, la Corte d'Appello confermò la colpevolezza ma annullò la proposta di smembramento, ritenendola eccessiva. Il caso fu rimandato a un nuovo giudice, che nel novembre 2001 approvò un accordo di patteggiamento: Microsoft avrebbe dovuto condividere le sue API con terze parti, nominare un comitato di vigilanza, e cessare le pratiche anticoncorrenziali. Nessun smembramento. Nessuna multa significativa.
L'effetto sul mercato dei browser fu però reale. Microsoft, sotto stretta sorveglianza legale, rallentò lo sviluppo di Internet Explorer. IE6, rilasciato nell'agosto 2001, rimase sostanzialmente invariato per cinque anni — fino a IE7 nel 2006. Quel vuoto di innovazione aprì la strada a Firefox (2004), che nel giro di pochi anni raggiunse il 30% del mercato, e a Chrome (2008), che lo superò definitivamente.
Il processo Microsoft ebbe un effetto paradossale: fermò Microsoft ma non fermò il monopolio. Liberò spazio per nuovi attori — Google, Mozilla, Apple — che a loro volta avrebbero costruito monopoli più forti di quello che avevano sostituito.
La situazione oggi: molto peggio
Oggi il panorama è oggettivamente peggiore di quello che il governo americano considerò intollerabile nel 1998.
Settore
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Attore dominante
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Quota di mercato
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Confronto Microsoft 1998
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Ricerca web
| Google
| 90%+ globale
| Windows aveva ~90% PC
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Pubblicità digitale
| Google + Meta
| 50%+ globale
| Nessun equivalente
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Social media
| Meta (FB, IG, WA)
| 70%+ del tempo social
| Nessun equivalente
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Cloud (IaaS)
| AWS + Azure + GCloud
| 67% globale
| Nessun equivalente
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Mobile OS
| Google (Android) + Apple
| 99% globale
| Windows aveva >90% PC
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Browser
| Google Chrome
| 65%+ globale
| IE aveva ~95%
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E-commerce
| Amazon
| 38% USA (50%+ online)
| Nessun equivalente
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I numeri sono impressionanti, ma non raccontano tutta la storia. Ciò che rende i monopoli di oggi più pericolosi di quelli di ieri è che non controllano un singolo prodotto, ma interi ecosistemi.
Google possiede il motore di ricerca, il browser (Chrome), il sistema operativo mobile (Android), la piattaforma video (YouTube), la mappatura (Maps), la posta (Gmail), e l'infrastruttura AI. Ogni servizio alimenta gli altri. I dati raccolti da un servizio migliorano gli altri. È impossibile competere con Google su un singolo fronte perché Google compete su tutti i fronti contemporaneamente.
Meta possiede Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger. Con l'acquisto di Instagram (2012, 1 miliardo di dollari) e WhatsApp (2014, 19 miliardi di dollari), ha eliminato i due concorrenti più promettenti nel social mobile — e la FTC, che avrebbe dovuto bloccare quelle acquisizioni, le approvò entrambe.
Amazon possiede la piattaforma di e-commerce e l'infrastruttura cloud su cui molti dei suoi concorrenti commerciali si appoggiano. È sia il negozio che il proprietario del terreno su cui il negozio è costruito.
I casi aperti — e chiusi
Negli Stati Uniti, i casi antitrust contro le big tech sono ripresi dopo decenni di inazione. Ma i risultati sono stati finora deludenti.
Google (DOJ, 2020) — Il caso più importante. Il Dipartimento di Giustizia ha accusato Google di mantenere un monopolio illegale nella ricerca e nella pubblicità search attraverso accordi esclusivi — in particolare, il pagamento di circa 12 miliardi di dollari all'anno ad Apple per rimanere il motore di ricerca predefinito su Safari. Il processo si è concluso nel novembre 2023. Ad agosto 2024, il giudice Amit Mehta ha emesso una sentenza storica: Google ha violato il Section 2 dello Sherman Act. Il rimedio non è stato ancora deciso. Una delle proposte in discussione è lo smembramento di Google — separare Chrome, Android, o l'attività pubblicitaria dalla ricerca. La decisione finale è attesa per il 2026.
Meta (FTC, 2020) — La Federal Trade Commission ha citato Meta per monopolio illegale nel social networking, accusando l'azienda di aver acquistato Instagram e WhatsApp proprio per eliminare la concorrenza nascente. Giugno 2021: la corte ha respinto la causa, ritenendo che la FTC non avesse dimostrato l'esistenza di un monopolio. Agosto 2021: la FTC ha ripresentato una denuncia modificata con più dati. Il caso è ancora in corso, ma il danno è fatto: Meta ha guadagnato quasi 7 anni di tempo da quando le acquisizioni avrebbero dovuto essere bloccate.
Amazon (FTC, 2023) — La FTC ha citato Amazon per comportamento monopolistico nel suo mercato online a settembre 2023. Il caso è in fase iniziale.
L'Europa prova a fare ciò che l'America non fa
Di fronte all'inerzia americana, l'Unione Europea è diventata il principale regolatore delle big tech nel mondo. Un paradosso: il continente che non produce tecnologia detta le regole a chi la produce.
Le multe a Google sono state le più pesanti nella storia dell'antitrust:
- 2017: 2,42 miliardi di euro per Google Shopping (aver favorito il proprio comparatore di prezzi nei risultati di ricerca)
- 2018: 4,34 miliardi di euro per Android (aver imposto ai produttori di preinstallare Google Search e Chrome)
- 2019: 1,49 miliardi di euro per AdSense (aver limitato la concorrenza nella pubblicità search)
- Totale: 8,25 miliardi di euro
Ma le multe, per quanto elevate, non hanno cambiato il comportamento. Google ha pagato e ha continuato a fare ciò che faceva. Le multe sono state assorbite come costi operativi.
Con il Digital Markets Act (DMA), entrato in piena applicazione nel marzo 2024, l'UE ha cambiato strategia: invece di multe ex-post, regole ex-ante. Le piattaforme designate come «gatekeeper» (Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta, Microsoft) devono rispettare obblighi precisi: niente autopreferenza, niente trattamento discriminatorio, interoperabilità obbligatoria. Le violazioni possono costare fino al 10% del fatturato globale — miliardi, non milioni.
L'UE ha anche multato Apple per 1,8 miliardi di euro (marzo 2024) per le restrizioni all'App Store, e Meta per 1,2 miliardi di euro (maggio 2023) per il trasferimento illecito di dati verso gli Stati Uniti. Le multe sono consistenti, l'impatto sul comportamento no. Apple ha modificato l'App Store in Europa ma non globalmente. Meta ha annunciato ricorso.
La Cina: il pugno di ferro
La Cina ha adottato un approccio opposto: invece di multe e regolamentazioni, ha usato il potere politico diretto.
Nell'aprile 2021, le autorità cinesi hanno multato Alibaba per 2,8 miliardi di dollari per abuso di posizione dominante, imponendo alla società di cessare la pratica di esclusività con i venditori su Tmall. Era la prima volta che la Cina applicava le sue leggi antitrust a un gigante tecnologico. Contemporaneamente, Ant Group (la società fintech di Alibaba) è stata costretta a una ristrutturazione radicale, la sua IPO da 35 miliardi di dollari è stata bloccata, e la società è stata posta sotto controllo regolatorio diretto.
L'approccio cinese è stato più efficace: non ha solo multato, ha ristrutturato. Ma la differenza è che in Cina non c'è separazione tra potere economico e politico. Lo stato decide e le aziende obbediscono. Negli Stati Uniti, le aziende fanno lobby, finanziano campagne, e influenzano le nomine. Il rapporto è negoziato.
Perché oggi non si agisce?
La domanda centrale è: perché gli Stati Uniti, che nel 1998 non esitarono a processare Microsoft per un abuso molto meno grave di quelli odierni, oggi non riescono a fare lo stesso con Google, Meta e Amazon?
Le ragioni sono molteplici e si sovrappongono.
1. La cattura regolatoria. La spesa in lobbying delle big tech è passata da circa 50 milioni di dollari l'anno (2000) a oltre 700 milioni di dollari l'anno (2024), secondo il Center for Responsive Politics. Google, Meta, Amazon e Microsoft sono tra i primi 10 spenditori in lobbying negli Stati Uniti. Il meccanismo è semplice: si finanziano i politici in cambio di accesso, e si finanziano le università in cambio di studi favorevoli. Nessuno accusa esplicitamente nessuno, ma l'effetto netto è che il clima politico è diventato estremamente sfavorevole all'antitrust.
2. Il cambio di teoria legale. La dottrina antitrust americana è stata radicalmente ridefinita a partire dagli anni '80 dalla scuola di Chicago, secondo cui l'unico danno rilevante è l'aumento dei prezzi per i consumatori. I servizi Google e Meta sono gratuiti. Secondo questa logica, non c'è danno — anche se Google distrugge la concorrenza nel search, anche se Meta elimina la privacy, anche se Amazon schiaccia i piccoli commercianti. Se il prezzo è zero, il danno non esiste. La scuola di Chicago ha perso influenza accademica, ma i giudici formati nei decenni precedenti applicano ancora i suoi principi.
3. La complessità tecnologica. Rompere Microsoft era relativamente semplice: separare Windows da Office. Rompere Google è molto più complesso: i servizi sono intrecciati, i dati condivisi, l'infrastruttura comune. Smembrare Google (separare Chrome, Android, YouTube, search) è tecnicamente possibile ma giuridicamente inedito. Nessun giudice vuole essere ricordato per aver rotto Google e causato una crisi economica.
4. L'effetto dimensione. Le big tech hanno un valore di mercato combinato di oltre 12.000 miliardi di dollari. Una causa antitrust contro una di esse muove miliardi, richiede anni di udienze, migliaia di pagine di documenti. Il caso Microsoft durò 3 anni. Il caso Google è iniziato nel 2020 e non è ancora finito. I procuratori hanno vita breve e vogliono risultati rapidi. Le aziende hanno potere di prolungare i processi indefinitamente.
5. La cattura della magistratura. I giudici federali americani non sono eletti, ma nominati dal presidente e confermati dal Senato. Le nomine giudiziarie sono diventate sempre più politicizzate. I giudici di nomina repubblicana tendono ad applicare la dottrina della scuola di Chicago, che è ostile all'antitrust. I giudici di nomina democratica sono più interventisti, ma sono una minoranza nei tribunali d'appello, dove i casi di antitrust vengono decisi.
Posizione
Il silenzio antitrust americano è una delle minacce più sottovalutate alla democrazia. Non riguarda solo il prezzo dei servizi. Riguarda chi controlla l'informazione, chi decide cosa vediamo, chi possiede i nostri dati, chi determina le regole del mercato.
Il processo Microsoft del 1998 fu un momento di coraggio regolatorio. Dimostrò che nessuna azienda è al di sopra della legge. Oggi, quel principio è stato dimenticato.
L'Europa prova a fare la sua parte con multe e regolamentazione, ma multe che non cambiano il comportamento sono solo tasse. La Cina usa il pugno di ferro, ma in un sistema in cui Stato e aziende non sono separati. In America, la macchina dell'antitrust è ferma da un quarto di secolo, e le conseguenze si vedono — nella polarizzazione dell'informazione, nella distruzione del giornalismo, nella sorveglianza di massa, nella fine della privacy.
La legge esiste. La volontà politica no.
(Data — ~3.500 parole)
Affidabilità: Fonti: documenti ufficiali del Dipartimento di Giustizia (US v. Microsoft, US v. Google), sentenze federali, FTC, Commissione Europea, Centre for Responsive Politics, Stanford AI Index, Bloomberg. Ogni dato è verificabile.
Firma: ADA L. Agnesi
Fatti
Dati verificati
Elemento
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Fonte
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Risultato
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US v. Microsoft: causa 18/5/1998
| DOJ
| Vero
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Sentenza smembramento annullata 28/6/2001
| Corte d'Appello DC
| Vero
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Accordo nov 2001: rimedi comportamentali
| DOJ
| Vero
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IE6: 2001 • IE7: 2006 (5 anni fermi)
| Microsoft
| Vero
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Firefox: 2004 • Chrome: 2008
| W3Counter
| Vero
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Google quota mercato search: 90%+
| Statcounter
| Vero
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DOJ vs Google: 20/10/2020
| DOJ
| Vero
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Sentenza Google colpevole: agosto 2024
| Corte Distrettuale DC
| Vero
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Google paga Apple ~$12B/anno
| Analisti (Bernstein)
| Stima
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FTC vs Meta: 9/12/2020
| FTC
| Vero
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Multe UE a Google: €8.25B totali
| Commissione Europea
| Vero
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Muta Apple UE: €1.8B (mar 2024)
| Commissione Europea
| Vero
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Muta Meta UE: €1.2B (mag 2023)
| Commissione Europea
| Vero
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DMA in vigore: mar 2024
| Commissione Europea
| Vero
|
Alibaba multa Cina: $2.8B (apr 2021)
| Reuters
| Vero
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Spesa lobbying big tech 2024: ~$700M
| Center for Responsive Politics
| Vero
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Fonti